Visualizzazione post con etichetta Cinema e televisione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinema e televisione. Mostra tutti i post

lunedì 10 marzo 2014

Catherine Deneuve festeggia i settant’anni svestita

cate2 Catherine Deneuve ha festeggiato i settant’anni facendosi fotografare svestita, all’incirca in occasione della festa della donna. I mezzi di informazione, soprattutto i telegiornali di prima serata, hanno commentato la scelta della nota attrice francese esprimendo grossomodo tre giudizi, più o meno in quest’ordine: a) Catherine è ancora una donna bella e affascinante; b) Catherine ha avuto coraggio; c) Catherine ha fatto bene. Commenteremo poi i giudizi dei mezzi di informazione e se avremo tempo ci faremo pure qualche domanda sull’informazione da regime Volemosebbene (molti pensano che prima o poi sarà una guerra atomica a finirci, ma probabilmente la melassa del politicamente corretto otterrà lo stesso risultato con molto anticipo).

mercoledì 23 ottobre 2013

Padroni e servi sullo schermo

Gosford ParkGosford Park è un film di Robert Altman del 2001. Racconta la vita in una villa di campagna inglese nel 1932. Ci sono una battuta di caccia e un omicidio con relative indagini, ma la forza straordinaria del film è nel descrivere le vite dei padroni e della servitù, divise da un muro sociale molto più imponente e spietato di quello di Berlino. Di qua signoreggiano i nobili (o i ricchi, c’è anche un produttore cinematografico americano cooptato dalla classe dorata inglese a causa, evidentemente, del cospicuo conto in banca): viziati, arroganti, vuoti, sleali, stupratori, non solo figurativamente, della servitù; di là aleggiano i domestici, in un mondo del tutto separato, senza alcuna possibilità di vera comunicazione con l’altro mondo se non a letto (il padrone si sollazza con la servetta finché non si stanca o la esilia a causa di gravidanze indesiderate). I nobili (e ricchi) vivono la loro vita come se la servitù fosse invisibile e nemmeno appartenente al genere umano. I domestici sognano il mondo scintillante dei loro padroni, aspirano a condividerne un brandello sia pure infinitesimale, e in ogni modo giudicano già appagante ammirare da lontano i fasti delle classi alte. La vita dei nobili per la servitù, con qualche lodevole eccezione, è come un film affascinante (e vagamente pornografico nella sua perversità sociale). Guardare quel film pornografico sembra dare significato alla vita di un antico domestico.

domenica 25 agosto 2013

Arriva un cavaliere libero e selvaggio

05-1141994_0x420“Arriva un cavaliere libero e selvaggio” è stato per anni il titolo del mio blog e, come qualche volta avevo spiegato, così si chiamava un film del 1978, un western atipico ambientato durante la seconda guerra mondiale o giù di lì. Per anni ho cercato di rivedere il film senza riuscirci. Ricordavo vagamente la protagonista Jane Fonda e il fatto che insieme ai cavalli tipici del West si vedessero automobili e magari anche aerei. Ricordavo anche che il cattivo, un gran bel cattivo, Jason Robards, aveva avuto una relazione ambigua con la Fonda e ora voleva mettere le mani su tutto il piatto, prendersi la donna e le sue terre. Di recente ho finalmente potuto rivedere il film. E sono stato contento di notare il mio blog aveva avuto il titolo di una bella storia.

sabato 22 settembre 2012

Prendi la donna e scappa - I finali dei film

KING_KONGIn quasi ogni film, si sa, c’è un uomo alle prese con una signora o fanciulla e spessissimo le azioni dei personaggi sono motivate dal conoscere, conquistare o sottrarre agli altri quella signora o fanciulla. Vediamo i principali epiloghi cui vai incontro sul grande schermo incappando nella bella di turno.

1. Arraffi la donna e scappi. Il lieto fine è un epilogo diffusissimo. Prendono la donna e scappano (o restano) sia Dustin Hoffman nel Laureato che Daniel Day-Lewis nell’Ultimo dei Moicani. A volte la donna che arraffi ha qualche parte meccanica e anzi non è per niente una donna, come nel caso della Replicante Sean Young in Blade Runner, ma Harrison Ford sembra pensare che, vera o sintetica, una donna è sempre una donna.

