lunedì 16 ottobre 2006

Se mi ami, non ti amo


Sono vestiti di nero funerale, si strappano i capelli a ciocche, si lamentano e singhiozzano. Fanno pena. Ti fanno sentire in colpa perché non soffri come loro, anche se non ridi di gusto da tre anni, da quando il tuo vicino di casa odioso si è rotto una gamba cadendo per le scale. Come, che cosa gli è capitato? Questi pietosi individui nerovestiti amano ma non sono riamati. Il fato si è accanito contro di loro, facendogli incontrare i più canaglieschi e irriconoscenti partner sentimentali che calchino il suolo terrestre. Hanno avuto la sfiga di trovare sul loro cammino uomini (o donne) senza cuore, che li hanno spremuti ben bene per poi involarsi. Che sfortuna, che iella!
Ho sempre faticato a capire i lamenti della gente meravigliata del non amore altrui. Perché si lamentano costoro, ma soprattutto perché si stupiscono? E se non ci fosse niente di strano nell'amare una persona senza esserne riamati (senza esserne riamati nella stessa misura)? E se anzi quella fosse la regola dei normali contatti sentimentali umani? Se fosse addirittura obbligatorio che la persona per cui perdi la testa debba riamarti in misura inversamente proporzionale?

Per fare luce su questo aspetto delle relazioni umane dobbiamo ovviamente prima cercare di capire cos’è l’amore e come e quando esso si manifesti. Quand’è che qualcuno ci fa innamorare e perché?
Inutile dire che tentare di definire l’amore nell’angusto spazio offerto da un post – quando non ci sono riuscite le migliori menti di questo pianeta spargendo fiumi di inchiostro – è un’impresa più che ardua. Siamo quindi costretti a essere sintetici e ad accettare alcuni presupposti logici senza dimostrazione. Il punto da cui mi pare si debba partire è che l’amore è una strategia volta a favorire la riproduzione della specie umana e che riveste una tale importanza nell’esistenza di ciascuno di noi proprio perché la spinta riproduttiva è la principale esigenza di qualsiasi essere vivente. Se accettiamo questo presupposto interpretativo, dovremo senz’altro arguire che se riteniamo di svolgere al meglio la funzione di procreazione assegnataci dall’evoluzione, siamo senz’altro più innamorati.
Semplifichiamo molto. Come deve essere il nostro ideale partner sessuale affinché noi percepiamo di svolgere al meglio la nostra funzione riproduttiva, innamorandoci senza freni? Il suddetto individuo deve avere due caratteristiche specifiche, a mio avviso. Deve essere (quanto più) bello, intelligente, affettuoso, giovane e ricco… cioè deve possedere le proprietà utili a tramandare geni favorevoli alla discendenza e ad allevarla con adeguati mezzi materiali, morali e intellettuali. Inoltre deve essere percepito da noi come un partner “possibile”, una persona con cui (considerati i nostri requisiti estetici, psicologici e sociali, che ciascuno di noi sa valutare con invidiabile precisione) possiamo ragionevolmente aspirare a vivere. Una persona che rientri nella nostra circoscritta zona di caccia sentimentale. A tal proposito è probabile che i soliti Brad Pitt e Angelina Jolie - due attori a ragione o a torto molto ammirati da entrambi i sessi - siano un pizzico al di fuori delle nostre logiche aspettative sentimental-riproduttive e quindi difficilmente potremmo innamorarci di loro.

