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lunedì 11 giugno 2007

L'amore abita negli occhi - quarta e ultima puntata


Quarta puntata

Impossibile, impossibile!” esclamò spaventata Emma osservando lo sconosciuto in cilindro e redingote che l’aveva appena salvata dall’arresto. Aveva le gambe di gelatina e sentì peggiorare i problemi di respirazione causatile dal corpetto assassino. Una delle tante carrozze che sfrecciavano ai lati della strada spruzzò schizzi di fango che lambirono la balza di taffettà della sua monumentale crinolina. No, non le sembrava impossibile lo sferragliare di carri e carriaggi in una strada che avrebbe dovuto ospitare rombanti automobili e autobus incatenati nel traffico. Non trovava assurdi i richiami di antichi caldarrostai o acquaioli che sostituivano le suonerie pacchiane dei cellulari o gli echi dell’ultimo successo di Shakira. No, ciò che ora trovava impossibile non era dovuto all’impazzimento del mondo, ma a qualcosa che vedeva sul viso e negli occhi del suo salvatore.
Si voltò intorno. I passanti in tenuta ottocentesca non le badavano, sembravano considerarla un elemento del loro mondo, una Jane Eyre o una Signora delle Camelie meno appariscente. Gli unici che all’apparenza nutrivano dubbi verso lei erano i due gendarmi che avevano tentato di arrestarla, i quali la sbirciavano da un angolo di via come in attesa di ripetere l’operazione sventata dal signore in cilindro. Solo in quell’istante rifletté che lei in quel mondo alieno non avrebbe saputo procurarsi nemmeno un tozzo di pane, azione probabilmente per nulla facile da attuare in mancanza di assistenza sociale e con lo spettro della carestia sempre in agguato. “Scusatemi signora”, disse l’uomo in cilindro, “forse mi prenderete per un maleducato o peggio, ma non riesco a smettere di guardarvi. E’ forse questo che vi imbarazza?”
“No, è che mi sono ricordata dove vi ho già visto. Io credo di conoscervi. Forse vi ho incontrato in… ehm, un altro mondo.
“Volete dire all’estero? L’altro anno ho visitato il Granducato di Toscana e...”
“No, io parlo di un mondo molto più lontano.”

D’un tratto Emma non si vide più in quella pittoresca strada dei tempi andati, ma nella seconda C della scuola media Francesco Solimene dove insegnava, due secoli nel futuro, italiano e latino. Chiuse gli occhi per un attimo. Ecco i suoi studenti di quella scuola napoletana di periferia seduti nei banchi, mentre lei è assisa in cattedra con il registro di classe in mano. I suoi studenti sono nervosi, guardano altrove come per sfuggire all’interrogazione con quell’espediente. Emma è dispiaciuta. Non vorrebbe essere percepita così severa, vorrebbe essere per i suoi alunni un’amica come lo è Elsa, la mielosa e scosciata professoressa di inglese. Ma anche se ha tentato varie volte di addolcire la sua immagine, i suoi studenti la temono sempre e comunque. Però in quella seconda C non tutti evitano di guardarla. C’è quel ragazzino con i capelli rossiccio castano seduto al secondo banco. Strizza gli occhi da miope, però non porta le lenti perché si vergogna. Anche lui non vorrebbe essere interrogato, anche se a scuola va bene, ma continua a fissarla. Solo ora Emma si accorge che quel suo allievo non la guarda come un allievo fa con un’insegnante.
“Perché sorridete?” le chiese preoccupato il signore in cilindro quando lei riaprì gli occhi.
“Scusate, è che voi somigliate a un mio allievo. In effetti sembrate la sua perfetta copia da adulto. Avete un neo nello stesso punto della faccia e addirittura lo stesso vezzo di massaggiarvi l’angolo dell’occhio con unpolpastrello.”
“Che cosa curiosa. Come si chiama, questo vostro allievo?”
“Francesco.”
“Davvero strano! Anch’io mi chiamo così. Quanti anni ha il vostro giovane amico?”
“Solo dodici.”
“Sono abbastanza per avere sogni e qualche volta pure per realizzarli”.