2. Lasci la donna e fai il grand’uomo. Humphrey Bogart rinuncia a partire da Casablanca con Ingrid Bergman per favorire la resistenza al nazismo e il futuro della bella e impossibile compagna.

mercoledì 15 febbraio 2012

Schettino vince il festival di Sanremo

sanremo2012-celentano-morandi-2-primaSanremo è un programma benemerito che dovrebbero vedere tutti, perché ci fa capire esattamente cos’è l’Italia e come è strutturata. Sanremo è anche di più, è uno specchio di questo Paese e lo riflette meglio di qualsiasi altro specchio. Se vogliamo capire la storia d’Italia, dobbiamo assolutamente guardare Sanremo, cosa che ho fato ieri sera. Non c’è dubbio che la storia recente di questa nazione sia stata dominata da due figure: un ex presidente del consiglio per così dire allegro e il comandante di una nave crociera affondata circa un mese fa. Queste due figure, l’ex presidente del consiglio e il comandante della nave crociera, avevano in comune molte cose tra cui una in particolare: erano entrambe poste ai vertici della società pur avendo come massimo talento il fatto di sembrare usciti da un film: da un film di Alberto Sordi, per quanto riguarda l’ex presidente del Consiglio, e da un film di Totò, per la parte del comandante Schettino.

venerdì 27 gennaio 2012

La vastità di Melancholia

MelancholiaUn paio di giorni fa ho visto un film che mi ha lasciato senza fiato. Mi sarà capitato pochissime volte e ora non ne ricordo nemmeno una. Era seduto sul divano con le luci spente e correvano i titoli di coda del film e io me ne stavo a guardare lo schermo nero come un pugile al tappeto che osserva l’arbitro che alza il braccio all’avversario che lo ha steso. Mi sentivo veramente a disagio e per un po’ ho pensato che avessi mangiato troppo e male, il che di notte non manca di agitarmi. Poi ho capito che era stato il film a inchiodarmi sul divano con quella sensazione di vuoto dentro. Ho cercato di capire meglio il mio stato d’animo. A che cosa assomigliava? Ci ho pensato a lungo e alla fine ho capito: mi sentivo leggero come quando hai evitato per un pelo di farti mettere sotto da un camion mentre attraversavi la strada. Mi sono messo a ridere, ma ero proprio così che mi sentivo. Con difficoltà mi sono alzato dal divano e ho spento la televisione. Ho deciso di restare un po’ in piedi perché in quel momento di certo non avrei preso sonno.

sabato 4 giugno 2011

I colori degli anni Cinquanta

Fred e Leslie Caron
In questo post parleremo degli anni Cinquanta e lo faremo utilizzando soprattutto tre film che ho (ri)visto di recente. I film in alcuni casi mi hanno sorpreso e in altri hanno confermato ottimi ricordi.
I magnifici colori degli anni Cinquanta. La cosa che mi ha stupito sorpreso di più sono stati i bellissimi e accesi colori dei Cinquanta che ho potuto ammirare nel film Papà Gambalunga del 1955 con Fred Astaire. La copia del film finita in mano mia era in perfette condizioni, con una risoluzione e una resa cromatica assolutamente paragonabili ai film moderni. E’ stato un film pieno di sorprese, come dicevo. Primo, i colori della pellicola erano vividi, accesi, allegri, specie nella scuola frequentata da Leslie Caron, protetta e pupilla di Astaire, che poi finirà per farlo innamorare. Di solito pensiamo al decennio dei Cinquanta come un periodo cupo, noir, da guerra fredda in bianco e nero o con fotografie con colori appassiti, come quei vestitini da donna a fiori cosiddetti antichi. Qui era un tripudio di colori, di tinte accese, di rossi rossi e gialli gialli, di verdi e di luci.

