giovedì 30 aprile 2009

Bisonti a Spaccanapoli



Sto salendo l'ultimo pezzo di Mezzocannone quando comincia a tremare tutto. Trema il colonnato della facoltà di Lettere, tremano le locandine del cinema d'essay Astra, trema soprattutto la guglia in piazza san Domenico Maggiore, con la statua del santo lassù in cima che sembra volersi buttare di sotto. Sobbalzano anche il lastricato stradale e la madonnina in una nicchia votiva a piazzetta del Nilo. E' un terremoto, non c'è dubbio. Devo cercare riparo. Ma non sotto un portone; tutto vibra così forte che non puoi sentirti al sicuro nemmeno sotto edifici che hanno superato indenni qualche guerra mondiale e diverse catastrofi naturali. E poi questo non è un terremoto. Il boato sembra avere un origine vivente. Lo so che è assurdo. Ma è il frastuono che avverto è come un crescente rimbombo animale, come l'eco di migliaia di zoccoli che risuonano sul lastricato di Spaccanapoli. Mi affaccio per san Biagio dei Librai. C'è qualcosa di vivo e scuro che palpita laggiù. Come un'onda mugghiante in avvicinamento. L'onda mugghiante produce le vibrazioni che fanno tremare la terra sotto i piedi.

Una ragazza stile Hippy Web libera un grido agghiacciante che probabilmente echeggia fino ai Tribunali. Alcuni turisti di aspetto teutonico fanno appena in tempo a lanciarsi in un vicolo dalle parti di san Gregorio Armeno prima che l'onda mugghiante li raggiunga. Decine e decine di persone compaiono alle finestre, tra vasi di gerani e panni stesi ad asciugare a cavallo dei vicoli, per guardare che cosa succede. I curiosi ai piani più alti scuotono la testa come se non credessero nemmeno loro a ciò che vedono.

lunedì 27 aprile 2009

Il sopravvissuto virtuale



Stamattina mi sono svegliato con una strana sindrome. Senso di disagio, assenza di rumori virtuali, nessuna presenza umana, come se fossi l'ultimo uomo non sulla terra come recita la mia testata, ma sul blog. Accendo il computer e non si vede segno umano. Vago tra i post e trovo pochi commenti quasi sempre datati. Vado da Cleide, poca roba. Leggo il commento di Donatella sul mio ultimo post che dice che per lei il blog è morto, Celia Sanchez non si avvista da nessuna parte, di elle si sono perse le tracce e lo stesso dicasi di altri amici. Tungsteno? Quello è morto e sepolto: da qualche parte ci deve essere una sua lapide virtuale.

martedì 21 aprile 2009

Che Guevara sull’isola di Lost


Rieccomi al timone della disagiata nave dell'Ultimo uomo sulla terra. In questo periodo ho visto un film e una serie televisiva di cui parlerò.

Che – L'argentino. Dopo anni di astinenza ho visto un film in una sala cinematografica: la storia di Che Guevara raccontata dal regista Steven Soderbergh e interpretata da Benicio del Toro. Avevo letto che si trattava di un film non retorico sulla vita del più famoso eroe del ventesimo secolo ed ero curioso di vedere come si fa a fare un film non retorico quando hai a che fare con un personaggio che nell'immaginario collettivo sembra un pastore da presepio o una macchietta da teatro dei pupi. Mi pareva che solo un genio potesse riuscire nell'impresa di fare un film nello stesso tempo appassionante e fuori dai cliché hollywoodiani alla I diari della motocicletta (film gradevole anche se puzza di artificiosità). Mi pareva che la materia cinematografica ti presentasse trappole e tranelli dovunque e che sarebbe stato quasi impossibile per chiunque non farsi esplodere tra le mani uno o più candelotti di dinamite del fumettistico e dell'agiografia. Avevo abbastanza ragione. Che – L'argentino cerca di sfuggire alla retorica adoperando due artifici: la noia declamatoria e il documentarismo gravato da flashback. La noia declamatoria è concentrata perlopiù su un'intervista che Che Guevara concesse alla televisione statunitense nel 1964, in cui gli facevano domande che suonavano come: qual è la qualità principale di un rivoluzionario? Quesiti a cui un tipo lievemente ridicolo mascherato da Che Guevara, con sigaro, basco, barba rivoluzionaria, tuta mimetica, stivaloni, rispondeva ammannendo al pubblico televisivo perle riflessive come: L'amore è il fulcro delle rivoluzioni.