Fin qui filerebbe tutto liscio. Ci basterebbe trovare uno di questi partner desiderabili e “possibili”, superare la robusta concorrenza di altri individui che vogliono accaparrarsi la stessa preda e quindi vivere felici e innamorati con il nostro Lui (la nostra Lei). Per fare un esempio rozzo ma efficace l’amore è come comprare con ciò che abbiamo in tasca (molto o poco che sia) una macchina di valore superiore al nostro status sociale. L’amore è la percezione di aver fatto un “affare” conveniente in campo riproduttivo. Un grande amore è probabilmente la sensazione di aver concluso un affarone. Un grande amore è una Ferrari o una Porsche che per qualche incredibile evento della vita siamo riusciti a fare nostre anche se fatichiamo ad arrivare a fine mese.
Tuttavia c’è un problema in amore. Bisogna essere in due per praticare questa attività bramata dagli uomini. E se noi abbiamo una sfera di interesse in cui cercare un partner sentimentale, anche lui ha una sua sfera di interesse. E anche lui amerà di più o di meno il suo partner a seconda che questi si ponga in alto o in basso sulla scala della desiderabilità in campo riproduttivo (e questa scala di desiderabilità è stranamente corrispondente a quelle delle molte gerarchie – estetiche, sociali, intellettuali, economiche – esistenti nella comunità umana). Tornando al nostro esempio automobilistico, noi abbiamo la percezione di aver fatto un affarone accaparrandoci con i nostri pochi soldi, cioè con le nostre delimitate qualità estetico-intellettual-sociali, la Ferrari o la Porsche o comunque una macchina al di sopra delle nostre possibilità… Ma chiediamoci: se la Ferrari e la Porsche avessero una personalità umana, avrebbero la stessa percezione? Anche loro penserebbero di aver fatto un affare vivendo e interagendo con noi? Non è molto probabile. E’ facile invece quelle macchine di lusso si sentirebbero un tantino declassate ad avere incrociato la loro esistenza con dei disgraziati come noi. La Ferrari e la Porsche, se fossero umane e potessero provare emozioni, probabilmente ci amerebbero meno di come le amiamo noi e ci lascerebbero in fretta a favore di acquirenti umani alla loro altezza sociale, anzi, se possibile, perfino un pochino più su.
Ogni volta che noi amiamo molto o, peggio ancora, moltissimo una persona, quindi, quell’individuo, per i motivi spesso esposti provocatoriamente in questo post, deve amarci poco o pochissimo.

L’esempio delle macchine di lusso è fatto a scopo ironico, ma non troppo. Inoltre è davvero raro che le Ferrari incrocino la loro esistenza con quella dei poveracci descritti nel post. In genere quando in amore si verificano queste difformità per così dire di status riproduttivo (status che come ho cercato di dire riguarda molti fattori e non sono quelli estetici, sociali o intellettuali), si tratta di differenze contenute anche se perfettamente evidenti alle due parti della coppia amorosa.
La logica deduzione del discorso che abbiamo impostato è che, ipotizzando la presenza delle citate (e ben delimitate) zone di caccia o di interesse sentimentali, alcuni individui saranno sempre e comunque esclusi dalle strategie amorose di altri. Non avranno alcuna possibilità, per l’insufficiente valore riproduttivo che rappresentano agli occhi di alcuni loro simili, di essere presi in considerazione come partner sentimentali. Per tutta al vita vivranno in un mondo “a parte” che sarà escluso da altri mondi. L’apartheid come si vede è una costante della società umana e pensare che tale efficace vocabolo debba essere utilizzato solo in campo razziale è una grossa ingenuità.

venerdì 13 ottobre 2006

Dio salvi la regina e il blog


Il blog ci fa bene o no? Conviene impiegare parte del nostro tempo, molto o poco che sia, nell’utilizzare questa forma di comunicazione virtuale? Io credo di sì. Credo proprio che il blog faccia bene a un gran numero di noi.
Ieri sera ho ricevuto la telefonata di una persona che non sentivo quasi da due anni. Mi sono reso conto mentre le parlavo che io ero cambiato. Mi sentivo più sereno, meno nervoso. Quei cambiamenti positivi – posto che esistano davvero nel modo in cui li ho percepiti – a mio avviso erano dovuti al fatto di aver comunicato sul blog negli ultimi mesi. Stare qui mi ha cambiato e credo che mi abbia cambiato in bene.

Qualche volta ho parlato male del blog e dell’insoddisfazione che può darci il cattivo uso di questo delicato strumento virtuale. Oggi ne voglio dire un gran bene. Ho già detto altrove dei vantaggi che il blog può apportare al tuo modo di scrivere. Di come ti induca alla sintesi e all’efficacia espressiva. Di come ti spinga a migliorarti nella parola e nella comunicazione. Il blog da questo punto di vista è un continuo tennis. Tu scrivi e ti rendi conto dai commenti che ricevi se ciò che dici è efficace o no (e in caso negativo cerchi di introdurre le opportune modifiche alla tua prosa per renderla più incisiva); leggi i post degli altri e capisci come e perché alcuni funzionano e altri no.

Ma il vantaggio grandissimo che ti dà il blog è quello di farti comunicare con altre persone (che in qualche caso smettono di essere figure virtuali per assumere fattezze concrete). Il blog è puro ossigeno per individui che si sentono soli o che hanno avuto scarse occasioni di relazioni sociali nella vita. Io prima di venire in questi lidi virtuali mi sentivo di certo più solo di come mi sento adesso. Soprattutto comunicavo con molta maggiore difficoltà con il prossimo. Certo non è che i cambiamenti che ho riscontrato in me siano epocali, e che se prima facevo l’orso ora mi metto a raccontare barzellette sconce al primo che incontro in strada. Però qualcosa è accaduto in me e io lo percepisco come un cambiamento positivo. Sono uscito dal guscio.