mercoledì 18 maggio 2011

Dissolvenza in bianco

DISSOLVENZA IN APERTURA.
Esterno. Giorno. Panoramica della città in campo lungo.
Scorrono palazzi di costruzione nostrana, sullo sfondo il cupolone di San Pietro. Via alla colonna sonora. Niente di volgare e rumoroso, un tema raffinato ispirato a Ennio Morricone.
Esterno. Giorno. Strada cittadina.
CAMPO LUNGO su una strada centrale con tanti passanti. Le insegne luminose dei negozi e le auto nel traffico.
CARRELLATA IN AVANTI su: CAPITANO
Un uomo che cammina trafelato, come se fosse in ritardo a un appuntamento. In mano, un giornale e una borsa da lavoro. IL DETTAGLIO della scritta “Il mondo sta morendo senza nemmeno un funerale”

mercoledì 16 febbraio 2011

Sanremo per capire chi siamo

Sanremo è uno spettacolo che piaccia o no ci fa capire, molto più di un trattato sociologico, chi siamo e dove viviamo. Quindi l’ho visto. L’ho visto inoltre perché non c’era Pippo Baudo, verso il quale ho un’allergia insuperabile. Ecco alcune mie riflessioni su personaggi e situazioni della serata.
Antonella Clerici. Bovina, melensa, impaillettata a sproposito, ci ha torturato con una prolusione vomitevole in cui spiegava alla malcapitata figlia “Vedi, principessina, questo è il palco su cui la tua telecucinesca mammina impaillettata a sproposito ha mietuto tanti successi”. Ho letto che tra gli autori di Sanremo c’è Federico Moccia: se è vero, si sa di chi è stata l’idea.
Gianni Morandi. Sul palco appariva basso, vecchio, scalcinato, scarnificato e col viso tendente al teschio. Non sapeva parlare, non sapeva dire niente diverso dal banale, non sapeva ironizzare, non sapeva duettare con ospiti o vallette, non sapeva muoversi o esprimere un pensiero all’altezza del tuo vicino di casa, non sapeva fare assolutamente niente tranne suggerirci che lui sotto sotto era un simpaticone, dato che mezzo secolo fa la mamma lo aveva mandato a prendere il latte.

sabato 8 gennaio 2011

A me queste tre – Il cinema classico

Più di quattro anni fa avevo cominciato a scrivere una serie di post intitolati “A me queste tre” sulle mie attrici preferite delle varie epoche cinematografiche. Ne scrissi due, quelli dell’epoca moderna e intermedia, ma mi mancavano le Ammequestetré dei primordi del cinema. Pensavo che non avrei mai scritto l’articolo mancante, ma come mi capita non di rado mi sbagliavo. Le tre attrici di cui ho parlato e di cui parlerò non si distinguono necessariamente per la loro bravura nel recitare, anche se sono brave pure in quel campo, ma per il fatto di avermi fatto fantasticare per un periodo breve o lungo della mia vita. Mi hanno per così dire stregato in almeno un loro film e in almeno un loro film ho sognato di stringerle tra le braccia o di guadagnarmi il loro favore

domenica 25 luglio 2010

Hollywood party

- Benvenuto alla festa, Charlie, sei più in forma che nel tuo film più bello, Luci della città.

- Sei troppo buono con me, Capitano. Ma detto tra noi, il mio film più riuscito è stato La febbre dell’oro. In ogni caso è un onore per me essere al tuo party.

- Vatti a sedere con John Wayne ed Edward G. Robinson, Charlie. Lo vedi, John è quello che alza il gomito su quel divano mentre ride alle spiritosaggini di Katharine Hepburn.

- Ci vado subito. Magari questa è la volta che scopro che cosa significa quella dannata Gi di Robinson.

- Ehi, James, ti stai divertendo? Ho visto che ti cercava Alfred Hitchcock, penso che volesse dirti qualcosa del vostro film La finestra sul cortile. Ma dov’è finito, Alfred? Un attimo fa era lì insieme a Rita Hayworth e Bing Crosby. Rideva come un matto per una barzelletta di Johnny Weissmuller.