venerdì 10 aprile 2009

Perduti nella notte un uomo e un sax



Notte fonda, ci sei? Strade deserte illuminate da lampioni smorti sul tipo dell'Uomo in frac, afferri il concetto? Sul fondo stradale cosparso da un velo di pioggia rimbombano i passi di un uomo che avanza solo, una figura sfocata laggiù. Ecco, gli echi dei passi nella notte si mutano in colpi di basso, bum bum, rinforzati di tanto in tanto da un colpo greve di batteria, tump stump, e vezzeggiati da un piano elettrico che imita un antico carillon. Tutto è pronto per l'entrata in scena della voce. La voce dell'uomo che cammina da solo nella notte metropolitana. Canta malinconica e appassionata allo stesso tempo. Come, quali parole canta? Che importanza hanno le parole? Parla di amore, dice che lì nelle nebbie notturne c'è un uomo che si sente solo, invoca una donna, quella donna in particolare, insomma che cosa vuoi che ce ne importi delle parole che dice? Segui l'atmosfera, segui la musica, segui le emozioni, fatti trasportare dalle strade vuote e da questo strano vagabondo che canta sotto i lampioni, fai volare la mente, perdio. Non mi rompere le scatole con le parole.

martedì 7 aprile 2009

Cronache del dopoterremoto



Inviato speciale sui luoghi del terremoto: - Li vedi, tutti gli ospiti del collegamento?

Regista: - Sì, li sto seguendo in bassa frequenza. Dove cazzo l'hai trovata, quella marmaglia?

Inviato speciale sui luoghi del terremoto: - Ringrazia il cielo, ne ho dovuto strappare uno coi denti a un inviato della Cnn che si accaparrava intervistati regalando buoni pasto di "Speedy Frizzy Pizzy".

Regista: - Io direi di iniziare col dottore fanfarone. Stai attento però che quello è capace di andare avanti per ore con il resoconto delle sue imprese. Quello conosce a memoria La cittadella e l'opera omnia di Cronin e non gli pare vero di spadroneggiare in televisione cianciando di quando estraeva cadaveri dalle macerie praticandogli la respirazione bocca a bocca. Dagli qualche minuto per pavoneggiarsi e poi bloccalo quando avrà un attacco di megalomania e comincerà a ringraziare polizia, volontari, esercito, guidatori di autobus, guardie forestali o penintenziarie, vigili, vigili del fuoco, vigilantes e marescialli dei carabinieri in pensione come se fosse il presidente del Consiglio o della Repubblica.

venerdì 3 aprile 2009

Limoni e libertà



Ieri sera volevo vedermi un film e ho messo mano alla mia non piccola collezione. Ho cominciato con Passengers – Mistero ad alta quota. Film loffio, in cui sembrava tutto finto e hollywoodiano, storia, attori e perfino strade, case e macchine. La più finta di tutti sembrava la protagonista, Anne Hataway, notevolissima figlia di Dio, bella ma bella, ma del tutto poco credibile come terapista d'assalto. Dopo un po' mi sono stufato della salsa MacDonald's-hollywoodiana e sono passato al secondo titolo. Nella scena iniziale c'era un tizio con un coltellaccio enorme che squartava una ragazza incatenata. Cioè non si capiva se il tizio squartava proprio quella ragazza o un'altra, dato che i getti di sangue che schizzavano dappertutto rendevano difficile la comprensione della scena. Le disperate grida stereofoniche della fanciulla sgozzata, chiunque fosse, non ti facevano capire meglio. Mi sono detto: ancora non ci siamo. E sono passato al terzo titolo. Non avevo nessuna speranza che mi sarebbe piaciuto, dato che un film intitolato Il giardino di limoni di solito non stimola la mia cupidigia cinematografica. Errore. Ho cominciato vederlo e ho capito che non avrei potuto staccarmi dalla sedia fino alla parola fine. Questo film era l'esatto contrario del primo. Vero dove quello era falso. Veri i luoghi, tra Palestina e Israele, in cui era ambientato, vere le facce delle persone, vere le macchine e le strade, vero, verissimo, soprattutto il giardino dei limoni.