Ciò che mi preme sottolineare è che il blog ha influssi positivi anche nella vita reale, quella che vivi incontrando persone in carne e ossa e facendo esperienze concrete. La comunicazione virtuale ti rende più spigliato anche nelle vicende di tutti i giorni, meno titubante nell’aprirti con gli altri.
Sono certo che un’evoluzione simile alla mia, chi più chi meno, l’abbiano sperimentata anche gli amici virtuali che in questi mesi ho avuto l’onore di frequentare sul blog. Stare qui ci fa bene, credetelo. Dobbiamo solo imparare a farlo con la giusta dose di moderazione, il che non è detto che sia facile.
Lunga vita al blog e ai blogger (sperando che non debba pentirmi presto di queste parole. :-)).

mercoledì 11 ottobre 2006

L'ala o la coscia - La parte preferita della donna


Cari amici vicini e lontani, mi sono posto una domanda di recente, soprattutto dopo aver letto una delle solite interviste che girano sul blog. Dunque, quale parte del corpo femminile preferisco? Che lo si creda o no non ricordo che nessuno mai mi abbia rivolto sul serio questa domanda (una delle predilette nelle interviste da blog o da talk show).
Ho dedicato un po’ di tempo a riflettere sul quesito. A un certo punto, sorprendendomi io per primo mi sono reso conto che sul corpo femminile esiste un’invisibile linea di demarcazione, che potremmo situare grossomodo alcuni centimetri sotto le clavicole. A meridione di questo solco immaginario domina il regno del desiderio sessuale, della fame prosaica di carne femminile, della concupiscenza erotica. Le lande settentrionali sono invece l’ostello di sentimenti gentili e poetici.

Analizziamo infatti, cortesi amici del blog, la conformazione geografica femminile a mezzogiorno della linea Maginot subclavicolare. La prima struttura anatomica di un certo spessore che incontriamo nella nostra esplorazione scientifica è il seno, composto da due ben noti rilievi carnosi che, catturati nella mano bramosa, sollecitano vividi aneliti sessuali, nonché potenti impulsi masticatori in alcuni soggetti predisposti (tra cui il vostro esecrando narratore). Procedendo nella nostra escursione troviamo il morbido ventre femminile, provvisto del ghiotto ombelico suscitatore di ben studiate fantasie allorché venga esposto in pubblico tramite i pantaloni a vita bassa in voga tra vere e finte adolescenti. Tralasciamo la pur importante disamina di spalle e schiena e concentriamoci sul baricentro muliebre, custode di conformazioni orografiche suscitatrici di tempeste ormonali presso gli osservatori maschili.
Sul davanti abbiamo l’area inguinale composta dal Monte di Venere e dalle zone genitali e dietro abbiamo il sedere, altresì detto deretano o culo. Il trittico composto da queste due impareggiabili zone corporee unite alle sottostanti cosce sinuose e fragranti è di certo la regione più eccitante dal punto di vista sessuale, tale da portare alcuni negletti individui sull’orlo della pazzia (devo forse aggiungere che il qui presente narratore è tra questi?). Ma i tesori del corpo femminile non sono ancora esauriti. Procedendo verso la zona polare antartica, ci imbattiamo in paesaggi sempre notevoli che terminano in piedini da sogno muniti di dita spesso smaltate di color rosso bacio.

Proviamo adesso invece ad ascendere sopra la suddetta linea Maginot clavicolare. Ci renderemo subito conto, attenti e perspicaci compagni virtuali, che i paesaggi corporei propri di questo nostro secondo viaggio didattico stimolano in noi emozioni idilliache, romantiche. Ci imbattiamo quasi subito nel collo sottile e poi nella squisitezza del viso, che genera ripetuti sentimenti lieti con la morbidezza della bocca, delle gote, del naso delicato, degli occhi che fanno innamorare. Da non scordare i lunghi capelli femminili che strappano sorrisi propri del baccalà umanoide quando li accarezzi o li sfiori con le labbra riarse dal desiderio.
La nostra disamina settentrionale e dei sentimenti gentili a queste lande associati non è ancora terminata, perché dobbiamo ancora esaminare le braccia muliebri. Anch’esse sollecitano aneliti poetici con la snellezza delle membra che digradano con geometrie musicali nel polso. Un discorso a parte meritano le mani delle donne, probabilmente il più leggiadro strumento presente sul corpo di questi esseri straordinari. Le mani femminili hanno la particolarità di suggerire l’idea di grazia più completa percepibile in questa dimensione imperfetta. Sono belle. Belle come poche cose si possano immaginare. Arrivo perfino a dichiarare che nessuna struttura di questo mondo mortale racchiude in sé maggiore grazia delle mani femminili quando sono belle, e lo sono spesso.
Rimane comunque l’interrogativo sulla parte femminile che preferisco. Dalla riflessione fatta è facile arguire che devo dare almeno due distinte risposte. Una per l’emisfero australe e uno per quello boreale. Per il sud scelgo il deretano (non fatemi pronunciare il termine esatto o mi viene un colpo), senza scordare il richiamo irresistibile generato dalle cosce aperte di fanciulle sedute in modo all’apparenza sciatto. Per il poetico nord femminile scelgo le mani. Le mani che fanno innamorare.
Le mani che fanno innamorare.