giovedì 18 febbraio 2010

Il boxeur e la ballerina

Ero adolescente e andavo pazzo per il cinema (il cinema mi piace ancora solo che non vado più a vederlo nelle sale). Era il periodo della Contestazione, io sognavo un po’ di diventare un grande rivoluzionario e un po’ mi vedevo nei panni dell’Uomo Ragno che salva la bella Gwen da qualche supercriminale alla Octopus (non c’erano ancora Spider-man e Mary Jane). Quando inclinavo verso il rivoluzionario, leggevo Paese Sera o La repubblica. Spesso preferivo Paese Sera, non da ultimo per le recensioni cinematografiche di Callisto Cosulich, il per me indimenticabile curatore e presentatore del ciclo di film su Billy Wilder nella Rai riformata. Cosulich era un critico vecchio stampo alla Claudio G. Fava, quelli con il calzino rigorosamente scuro fuoriuscente dalla gamba accavallata in poltrona che ti torturavano con dieci minuti di chiacchiere incomprensibili prima di farti finalmente occhieggiare sotto la gonna di Marilyn Monroe in bianco e nero. Di solito era serioso e palloso come i suoi colleghi di attività; però era uno innamorato del racconto cinematografico anche quando assumeva connotazioni di romanzo popolare.

In quanto aspirante (capo) rivoluzionario andavo al cinema d’essay ogni lunedì, preferibilmente dopo aver letto un articolo positivo di Callisto Cosulich su Paese Sera. Nella mia veste di Uomo Ragno salvatore di donzelle, tuttavia, cercavo di indirizzarmi sui titoli più avventurosi o romantici. Uno di questi lunedì Cosulich scrisse molto bene di un film che non aveva avuto un grande riscontro di pubblico, Il Boxeur e la ballerina.

venerdì 22 gennaio 2010

Hit Parade delle serie televisive

Stilo una mia personale classifica di serie televisive. Sono americane perché sono le sole serie che ho visto, sono drammatiche perché mi sono accorto di essere molto più portato al drammatico che non al comico. Guardo pure i telefilm comici quando mi capita, anche fatti bene come Friends, ma non li cerco mai.

Primo posto: il dottor House. Vidi per caso una puntata del dottor House e ne rimasi fulminato, soprattutto perché cercava di smontare una ragazzina con il cancro che tutti prendevano per coraggiosissima. Ho parlato qui di House. Amo la sua psicologia, il suo scetticismo sul mondo e su chi lo abita, amo il suo sputtanare i pazienti che mentono. Vado in brodo di giuggiole quando ascoltando tre parole e vedendo un viso per tre secondi giudica una persona alla perfezione. House è più o meno la personificazione della celebre frase di Andreotti “A pensar male si fa peccato, ma la si imbrocca quasi sempre”. O forse il medico più famoso della televisione riesce soltanto a vedere l’essere umano senza il sostrato di retorica che imbratta ogni cosa. La parte che mi piace meno è quella medica, che col tempo si fa ripetitiva e stucchevole.

venerdì 23 ottobre 2009

Tutti mentono al dottor House

L'anno scorso non so come mi trovai a vedere un telefilm. Era ambientato in un ospedale e mi sembrava la solita serie alla "E. R. Medici in prima linea". Insomma gli immancabili dottori filantropi usciti dalla penna di Cronin: una respirazione bocca a bocca qui, un'operazione a cuore aperto là e tante grazie signor dottore per aver salvato la vita alla mia bambina rischiando la sua. Niente di tutto questo. Il protagonista era un medico scettico sull'animo umano al limite del cinismo. Uno che detesta la gente, ne vede i molteplici difetti al primo sguardo, ne scandaglia le debolezze umane, le bugie, le piccolezze, gli inganni, i raggiri. Uno che con uno sguardo ti trapana l'anima e svela tutti i segreti che volevi tenere nascosti. Uno che con quello sguardo ti dice: non fare quella faccia da angioletto con me, ti conosco bene, non sei altro che un uomo. Questo medico era il dottor House.

mercoledì 21 ottobre 2009

I comici televisivi fanno ridere?

Di recente, per ragioni che esulano da questo post, mi sono domandato: ma i comici televisivi mi fanno ridere o no? Risponderò tra poco a questa domanda; per ora accenno al mio attuale rapporto con la televisione per inquadrare meglio l'argomento.

Dunque guardo poco la televisione. In realtà la guardo solo a pranzo e a cena, che cerco di far coincidere con i telegiornali pomeridiani e serali. A volte guardo qualche puntata del dottor House, se la trasmettono in orari decenti. Mi piaceva quando House era cattivo, ma ormai si sta rammollendo pure lui. Vedo pure le partite della nazionale e qualcosa di coppa dei Campioni se c'è una squadra italiana, se la trasmettono non a pagamento e se mi ricordo di farlo (eventi quasi impossibili da verificarsi insieme). Basta. Finito. Prima guardavo pure i film, ora me li vedo in dvd. Non ho mai visto una sola puntata di un reality show; detesto infine i programmi detti talk show, quelli in cui si parla di qualsiasi cosa dalla politica alla cucina.