Emma avrebbe voluto chiedere al suo interlocutore spiegazioni su quelle parole, ma proprio in quel mentre fu urtata da un passante con uno strano copricapo a tricorno che quasi la mandò a gambe all’aria. “Quanto credi che costi realizzare un sogno, Emma?” le sussurrò in un orecchio l’irruente viandante mentre la aiutava a mantenere l’equilibrio. Il passante con il tricorno era il barbone che dormiva ubriaco nel vicolo del ventunesimo secolo lasciato mezz’ora prima. Lo stesso personaggio che le aveva chiesto di fare una scelta irrinunciabile davanti alla porta temporale.
L’istante dopo l’ex barbone e il suo bizzarro tricorno si erano dissolti nella folla dei passanti che sciamava su quel tratto di strada. Prima di sparire però il suo interlocutore le aveva messo qualcosa in mano. Era una moneta bicolore da un euro, la stessa moneta che lei aveva regalato al presunto barbone in un vicolo più vecchio di due secoli. Il gentiluomo che l’aveva salvata dall’arresto somigliava più che mai al suo allievo di un altro mondo e la guardava con la stessa intensità. Lei sorrise e lui le sorrise. Lei lo guardò e lui non smise di guardarla. “Scusatemi, Francesco, posso farvi una domanda sciocca? Quanto credete che costi realizzare un sogno?” Lanciò la moneta da un euro a mendicante che tendeva una mano verso i passanti. Il mendicante osservò perplesso la moneta per qualche secondo e infine la buttò via come se fosse una patacca. "Perché ridete?" disse il suo cavaliere porgendole il braccio.
"Pensavo che l'Ottocento non è poi malaccio. A proposito, mi chiamo Emma.”
“Sì, lo sapevo.” Era strano, per la prima volta dal loro incontro il suo cavaliere la guardò come se la conoscesse da tempo.

lunedì 18 settembre 2006

L'arresto - terza puntata


Terza puntata
“Lasciate andare subito quella signora, ho detto!” Frastornata, Emma si stupiva che non fosse ancora svenuta. Perché si vedeva accerchiata da cappelli a cilindro e crinoline e non da cellulari con la videocamera e da piercing infilati fin nelle chiappe? Perché gli unici cavalli visibili erano quelli aggiogati alle numerose carrozze e carrette e non quelli dei motori delle automobili imprigionate nel traffico? E che dire degli schiocchi di frusta che rintronavano nell'aria al posto delle suonerie da cellulare tratte dai film di James Bond?
Si morse le labbra per mantenersi vigile perché si rese conto che perdendo i sensi ora non si sarebbe svegliata più. “Sto parlando con voi, signori, lasciatela andare!” disse autoritaria la voce di prima.

Emma sentì allentarsi la presa sulle braccia, anche se le antiquate divise non si allontanarono. Il dannato corpetto che la tormentava dalla sua venuta in questo mondo attenuò la presa sul torace abbastanza da farle mandare giù alcuni provvidenziali sorsi d’aria. Ecco, finalmente mise a fuoco l’uomo che aveva parlato. Era alto, tranquillo, si era messo sul cammino dei due gendarmi e non sembrava intenzionato a liberare il passaggio. Redingote e cappello a cilindro di raffinata fattura, insieme con le ghette e l’elegante bastone da passeggio, lo qualificavano come un personaggio non da poco. Negli occhi fieri dell’uomo, nessun segno della deferenza o del timore che le uniformi degli sbirri suscitavano nei passanti, alcuni dei quali si erano fermati per osservare la scena. Parcheggiata sul bordo della strada, una lucida carrozza con il portello aperto, con tutta evidenza la vettura da cui era sceso l'individuo lì davanti.
“Liberate il passaggio, signore, se non volete subirne le conseguenze.” L'interessato accolse l’intimazione del gendarme come se provenisse da un lacché con manie di grandezza. Non era preoccupato neanche il cocchiere della carrozza aperta, abbigliato in pompa magna, quasi che il suo principale si scontrasse ogni giorno con le forze dell’ordine.