Piccola appendice. Stamattina sono andato in farmacia. C’era una ragazza in camice bianco dietro il bancone. Non era bella, ma che mani aveva! Sottili, magnifiche. Ho capito finalmente da dove è originata l’espressione siciliana “Bacio le mani”! :-)

lunedì 9 ottobre 2006

Io domani (seconda parte)


E se riprendessi il romanzo rimasto nel cassetto? Con la letteratura non si guadagna un centesimo? E’ vero, ma cosa potrebbe importargliene all’uomo nuovo che sarò tra ventiquattr’ore? Scrivere un romanzo mi migliorerà. Coinvolgerò pure Anna nel mio progetto. Lei scriveva benissimo un tempo. Era una piccola star del giornalismo di provincia. Ha lasciato perdere la penna perché le ho messo un mucchio di bastoni tra le ruote. E poi ormai anche Roberto si prepara a spiccare il volo dal nido. Tra poco saremo liberi, io e Anna. Magari potremo fare qualcosa di pazzo e meraviglioso. Potremo vendere tutto, case, ville al mare, macchine, quei terreni inedificabili comprati e coperti di cemento dopo aver corrotto tutti gli amministratori del caso, quegli scantinati malsani del centro storico in cui ci ho ficcato, a peso d’oro, decine di poveracci extracomunitari, quelle barche da Portofino acquistate con i soldi succhiati ai disgraziati universitari assunti in nero nella mia società… diremo addio a tutto e partiremo una qualche splendida isola dei tropici, uno scoglio sull’oceano lontano dagli itinerari del turismo consumistico, dove vivere di sole e amore.

L’incidente stradale era la cosa migliore che mi poteva capitare, ormai ne sono certo. Tra l’altro certi avvenimenti ti inducono a riflettere su cose a cui non vuoi mai pensare. Cose come la morte, per esempio. O come ciò che accadrà dopo di essa. Già, cosa accadrà? Non me lo sono mai chiesto sul serio. Quando me l’hanno domandato, ho sempre giurato di non credere in Dio. Ora però ho qualche dubbio. E se poi alla fin fine esistesse qualcosa o qualcuno, un’entità che potremmo pure chiamare Dio? E se esistessero anche le altre cose della religione cristiana? Magari non tutte, ma quelle principali. Se ci fossero il paradiso e l’inferno? Come sarebbero quei posti? Certo molto diversi da come li ha immaginati chiunque. Sarebbero luoghi sofisticati, degni dell’Intelligenza Suprema che chiamiamo Dio. Chiunque li abbia immaginati come cieli dozzinali in cui oziare in panciolle o abissi in cui arrostire in eterno, ha fatto un grave torto a Dio, se davvero esiste, e alla Sua intelligenza.
Penso che soprattutto sull’inferno ci si sbagli. Bruciare all’infinito mi pare una cosa volgare che non fa poi tutta questa paura. Dopo un po’ ti abitueresti all’odore della tua carne bruciata e passati diciamo un miliarduccio di anni qualche scottatura in formato maxi non ti farebbe molto effetto. L’inferno deve essere un luogo molto più sofisticato e pauroso. Come un enorme punto nero. Un punto nero e buio in cui sei immerso da solo. Senza la capacità di percepire alcunché se non il riverbero dei tuoi pensieri. Tu e i tuoi pensieri nel buio. Cioè solo i tuoi pensieri, perché tu non esisti, non hai forma o concretezza, non ci sei.
Non riesco a immaginare niente di più spaventoso di questo. Un luogo buio e basta. E in quel luogo non luogo ci devi passare non secolo o un millennio. Non un milione o un miliardo di anni. Ma l’eternità. L’eternità passata in un luogo buio e basta. Senza nemmeno il privilegio di impazzire. L’eternità a galleggiare in un buio totale, con la tua mente che ricorda tutto e funziona alla perfezione… e che non ha meccanismi di difesa. Da solo, nel buio, senza poter impazzire. Se l’inferno esiste, deve essere così.