Sui comici televisivi, ogni volta che ne incontro uno sul piccolo schermo mi parte il pulsante di cambio di canale. Sono del tutto incapace di seguire trasmissioni tipo Zelig, mi viene la depressione acuta quando avvisto uno che sale su un palco e parla di come lo hanno fregato bancomat, postamat o Matt Murdoch.

mercoledì 9 settembre 2009

Mike Bongiorno, fu vera gloria?

rai 45
Dunque nella ormai superclassica scenetta si vede Mina che balla con quattro presentatori dell'epoca: Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Enzo Tortora e Corrado. Si sarebbero potuti aggiungere pure Alberto Lupo e qualcun altro e non sarebbe cambiato il senso delle nostre prossime riflessioni. Cerchiamo di capire cosa accomunava i quattro presentatori ospiti di Mina. A prima vista sembrerebbero personaggi molto diversi dal punto di vista intellettuale e caratteriale (e il meno dotato sembra proprio Mike). Tortora è aristocratico e freddo, Baudo ciarliero e accentratore, Corrado l'amico di chiacchiere davanti al camino, Bongiorno il distillatore di allegria casereccia. I quattro improvvisati compagni di ballo di Mina (e gli altri che vi si sarebbero potuti aggiungere) sono accomunati dal fatto di avere successo. Ma un successo speciale. Cioè il tipo di successo che dura fino al famigerato Oltre Mezzo Secolo, come nel caso di Mike Bongiorno. Il successo che ti accompagnerà per sempre a meno di non essere interrotto da circostanze eccezionali (la morte prematura di Corrado o di Alberto Lupo e l'assurdo caso giudiziario di Enzo Tortora). Domanda: perché quei personaggi erano destinati a un tale e ininterrotto favore popolare, al mitico successo dell'Oltre Mezzo Secolo? Perché erano bravi? Forse. Perché erano simpatici? Può darsi. Però forse la spiegazione è molto più semplice. Magari erano destinati ai trionfi dell'Oltre Mezzo Secolo unicamente perché erano lì. Perché erano in televisione. Nella sola televisione esistente all'epoca. C'erano solo loro e nessun altro.

martedì 21 aprile 2009

Che Guevara sull’isola di Lost


Rieccomi al timone della disagiata nave dell'Ultimo uomo sulla terra. In questo periodo ho visto un film e una serie televisiva di cui parlerò.

Che – L'argentino. Dopo anni di astinenza ho visto un film in una sala cinematografica: la storia di Che Guevara raccontata dal regista Steven Soderbergh e interpretata da Benicio del Toro. Avevo letto che si trattava di un film non retorico sulla vita del più famoso eroe del ventesimo secolo ed ero curioso di vedere come si fa a fare un film non retorico quando hai a che fare con un personaggio che nell'immaginario collettivo sembra un pastore da presepio o una macchietta da teatro dei pupi. Mi pareva che solo un genio potesse riuscire nell'impresa di fare un film nello stesso tempo appassionante e fuori dai cliché hollywoodiani alla I diari della motocicletta (film gradevole anche se puzza di artificiosità). Mi pareva che la materia cinematografica ti presentasse trappole e tranelli dovunque e che sarebbe stato quasi impossibile per chiunque non farsi esplodere tra le mani uno o più candelotti di dinamite del fumettistico e dell'agiografia. Avevo abbastanza ragione. Che – L'argentino cerca di sfuggire alla retorica adoperando due artifici: la noia declamatoria e il documentarismo gravato da flashback. La noia declamatoria è concentrata perlopiù su un'intervista che Che Guevara concesse alla televisione statunitense nel 1964, in cui gli facevano domande che suonavano come: qual è la qualità principale di un rivoluzionario? Quesiti a cui un tipo lievemente ridicolo mascherato da Che Guevara, con sigaro, basco, barba rivoluzionaria, tuta mimetica, stivaloni, rispondeva ammannendo al pubblico televisivo perle riflessive come: L'amore è il fulcro delle rivoluzioni.

