
“Impossibile, impossibile!” esclamò spaventata Emma osservando lo sconosciuto in cilindro e redingote che l’aveva appena salvata dall’arresto. Aveva le gambe di gelatina e sentì peggiorare i problemi di respirazione causatile dal corpetto assassino. Una delle tante carrozze che sfrecciavano ai lati della strada spruzzò schizzi di fango che lambirono la balza di taffettà della sua monumentale crinolina. No, non le sembrava impossibile lo sferragliare di carri e carriaggi in una strada che avrebbe dovuto ospitare rombanti automobili e autobus incatenati nel traffico. Non trovava assurdi i richiami di antichi caldarrostai o acquaioli che sostituivano le suonerie pacchiane dei cellulari o gli echi dell’ultimo successo di Shakira. No, ciò che ora trovava impossibile non era dovuto all’impazzimento del mondo, ma a qualcosa che vedeva sul viso e negli occhi del suo salvatore.
Si voltò intorno. I passanti in tenuta ottocentesca non le badavano, sembravano considerarla un elemento del loro mondo, una Jane Eyre o una Signora delle Camelie meno appariscente. Gli unici che all’apparenza nutrivano dubbi verso lei erano i due gendarmi che avevano tentato di arrestarla, i quali la sbirciavano da un angolo di via come in attesa di ripetere l’operazione sventata dal signore in cilindro. Solo in quell’istante rifletté che lei in quel mondo alieno non avrebbe saputo procurarsi nemmeno un tozzo di pane, azione probabilmente per nulla facile da attuare in mancanza di assistenza sociale e con lo spettro della carestia sempre in agguato. “Scusatemi signora”, disse l’uomo in cilindro, “forse mi prenderete per un maleducato o peggio, ma non riesco a smettere di guardarvi. E’ forse questo che vi imbarazza?”
“No, è che mi sono ricordata dove vi ho già visto. Io credo di conoscervi. Forse vi ho incontrato in… ehm, un altro mondo.
“Volete dire all’estero? L’altro anno ho visitato il Granducato di Toscana e...”
“No, io parlo di un mondo molto più lontano.”
D’un tratto Emma non si vide più in quella pittoresca strada dei tempi andati, ma nella seconda C della scuola media Francesco Solimene dove insegnava, due secoli nel futuro, italiano e latino. Chiuse gli occhi per un attimo. Ecco i suoi studenti di quella scuola napoletana di periferia seduti nei banchi, mentre lei è assisa in cattedra con il registro di classe in mano. I suoi studenti sono nervosi, guardano altrove come per sfuggire all’interrogazione con quell’espediente. Emma è dispiaciuta. Non vorrebbe essere percepita così severa, vorrebbe essere per i suoi alunni un’amica come lo è Elsa, la mielosa e scosciata professoressa di inglese. Ma anche se ha tentato varie volte di addolcire la sua immagine, i suoi studenti la temono sempre e comunque. Però in quella seconda C non tutti evitano di guardarla. C’è quel ragazzino con i capelli rossiccio castano seduto al secondo banco. Strizza gli occhi da miope, però non porta le lenti perché si vergogna. Anche lui non vorrebbe essere interrogato, anche se a scuola va bene, ma continua a fissarla. Solo ora Emma si accorge che quel suo allievo non la guarda come un allievo fa con un’insegnante.
“Perché sorridete?” le chiese preoccupato il signore in cilindro quando lei riaprì gli occhi.
“Scusate, è che voi somigliate a un mio allievo. In effetti sembrate la sua perfetta copia da adulto. Avete un neo nello stesso punto della faccia e addirittura lo stesso vezzo di massaggiarvi l’angolo dell’occhio con unpolpastrello.”
“Che cosa curiosa. Come si chiama, questo vostro allievo?”
“Francesco.”
“Davvero strano! Anch’io mi chiamo così. Quanti anni ha il vostro giovane amico?”
“Solo dodici.”
“Sono abbastanza per avere sogni e qualche volta pure per realizzarli”.
Emma avrebbe voluto chiedere al suo interlocutore spiegazioni su quelle parole, ma proprio in quel mentre fu urtata da un passante con uno strano copricapo a tricorno che quasi la mandò a gambe all’aria. “Quanto credi che costi realizzare un sogno, Emma?” le sussurrò in un orecchio l’irruente viandante mentre la aiutava a mantenere l’equilibrio. Il passante con il tricorno era il barbone che dormiva ubriaco nel vicolo del ventunesimo secolo lasciato mezz’ora prima. Lo stesso personaggio che le aveva chiesto di fare una scelta irrinunciabile davanti alla porta temporale.
L’istante dopo l’ex barbone e il suo bizzarro tricorno si erano dissolti nella folla dei passanti che sciamava su quel tratto di strada. Prima di sparire però il suo interlocutore le aveva messo qualcosa in mano. Era una moneta bicolore da un euro, la stessa moneta che lei aveva regalato al presunto barbone in un vicolo più vecchio di due secoli. Il gentiluomo che l’aveva salvata dall’arresto somigliava più che mai al suo allievo di un altro mondo e la guardava con la stessa intensità. Lei sorrise e lui le sorrise. Lei lo guardò e lui non smise di guardarla. “Scusatemi, Francesco, posso farvi una domanda sciocca? Quanto credete che costi realizzare un sogno?” Lanciò la moneta da un euro a mendicante che tendeva una mano verso i passanti. Il mendicante osservò perplesso la moneta per qualche secondo e infine la buttò via come se fosse una patacca. "Perché ridete?" disse il suo cavaliere porgendole il braccio.
"Pensavo che l'Ottocento non è poi malaccio. A proposito, mi chiamo Emma.”
“Sì, lo sapevo.” Era strano, per la prima volta dal loro incontro il suo cavaliere la guardò come se la conoscesse da tempo.