Per fortuna non sono ancora morto. Per fortuna da domani butterò all'aria la vecchia vita. Per fortuna domani mi trasformerò nell’uomo più buono e altruista della terra. Così quando verrà il mio turno di essere giudicato, e ormai penso che quel momento verrà senza dubbio, nessuno penserà a mettermi in un terribile inferno di buio e basta.
C’è una domanda terribile che cerco in tutti i modi di evitare. E se per me non ci fosse nessun domani? Se io non fossi in una stanza di ospedale in attesa che qualcuno accenda la luce? Se io in quell’incidente stradale fossi morto e questo fosse l’inferno? Se dovesse continuare così per sempre? Con la mente lucida che macina pensieri su pensieri in questo terribile buio e basta, senza nessuno, senza una voce, una presenza, un’anima, senza niente? Ho paura.

Il presente post è un mio racconto su carta molto accorciato. Pensavo di avere poco da imparare nel campo della revisione a livello di frase, dato che anche prima di venire sul blog dedicavo parecchia attenzione a questa pratica… ma scrivere i post mi ha insegnato che quasi non esiste limite alla capacità di sintetizzare la tua prosa mantenendo inalterata la qualità del tuo messaggio. A presto con altre riflessioni su questo punto.

sabato 7 ottobre 2006

E' bella Margot in abito da sposa


E’ bella Margot in abito da sposa.
Non è stata mai così bella in vita sua, lei che certo non ha il fisico di una modella.
Ha il viso candido, serio, il sorriso tirato a causa della trappola infernale che le affligge il busto per snellirle la figura. E’ bella come ogni sposa che sale sull’altare. Però in lei oggi c’è qualcosa di più. Per una volta ha lasciato perdere l’autocontrollo e si è abbandonata ai suoi impulsi profondi.
E’ nervosa, Margot, oggi. Ha mille dubbi che le agitano la mente. Come sarà il domani? Come sarà la sua vita tra un anno e tra due? Ha fatto la cosa giusta a venire su quest’altare per pronunciare un sì? Sì, sì, sissississì. Quante volte ha pensato a quella parola! E’ sicura che al momento giusto quella semplice sillaba le si incastrerà in gola per l’emozione, facendo ridere tutti gli invitati al matrimonio.
Sui dubbi comunque non c’è niente di male, riflette. Solo un’oca in questo giorno straordinario non si farebbe sfiorare dal minimo timore. Sì, Margot, fai la cosa giusta. Fai la cosa giusta perché hai pensato molto a questo giorno e lo hai fatto con l’intelligenza e la passione che ti sono proprie. Fai la cosa giusta perché la fai con amore.

Ma lasciamo perdere i pensieri della sposa, contentiamoci di guardarla.
Guardiamola sui tacchi alti, perché li indossa così di rado.
Guardiamola con quella sottana classica perché non la vedremo spesso così.
Guardiamo il viso truccato con cura che lei stessa non riconosce quando si specchia.
Guardiamola mentre se la ride sotto il velo di sposa. Riderà ancora, si sa, e anche forte, ma non lo farà mai più nel modo speciale di questo giorno speciale.
Guardiamola ora, vi prego, guardiamo Margot sull’altare e pensiamo a quanto sia fortunato l’uomo che le sta di fianco.
Oggi Margot si sposa.
Oggi noi siamo felici perché lei è felice.
Ora dobbiamo andare. Però non possiamo lasciarla senza girarci a guardarla un’ultima volta.
Ma che diavolo, avete visto come è bella Margot in abito da sposa?

Oggi, se i miei calcoli sono esatti, è un giorno speciale per la nostra amica blogger Margot. Questo post è l’unico regalo che posso farle. Spero che lo gradisca.

giovedì 5 ottobre 2006

Donne, vi offro un mio servizio a pagamento


Donne, vi offro un mio servizio a pagamento. Non vi spaventate, o meglio non vi eccitate. Non vi voglio spupazzare o strapazzare in posizioni orizzontali. Scordatevi la foto del post. L’ho messa lì per pure esigenze pubblicitarie (tuttavia se qualche donzella volesse avanzare proposte inerenti alla foto io la analizzerò con la massima apertura mentale, pronto a sacrificarmi per aiutare il prossimo bisognoso).
Prima vi spiego le modalità economiche della prestazione d’opera che vi offro. Poi la illustrerò nel dettaglio. Dunque il mio servizio è molto economico perché aborrisco la rapacità del moderno capitalismo. Vi costerò solo duecento euro una tantum. Potrete anticipare i primi cento sul conto corrente che poi indicherò, il resto a lavoro completato. Se dimostrate di essere in difficoltà economiche, vi farò uno sconto. E ora ecco la mia rivoluzionaria proposta.