Emma fu presa da uno dei frequenti capogiri degli ultimi tempi. Da quando aveva superato la porta temporale che l’aveva condotta in questo assurdo mondo di Jean Valjean e conti di Montecristo il nonsenso spadroneggiava, ma la scena attuale era la più indigesta per la sua povera mente. Perché quell’uomo ben vestito interveniva in difesa di una sconosciuta? E soprattutto, perché il suo viso le pareva familiare? Come poteva averlo già visto prima se non era mai stata in questo Ottocento alieno? Nel frattempo i curiosi si erano radunati in una piccola folla, tanto che qualche passante per procedere doveva abbandonare la sicurezza del marciapiede e avventurarsi sulla strada dove le carrozze continuavano a slanciarsi alla massima velocità. Gli sbirri impugnarono i fucili puntandoli contro l’importuno postosi sul loro cammino; braccia e mani vibravano tanto che un colpo accidentale sarebbe potuto partire da un momento all’altro. L’uomo con il cappello a cilindro nondimeno non manifestava inquietudini. Emma lo vide estrarre dal gilet un orologio da tasca e consultarlo. “Se smettete di importunare subito questa signora e le porgete le vostre sincere scuse eviterò che questo spiacevole episodio giunga all’orecchio di sua eccellenza il capo della polizia.”
Le ultime parole scatenarono un acceso mormorio nella folla in attesa di emozioni. Alcuni uomini in abiti popolani parlavano in fretta e facevano passare monete di mano in mano come se scommettessero sull’esito della disputa. Non ci volle molto a risolvere i dubbi dei curiosi, perché i due gendarmi dopo qualche istante si rimisero i fucili in spalla. Emma ascoltò scuse così imbarazzate da risultare incomprensibili e notò che gli uomini in divisa si allontanavano tra gli sberleffi della folla e le imprecazioni degli scommettitori perdenti. La gente prese a disperdersi. Emma si sentì leggera e grata mentre fissava l’uomo con il cappello a cilindro e il bastone d’argento. Ancora una volta provò una sensazione di familiarità. Lei conosceva quell’uomo. Ne era certa. Lo aveva visto molte volte. Ma dove, se non era mai stata in questo mondo?
Il gentiluomo le indicava qualcosa e solo allora Emma capì che la stava invitando a entrare nella sua carrozza. Dove lo aveva già visto? Ma si rese conto che la domanda da farsi era un’altra: dove lo sconosciuto aveva già visto lei?

lunedì 19 giugno 2006

La prigioniera dei sogni - seconda puntata


Seconda puntata
Emma sorrideva molto meno nel mondo nuovo e incredibile che aveva raggiunto. La strada lastricata che costeggiava il marciapiede era un continuo rintronare di zoccoli equini e di ruote scricchiolanti di carrozze e di carrette piene di ortaggi o fieno. Dovunque cocchieri in livrea con tiri da due o da quattro pretendevano strada imprecando, mentre i malvestiti conducenti di veicoli più lenti imprecavano a loro volta cedendo il passo al rango superiore di chi sopravveniva.
Venditori improvvisati ingombravano i marciapiedi offrendoti qualsiasi cosa dalle mele lustre a stoffe spacciate per esotiche. L’immagine più assurda di tutte a Emma pareva quella di un vecchio armato di paletta che in strada recuperava gli escrementi dei cavalli riponendoli in un carrettino con la cura di un orefice. Ogni rumore risuonava con un timbro sinistro e a peggiorare il quadro contribuiva l’abbigliamento dei passanti. Gli uomini talvolta portavano monocoli e basettoni congiunti ai baffi sotto cappelli altissimi. Le donne rispondevano con gonne monumentali e ridicoli cappellini piumati che nessuna femmina sana di mente avrebbe osato indossare dopo la caduta di Napoleone III.

E poi naturalmente c'era il tormento del busto strettissimo. Ogni respiro le costava un tale strazio che si meravigliava sempre che non fosse l’ultimo. Ormai boccheggiava, era certa che da un momento all’altro le stecche di balena del corpetto assassino avrebbero stroncato le sue povere costole di donna moderna. Avendo in mano un coltello, lo avrebbe utilizzato per liberarsi dalla prigione di stoffa che, ormai ne era sicura, l’avrebbe condotta nell’aldilà a breve. Come se non bastasse l’ampio abito di velluto pesava quanto una tuta da astronauta e i mutandoni del sottogonna le pizzicavano le cosce in punti da non citare nemmeno in mondi più vecchi di uno o due secoli.
Scacciò con una mano un gruppetto di mendicanti ragazzini, sempre più a disagio. Lei non sapeva niente di questo assurdo mondo di carrozze e donne in crinolina anche se si era illusa di conoscerlo leggendo i romanzi di Jane Austen, Walter Scott e Stendhal. Bastava questo per dichiararsi uno spirito dell’Ottocento e non del ventunesimo secolo? Bastava non aver mai preso la patente o detestare i computer? Bastava definirsi signorina e non signora quando la interpellavano o aver recitato ai suoi studenti “Il cinque maggio” con uno stile a metà tra Gassman e Carmelo Bene?