venerdì 3 aprile 2009

Limoni e libertà



Ieri sera volevo vedermi un film e ho messo mano alla mia non piccola collezione. Ho cominciato con Passengers – Mistero ad alta quota. Film loffio, in cui sembrava tutto finto e hollywoodiano, storia, attori e perfino strade, case e macchine. La più finta di tutti sembrava la protagonista, Anne Hataway, notevolissima figlia di Dio, bella ma bella, ma del tutto poco credibile come terapista d'assalto. Dopo un po' mi sono stufato della salsa MacDonald's-hollywoodiana e sono passato al secondo titolo. Nella scena iniziale c'era un tizio con un coltellaccio enorme che squartava una ragazza incatenata. Cioè non si capiva se il tizio squartava proprio quella ragazza o un'altra, dato che i getti di sangue che schizzavano dappertutto rendevano difficile la comprensione della scena. Le disperate grida stereofoniche della fanciulla sgozzata, chiunque fosse, non ti facevano capire meglio. Mi sono detto: ancora non ci siamo. E sono passato al terzo titolo. Non avevo nessuna speranza che mi sarebbe piaciuto, dato che un film intitolato Il giardino di limoni di solito non stimola la mia cupidigia cinematografica. Errore. Ho cominciato vederlo e ho capito che non avrei potuto staccarmi dalla sedia fino alla parola fine. Questo film era l'esatto contrario del primo. Vero dove quello era falso. Veri i luoghi, tra Palestina e Israele, in cui era ambientato, vere le facce delle persone, vere le macchine e le strade, vero, verissimo, soprattutto il giardino dei limoni.

giovedì 15 gennaio 2009

Apologia del lieto fine

Inizia il film. Lui è un musicista da strada irlandese, a metà tra Umberto Tozzi da giovane e Jon Voight in Un uomo da marciapiede. Fa musica da cantautore di vena melodica, ispirata dalla ragazza che lo ha lasciato e da cui è ancora preso. Lei è un’immigrata della repubblica Ceca che suona il piano con un’impostazione classica, padre suicida, vende fiori per strada come nei film di Chaplin. Una sera lo sente cantare e gli dice che è bravo allungandogli ben dieci centesimi nella custodia di chitarra che fa da portaofferte. Gli chiede della donna ispiratrice delle canzoni, lui risponde di malavoglia e io a dire: mi raccomando, non fare lo stronzo, non fartela scappare, dove la trovi un’altra ragazza come questa? E’ simpatica, gentile e sa pure suonare il piano, lo sappiamo tutti che tra poco finirete a suonare insieme, tu a schitarrare come il l pazzo che sei e lei che ti fa il controcanto e splendidi arrangiamenti alla Mendelsshon, ti prego, non fare cazzate, cantautore da strada, prendi questa ragazza e scappa via.

mercoledì 10 dicembre 2008

Rivoluzione alla Rai

Questa è una trasmissione speciale e chi vi parla è stato incaricato dal comitato rivoluzionario di leggere il volantino numero uno. La Rai, Radio Televisione Italiana, non esiste più. Oggi l'Esercito per la Liberazione dalla Cialtroneria Televisiva ha occupato la sede di Saxa Rubra e ogni altra sede dell'ente nazionale radiotelevisivo e ne ha preso la direzione.

Il primo provvedimento emanato dal comitato rivoluzionario è stato di licenziare tutti i dipendenti della Rai assunti in seguito a raccomandazione politica o parentale, cioè la totalità dei dipendenti della Rai.

Ecco nello specifico le deliberazioni per alcuni personaggi.

Alba Parietti, Simona Ventura, saranno vendute agli ultimi cannibali di Papua Nuova Guinea, i quali hanno già fatto sapere che pagheranno solo la carne e non il silicone, risparmiando quindi i due terzi sul prezzo d'acquisto delle due showgirl.

Pupo farà il buffone alla corte di Bin Laden e del suo secondo al-Zawahiri, che hanno comunicato che taglieranno al noto cantante un dito o altre appendici corporee ogni volta che intonerà "Gelato al cioccolato", anzi ogni volta che canterà qualsiasi cosa, anzi ogni volta che aprirà bocca.