Guardiamoci negli occhi, o Figlie di Eva, voi siete qui sul blog per trovare l’anima gemella. Forse non pensate a questa eventualità dalla mattina alla sera e a volte vi convincete che l’importante per voi è comunicare e sfogarvi scrivendo. Qualcuna di voi dall’immaginazione ardita magari ritiene pure che il blog le serva per una sorta di autoanalisi casereccia o di esplorazione dell’io profondo. Però in fondo sapete benissimo cosa ci fate qui. Cercate l’omo, il masculo, il consumatore di Denim, in azzurri abiti principeschi se possibile, ma anche in tenuta da tamarro se il fato ingrato si ostinasse ad avversarvi. Per i maschi ronzanti nell’etere vale un discorso analogo a mio avviso, ma qui esuliamo dal mio presente annuncio.
Il vostro problema, o fanciulle virtuali di ogni età, è che voi il moroso, lo spasimante più o meno virtuale e più o meno appassionato, già ce lo avete. Ce lo avete tutte, dalla prima all’ultima (esclusi i soliti rarissimi casi di eccezione grammaticale). Vi va pure bene, questo vostro ruspante viveur virtuale, ci avete parlato, lo avete già incontrato, vi siete date perfino alla pazza gioia con lui. Se già avete lo spasimante e se vi sta bene così com’è, io a cosa vi servo, vi chiederete? Perché mai dovreste ammollarmi duecento cocuzze se avete un moroso già rodato, sperimentato e perfino collaudato con successo a letto? Ci arrivo subito.

Parliamo prima di uno dei vostri principali punti dolenti, o creature di Dio. Avete il boy friend, ma siete troppo cedevoli con lui. Non sapere duettare come si conviene nel gioco dell’amore. Siete quasi sempre voi a chiamarlo, voi che lo cercate. Lui fa il difficile. Si fa pregare. Sembra farvi un favore ogni volta che vi parla. Questo vi addolora e alla lunga inficia il vostro rapporto. Il vostro spasimante virtuale perde il rispetto e un giorno vi lascia. Dovreste resistere alla tentazione di chiamare in continuazione il vostro moroso. Dovreste farvi desiderare, padroneggiare il gioco. Però non ci riuscite. Resistete un po’, ma alla fine il telefonino la vince. Chiamate per prime e vi condannate alla deportazione nella parte debole della coppia, la parte che soffre. Qui entro in ballo io. Per duecento miseri eurozzi vi metterò nella condizione di farvi chiamate dal vostro spasimante. Lo indurrò a cercarvi, a fare il primo passo.
Come è possibile? Io vi scriverò una media di tre lettere al giorno. Saranno mail bellissime, brillanti e piene di passione. Quando riceverete le mie mail pregne di sentimento vi scorderete del vostro spasimante. Non penserete nemmeno per scherzo di digitare il suo numero. Sarete sedotte senza scampo dalla mia prosa e dal mio ardore. Resterete in questo piacevole stato d’animo per un minimo di due settimane e un massimo di quattro. Dopo questo lasso di tempo perderete in fretta interesse per il sottoscritto (per motivi che in questa sede non ci interessano), ma sarà proprio in quel periodo che il vostro antico boy friend, quello già rodato e sperimentato con successo, vi chiamerà a telefono. Sarà lui che farà il primo passo. E avrà un tono ben diverso da quando lo chiamavate voi ogni ora. Sarà ai vostri piedi, vi colmerà di attenzioni. Si trasformerà nell’innamorato dei Baci Perugina. Vi chiederà come mai non vi siete fatte vive, non è indispensabile menzionare il mio impareggiabile sex-appeal letterario.
Pensateci, o donne, duecento piccole cocuzze per garantivi un amante fidato che torna all’antico ardore. E’ un’offerta strepitosa. Affrettatevi ad accettarla perché è in fase di lancio.