Tornò indietro quasi inciampando nella balza di satin che spolverava il fondo stradale. Individuò il punto esatto in cui aveva mosso i primi passi sul marciapiede e… la porta verde che collegava due mondi e due secoli era sparita. Ricordò le parole apocalittiche udite nel superare l’uscio temporale. “Fa’ la tua scelta, dopo non sarà più possibile tornare indietro”.
Piangendo prese a pugni le pietre grigie del muro che la imprigionava in un mondo che non capiva e da cui non era capita. Ancora con gli occhi lucidi raggiunse un passante con cappello a cilindro e ghette ai piedi. “Chiedo scusa, signore, in che anno siamo?”
Il signore non fiatò. La scostò in malo modo e si allontanò con un passo svelto adatto a una fuga.
Emma ripeté la domanda ad altri viandanti, ma smise notando l'assenza di risposte e gli sguardi preoccupati che suscitava. Il cuore le salì in gola quando si sentì poggiare una ruvida mano su una spalla.

Sapeva di doversi mostrare disinvolta davanti alle sgargianti divise d’epoca dei due gendarmi che la fronteggiavano accigliati. Ma la paura e l’inadeguata circolazione sanguigna dovuta al corpetto funesto le avevano tolto ogni energia.
“Non vogliamo vagabondi, ladri o peggio meretrici in questa parte della città.”
Fremette di indignazione per l’ultima accusa ricevuta, ma ancora una volta la lingua si rifiutò di assecondare la sua aspirazione alla parola. La cosa migliore da fare le sembrò sistemarsi il ridicolo cappellino che pencolava sulla nuca. Dopo altre domande rimaste senza risposta, i gendarmi la afferrarono trascinandola con loro.
Emma comprese che il sogno della sua vita si trasformava nel peggiore incubo. Si vide interrogata di malagrazia da sbirri vecchio stampo con nessuna predisposizione alla tolleranza umana. L’avrebbero dichiarata vagabonda, criminale o pazza. E aveva letto abbastanza libri e romanzi d’epoca classica per sapere che non avrebbe resistito a lungo in qualsiasi prigione o manicomio l’avessero rinchiusa.
Stava quasi per venire meno, quando echeggiò una voce forte e autoritaria: "Lasciate andare subito quella signora!”.

martedì 30 maggio 2006

La scelta di Emma - prima puntata


Prima puntata
“Scegli!” Emma sobbalzò nel vicolo rischiando di far cadere la copia dell’Iliade che leggeva come faceva di solito nel tratto di strada da scuola a casa.
Si voltò intorno, ma il vicolo, caso strano, era deserto. Per un attimo pensò che la voce udita appartenesse a uno degli studentelli scostumati a cui cercava di insegnare, se non l’italiano e la storia, almeno le buone maniere. Eppure in giro non si vedeva nessuno di quegli sciagurati. E soprattutto non echeggiava nessuna delle offese con cui la bersagliavano di nascosto, le più fantasiose delle quali erano insulsaggini come zitella, scorfano o mummia.
Scegli, Emma!” Stavolta lei tremò tanto che il volume omerico precipitò sul selciato lurido del vicolo. La voce era molto più forte e inquietante. Pareva provenire da nessuna direzione e da tutte e, soprattutto, pareva emessa da una gola disumana.

Fuggire a gambe levate? L’avrebbe fatto se la paura o meglio il panico non l’avessero pietrificata. Infilò una mano nervosa nella borsa. Ma le uniche armi con cui fronteggiare un’aggressione erano un testo sull’epica cavalleresca carolingia e un saggio sulla letteratura romantica.
“Scegli, Emma!” La voce ormai aveva la potenza vocale di un coro di valchirie wagneriane. Eppure, benché quelle parole fossero probabilmente udibili fino a piazza Plebiscito e alla Galleria Umberto I, il vicolo continuò a restare deserto.
A quel punto Emma si avvide che le stranezze di quel giorno non erano finite. Sul muro del vicolo era apparsa una porta verde che si stagliava sulle pietre ingrigite dal tempo. Udì strani e ripetuti suoni provenienti dalla porta, anche se sapeva che dietro quel muro c’era solo un edificio fatiscente abbandonato da decenni. Prima ancora di rendersene conto, capì di aver coperto i pochi passi che la separavano dal vistoso battente verde e di aver abbassato la maniglia di ottone lucido. Le ci volle qualche secondo per abituarsi al cambio di luminosità. Ma sapeva che non sarebbe bastata una vita intera per superare lo shock di quanto vide.

La porta nel vicolo dava su una strada del tutto invasa da carrozze e carri di ogni foggia. C’erano calessi, carrette piene di ortaggi, e la velocità di ogni singolo veicolo sembrava proporzionale al suo lusso e alla sua eleganza. Più lontani, uomini a cavallo avvolti in sgargianti uniformi antiquate. Nessuna automobile in vista per quanto si aguzzasse la vista.
I marciapiedi erano percorsi da gente in abiti antichi. Le donne indossavano cappellini piumati all'apparenza antecedenti alla salita al trono della regina Vittoria; e mostravano vite e busti esilissimi che sormontavano ampie gonne gonfiate da crinoline. Gli uomini avevano cappelli di forma cilindrica e redingote a doppio petto. Alcuni si appoggiavano con eleganza a bastoni dal pomello d’oro o d’argento. L’aria era percorsa da richiami di ogni genere di venditori, dalle merlettaie agli acquaioli ai caldarrostai.
Eppure la cosa più impressionante di tutte, si accorse Emma guardandosi, era ciò che capitava a lei stessa. Per osservare meglio, si era sporta. La metà del suo corpo situata nel mondo con le carrozze e i cappelli a cilindro era abbigliata con un vestito d’epoca, aderentissimo sul busto, con la sottana gonfia fino all’inverosimile e una corta mantellina che copriva l’ampia scollatura apparsale in questa sua mezza figura. La parte di lei rimasta nel vicolo era vestita con la solita tenuta zitellesca da professoressa di italiano delle scuole medie appassionata di classici.

Udì per l’ultima volta la stentorea voce che faceva vibrare il fondo stradale. “Devi scegliere il tuo mondo, Emma. O di qui o di là. Dopo non potrai più tornare indietro. Fa' la tua scelta."
Emma era confusa. Negli ultimi minuti aveva visto cose che avrebbero fatto vacillare menti più salde della sua. Però di un fatto era certa. Alle sue spalle la aspettava il solito appartamento avvilente in cui avrebbe dovuto mangiarsi la cena da sola guardando gli ultimi disastri trasmessi dal telegionale. Davanti a lei c’era un mondo pieno di colori come non ne hai mai visti, percorso da voci fresche e allegre. E Dio mio, quanti, quanti profumi nell'aria! Non pensava che potessero esistere odori tanto intensi e variegati.
“Quale scelta?” disse varcando la porta verde e sentendo chiudersi l’uscio alle spalle. L’attimo dopo si incamminava sorridendo sul marciapiede sistemandosi l’ampia gonna e il nastro sottogola del suo cappellino d’epoca.

Inizio qui una storia in quattro puntate, sulle avventure di Emma nell'Ottocento. Il prologo a questo mio racconto potrebbe essere considerato il post intitolato “Emma credeva nell’amore a prima vista.

mercoledì 12 aprile 2006

Emma credeva nell'amore a prima vista

Emma credeva nell’amore a prima vista.

Ci credeva con tutta l’anima. Credeva che due persone potessero incontrarsi un giorno e guardarsi, non occorreva parlare, frequentarsi o conoscersi, anzi lei considerava questi dettagli del tutto irrilevanti. Era sicura che queste due persone, una volta guardatesi, sarebbero rimaste innamorate per tutta la vita. Per tutta la vita. Anche se non si fossero più viste da quel giorno, cioè da quello sguardo.
Emma era la mia professoressa di italiano delle scuole medie.