Una delle prime volte che ho sperimentato questa mia fenomenale capacità di ridestare gli estri di amanti distratti, è stata con la signora scopatrice del sabato sera descritta qui. La signora in oggetto era felicemente sposata, con prole numerosa, e aveva un amante a cui dedicava le sue attenzioni nei week-end. Era soggiogata dalla mia prosa e dalla mia superiore passionalità partenopea, ma aveva specificato che con me non ci poteva fare niente a causa di insormontabili distanze geografiche. Tuttavia continuava a conversare con me virtualmente e io mi chiedevo perché (pensavo che il mio fascino inusitato annichilisse qualsiasi barriera geografica o razionale). A un certo punto la mia interlocutrice mi confidò che il suo scopatore del sabato sera faceva il difficile per darle una ripassata nel giorno leopardiano, si faceva pregare. Tuttavia da qualche tempo lei riusciva a resistere alla tentazione di chiamarlo e di umiliarsi per prima (curiosamente questo periodo era iniziato da quando aveva cominciato a conversare con me)… In verità era accaduto un evento ben strano: di recente era lo scopatore dei week-end che la chiamava con insistenza, ma la nostra eroina, profittando della sua recente forza d’animo (qualità caratteriale sempre contemporanea alla nostra conoscenza virtuale) resisteva alla grande. Lo avrebbe fatto spasimare un altro po’ e poi avrebbe risposto alle pressanti richieste del Ripassator Scortese quand’egli fosse stato cotto al punto giusto.
Resomi conto di questo stato di cose, mi congedai dalla mia interlocutrice virtuale indirizzandole formule non contemplate nel galateo linguistico. Avendo poi rilevato che questo scenario si ripeteva, con varianti di minor conto, con altre partner, mi sono chiesto: perché non mettere a frutto questa mia dote straordinaria? Procurandomi tre o quattro clienti al mese (sono di parche abitudini esistenziali) la mia sopravvivenza sarebbe assicurata senza tribolazioni.

martedì 3 ottobre 2006

Salvate il napoletano che muore


Qualche riflessione che ho fatto sulla parola “vaso” (bacio nel napoletano tradizionale, termine ormai in netto regresso se non in contesti scherzosi), mi dà l’opportunità per un più articolato rilievo sull’uso moderno del dialetto partenopeo.
Il napoletano sta cambiando, com’è naturale che sia per ogni lingua viva che assume nuovi vocaboli e ne rigetta altri non più adeguati alla sensibilità degli utenti di quella parlata. I nuovi vocaboli hanno la particolarità di rendere a poco a poco omogeneo il napoletano alla lingua italiana. Questo fenomeno non è altro che un’appendice della globalizzazione che prende piede in tutto il mondo; cioè tendono a sparire tradizioni e usi localistici col risultato di appianare tutta la cultura a un modello standard valido in gran parte del globo.
Ho già detto che l’antico “vaso” è nettamente in disuso e usato nel napoletano moderno più che altro in situazioni ironiche. La stessa sorte sta seguendo una serie di termini antichi propri della tradizione partenopea, che lasciano il campo a vocaboli più intonati all’italiano (e a mio avviso meno espressivi e belli). Stanotte riflettevo su alcuni di questi termini che cadono in disuso.

Per esempio c’è il verbo ‘nfonnere (bagnare) che cede il passo al più moderno bagnà (io già molti anni fa mi rifiutavo di dire che uscendo sotto la pioggia mi ero ‘nfuso). ‘O chianchiero e ‘a chianca arretrano di fronte a macellaio e macelleria, arretra pure il “don” di eredità spagnoleggiante con cui ci si rivolge ai signori chiamandoli per nome. Ecco ancora un’altra serie di termini che sono in fase calante, sia pure in certi casi ancora vivi nell’accezione scherzosa: segue tra parentesi la traduzione italiana che è lo stesso termine adoperato nel napoletano moderno senza pronunciare la vocale finale.
Alleggerito (digerito), nenna (bambina, il termine è ancora usato in contesti vezzeggiativi), ciato (fiato), crisommola (albicocca), purtuallo (arancia), perzeca (pesca), addumannato (domandato), allero (allegro), casciulella (cassetta), denocchie (ginocchia), caiola (gabbia), ‘ntrasatte (all’improvviso), palomma (farfalla), propeto (proprio), ciorta (fortuna), puteca (negozio), suoccio (uguale).
Anche i nomi delle persone subiscono lo stesso fenomeno di spersonalizzazione delle tradizioni. Oltre al fatto che i nomi assegnati ai nuovi napoletani sono i Marco, i Manuel e le Alessia e le Valeria che furoreggiano nel resto d’Italia... se per caso hai un Antonio lo chiami Tony e non ‘Ntuono, se hai un Gennaro sopravvissuto lo definisci Genny, non Ennà, Assunta è Susy e Anna non è certo Nannina. Austino, Vecienzo, Gerozzo, Tatore, Marittiello, Cuncettì, Puppenella, ‘Mmaculata, Franchetiello… dove sono finiti tutti questi nomi?

Ormai a Napoli si apre una scatola e non una buatta, si prende una pentola e non una caccavella, sferri un pugno e non una cagliosa. E se hai delle monete le metti nel salvadanaio, mica nel carusiello. Se ti voglio far ridere, ti faccio il solletico, non ti ciculeo. I bambini napoletani moderni non raccolgono ritrattielli, ma figurine, non giocano con le pazzielle, ma con i giocattoli, possono essere invidiosi e non mmiriusi e infine, se devono dar fuoco alla casa, usano i fiammiferi e non i micciarielli.
Quelli che riporto, si sa, sono solo alcuni esempi di un più vasto fenomeno di avvilimento linguistico del dialetto napoletano (come di altri dialetti).
Riflessione finale. Nello scrivere l’ultimo post in dialetto, quello intitolato “Damme nu vaso primma ca moro”, spesso sono stato a disagio. I termini che mi salivano alla bocca erano spesso simili a quelli italiani (fenomeno di livellamento che peggiorava a causa della cattiva resa scritta dell’idioma napoletano di cui ho già parlato altrove). Io invece volevo che fosse visibile la forza espressiva peculiare e unica del mio dialetto, cioè della mia lingua.

lunedì 2 ottobre 2006

Italiano contro napoletano


Ne dico un paio sull’evoluzione linguistica del dialetto napoletano e di come esso sia costantemente insidiato dalla lingua italiana. Con l'avvertenza che l'idioma della mia città è considerato quasi sempre una lingua vera e propria.
Quando ero bambino o ragazzo a quanto ricordo la forma espressiva principe delle mie parti era il dialetto. L’italiano si parlava solo in contesti formali o ufficiali come la scuola o in determinati ambiti di lavoro. Già per chiedere informazioni stradali a un estraneo si ricorreva a una forma dialettale un po’ meno stretta, sostenuta da alcune parole o locuzioni in italiano. Se si interagiva con personale municipale per richiedere documenti personali la forma di comunicazione era data perlopiù da una parlata mista, dove comunque il napoletano, specie dopo le battute iniziali, prevaleva. Ricordo che un evento davvero raro, così raro da apparire ridicolo, era udire una persona conversare per strada nella lingua ufficiale nel nostro Paese.

Nel rione dove vivevo io all’epoca - era un po’ più malfamato di quello dove sono ora, ma sempre nello stesso quartiere – c’erano alcune famiglie di origine triestina (credo fossero profughi istriani che dopo la guerra furono distribuiti in varie parti d’Italia). Ricordo in particolare un ragazzino sui dieci anni. Non ho mai saputo il suo vero nome, tutti lo chiamavano “taliano” (italiano) per il fatto che si esprimeva in un italiano perfetto e inusitato dalle mie parti. Davvero era un’assurdità sentire quando questo “taliano” apriva la bocca e parlava. L’assurdità era rinforzata dal fatto che questo ragazzo triestino era stato arruolato, per motivi incomprensibili, nella mi più pericolosa banda giovanile del mio rione e forse dell’intero quartiere, cioè la Banda dei Chiattoni (nome fuorviante perché i delinquenti membri della banda non erano affatto grassi)… Il capo della banda, Gerozzo (Ciro), venne ammazzato a 18 anni in una spedizione punitiva (un giorno forse parlerò di questo autentico demonio e della tremarella che ti veniva, anche se eri grosso il doppio di lui, se solo ti passava a cinquanta metri).
Più tardi, ai tempi del liceo, la situazione era più o meno questa nel mio quartiere. Le ragazze tra loro parlavano quasi sempre in italiano (anche se dimostravano di saper usare perfettamente il dialetto, il quale doveva essere la loro forma di comunicazione principale in famiglia). I ragazzi conversavano tra loro sempre in napoletano, sforzandosi di ricorrere a una parlata più raffinata quando si rivolgevano al gentil sesso. In classe ovviamente si parlava nella lingua di Manzoni.

Di recente la situazione pare molto cambiata. Non è raro ascoltare nel mio quartiere, pur essendo il dialetto la parlata ancora maggioritaria, conversazioni in italiano. Non molto tempo fa sono rimasto sbalordito quando ho udito due bambini di sette o otto anni, palesemente appartenenti alla classe degli scugnizzi partenopei, parlare tra di loro in italiano. Mi sono detto qualcosa come “Sta cambiando tutto”.
I figli delle mie sorelle sono stati educati a parlare solo in italiano (e questo gli ha provocato problemi a scuola, perché per essere accettato dal gruppo devi saper utilizzare pure il napoletano). I miei nipoti hanno fatto il percorso inverso al mio: hanno imparato il dialetto a scuola e l’italiano in famiglia.

Al più presto la seconda puntata sulle modifiche linguistiche nella parlata napoletana. :-))