Era una donna fatta di puro acciaio. Intimidiva qualsiasi individuo adulto sul suo percorso, dai bidelli al preside, ai genitori venuti a colloquio. Non era sposata. Era zitella quando la parola single non esisteva. Credo ne soffrisse, anzi ne sono certo. Sapeva di essere una donna mille volte più appassionata, intelligente e bella dentro della pur ammiratissima coscialunga professoressa di inglese. Sapeva che avrebbe potuto rendere un uomo mille volte più felice di quello che regalava pellicce costose alla professoressa di matematica. Però forse era la prima a capire che i maschi, soprattutto quelli virili e maledetti che lei adorava, i Darcy allontanati dal suo orgoglio e dal loro pregiudizio, erano intimiditi da lei.
Il suo tempo non era questo. Era il Romanticismo del primo Ottocento. Si sarebbe trovata a suo agio in qualsiasi romanzo di Jane Austin. Cime tempestose? Lei era cima ed era tempestosa allo stesso tempo. Il suo habitat? Sedersi in un salotto letterario in cui criticare il principe di Metternich insieme con poeti romantici e nobili pasionarie del Risorgimento.

Conosceva l’Iliade dal primo verso all’ultimo e ce ne faceva leggere brani anche contravvenendo al programma scolastico. Non si stancava di decantare la traduzione di Vincenzo Monti e si coloriva in viso e diventava perfino bella, lei che non lo era mai stata, quando ci magnificava la mirabile costruzione sintattica dei brani in cui si parla dell’armatura di Achille o del coraggio inenarrabile di Ettore che va alla morte. Amava di un amore che non conosceva freni tutto il ciclo cavalleresco, dalla Chanson de Roland alla saga della Tavola Rotonda (quando citava Parsifal, le luccicavano gli occhi). Adorava Wagner e talvolta ce lo faceva ascoltare in classe, con un vecchio grammofono e un 33 giri che forse di giri ne aveva il doppio. Sigfrido e Brunilde? Erano i suoi più cari amici. Shakespeare, Eloisa e soprattutto Tristano e Isotta? Di sicuro li incontrava nei suoi sogni.
Amava i grandi uomini della storia. I condottieri, i letterati, i musicisti. Napoleone sopra ogni cosa, ma anche Cesare, Manzoni, Foscolo. Annibale, che aveva tenuto in scacco quasi da solo il più agguerrito esercito della storia. Se poi questi grandi uomini avevano avuto pure una vita tormentata, amori potenti e sfortunati, allora lei li adorava.
Lei non insegnava materie scolastiche, ci comunicava emozioni allo stato puro. Ci insegnava a vivere. Aveva un tale ascendente su alcuni di noi che un giorno scrissi una ventina di fitte pagine per un compito facoltativo (dovevo essere in seconda media) sul ciclo dei cavalieri di re Artù.

Eppure il ricordo che mi rimarrà di questa donna eccezionale è legato a un episodio speciale. Giorno di interrogazioni e due ore di italiano continuative per attuarle. Io non ero preparato e secondo i miei calcoli ero il primo della lista di vittime da chiamare alla cattedra. Speranze di sfuggire all’interrogazione, trattandosi del sergente di ferro Emma? Nessuna. Speranze di cavarsela imbrogliando e cianciando alla come ti viene? Nessuna, trattandosi di Emma. Non c’erano trucchi o santi a cui votarsi. Bisognava solo aspettare la fine. La vergogna. L’onta estrema. Io ero uno dei suoi allievi preferiti. Avrei preferito la morte al farmi pescare a balbettare banali scuse in sua presenza.
Eppure quel giorno avvenne il miracolo. L’Onnipotente ebbe pietà di me o la ebbe questa splendida e sfortunata creatura che Lui aveva generato in uno dei suoi momenti migliori. Quel giorno Emma si mise a parlare dell’amore a prima vista. Lo spunto era dato da chissà quale poesia trecentesca su una dama che un giorno incontrava un cavaliere che amò per tutta la vita in seguito a uno sguardo incendiario. Emma la Figlia dell’Amore tirò fuori tutto il suo repertorio, quel giorno. Tutto il ciclo cavalleresco, tutta l’epica omerica e Wagner e Sigfrido e il cuore virtuoso di Parsifal. Tirò fuori tutto l’amore infinito e purissimo che aveva dentro e ne aveva tonnellate più di ogni altra persona a questo mondo.

Passarono le due ore senza che io dovessi affrontare l’onta dell’impreparazione.
Passarono molti molti anni senza che io scordassi le appassionate parole della Figlia dell’Amore a Prima Vista.