mercoledì 19 dicembre 2007

Babbo Natale in libreria


Uno pensa, ho scritto un libro, un vero libro, e sembra pure non troppo malvagio. E' stato un lavoraccio, ma ormai è passata. Ci ho lavorato un sacco a quel romanzo, pensa uno, un tempo inenarrabile a ideare la storia, plasmare i personaggi, arricchire l'ambientazione e a scrivere dialoghi e poi a cancellarli, a spremerti le meningi per trovare un parolone trombone destinato a finire cestinato dopo due secondi, a modificare frasi e concetti e a revisionare, revisionare, revisionare ogni singola parola, a tonificare questo o quel verbo, a sostituire le tue originarie virgolette francesi con l'eleganza delle inglesi per poi scoprire che nelle bozze librarie le sopravvissute solite virgolette francesi ti spernacchiano alla grande. E' stata una faticaccia, ma ormai è andata. Ho trovato il titolo adatto, rimugina sempre quell'uno, e ho perfino prodotto, dopo secoli di astinenza dalla matita, un discreto disegno in bianco e nero da usare all'occorrenza per la copertina del romanzo. E' stata una sfacchinata da isola dei ciclopi, ma è finita, no? Ora tocca gli altri, no? Ormai sei fuori, non è vero? Ti puoi godere il riposo dei giusti osservando come gli altri ti vendono il romanzo partorito con tanto sudore della fronte e di altre parti del corpo. E' così, vero?

venerdì 14 dicembre 2007

Dieci volte cinema

In questo post non si fanno classifiche di film, più o meno belli, più o meno intellettuali. In realtà in questo post non si parla neppure di film in quanto tali, ma solo di scene particolari, o meglio di sequenze, istanti cinematografici rimasti scolpiti nell'immaginario collettivo, come descritto qui, dove ho parlato pure dei criteri personalissimi usati nell'elaborare la seguente classifica.

Primo posto. Un soffio di aria calda proveniente da una griglia di aerazione solleva la gonna a Marilyn Monroe nel film di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza, 1955. C'è poco da dire su questa scena. E' conosciuta pure da lattanti e ciechi dalla nascita. Qualsiasi ragazzino moderno l'ha vista o meglio ha visto qualcuna delle situazioni similari ispirate allo spettacolo sublime delle sottane svolazzanti della Monroe. Hanno girato la stessa scena millanta volte in tutte le salse. Hanno utilizzato coscelunghe da sballo, stangone e watusse alte il doppio di Marilyn, perfettissime fotomodelle, pornostar, ragazze della porta accanto, trans, cis o intersessuali, femmine virtuali, fatalone fotoritoccate, secche, grasse, signore esquimesi, tuareg o isolapasquane, donne in rosso e in altri colori... ma la verità è che nessuna delle epigoni di Marilyn è mai riuscita ad avvicinarsi al miracolo erotico causato da quel soffio di aria calda che solleva le sottane più ammirate nel mondo. Come ho ricordato in Alza la gonna, Marilyn, quando la Monroe girò la celeberrima scena in questione tutta Manhattan si bloccò a causa delle decine di migliaia di curiosi accorsi sulla scena del ciak. Pare si fosse diffusa la voce che Marilyn sotto la gonna non indossasse niente e pare che quella voce fosse vera, almeno in un primo tempo.

Secondo posto. La camminata solitaria di Gary Cooper nella vana ricerca di aiuto in Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann, 1952. Onore, dove sei finito? Idealismo, chi ti ha ucciso? Schivo e silenzioso eroe di un tempo, come ti avvelenarono? Il giorno del suo matrimonio, lo sceriffo Will Kane è avvisato dell'arrivo, col treno di mezzogiorno, di un bandito intenzionato a vendicarsi di lui con l'aiuto di tre scagnozzi. Kane/Cooper potrebbe eclissarsi con la giovane moglie Grace Kelly, ma non è mai fuggito in vita sua e non inizierà ora. Chiede aiuto alla cittadinanza, ma amici veri o presunti si defilano uno dopo l'altro: tutti tengono famiglia pure nel West. Filarsela davanti al pericolo? Il retto Cooper non l'ha mai fatto, né ai tempi dei Lancieri del Bengala (1935), né nella Fonte meravigliosa (1949) in cui, architetto idealista, faceva esplodere i palazzi da lui progettati e quindi involgariti a sua insaputa... né inerme e non violento quacchero nella Legge del signore (1956). La camminata del nerovestito Gary Cooper nelle polverose strade del West, accompagnata dalla memorabile canzone cantata da Tex Ritter (chi l'ha sentita una volta non la scorderà finché campa) è uno dei momenti più alti e suggestivi della cinematografia mondiale. Western anomalo che dà sul thriller sociale (niente indiani, praterie e cavalli), la storia si svolge in tempo reale e dura gli ottantasei minuti che servono a Cooper per vedere gli amici squagliarsi alla chetichella, sistemare in orizzontale i banditi venuti a farlo fuori e buttare quindi nella polvere la sua stella di sceriffo tradito. Nota finale: in Mezzogiorno di fuoco si sono viste critiche al maccartismo allora imperante in America, soprattutto per i guai politici occorsi agli sceneggiatori e allo stesso Zinnemann. A me questa storia è sempre parsa ciò che era: uno schietto film di onore e idealismo.

Terzo posto al "Francamente me ne infischio" rivolto da Clark Gable a Vivien Leight nel finale di Via col Vento, 1939. Anche questa scena è universalmente nota. Come ho detto in un mio recente commento, Via col vento può piacere o non piacere, ma è l'essenza stessa del cinema, la grandiosità delle scene di massa, l'amore, la vita, la morte, la caduta e il domani è un altro giorno. Tuttora penso che sia il film che meglio rappresenti, nel bene e nel male, il cinema. Negli anni Settanta questo film si trasmetteva ancora nei cinema di prima visione, in Russia si è proiettato nelle sale fino allo scadere del secolo. Due aneddoti sulla grandiosità della pellicola. A chi gli chiedeva perché sprecare soldi per le sottovesti di attrici e comparse quando nessuno si sarebbe accorto di niente, lo spendaccione produttore Selznick rispondeva "Se ne accorgerà chi le indossa". Un politico del Sud, guardando il numero delle comparse dell'esercito secessionista, dichiarò: "Se avessimo avuto tanti soldati avremmo vinto la guerra".

In breve gli altri titoli della mia top ten di istantanee cinematografiche.

4. Casablanca, 1942, di Michael Curtiz. Scena finale. Humprey Bogart dice a Ingrid Bergman di partire in aereo senza di lui, rinunciando all'amore per senso del dovere (siamo in piena guerra mondiale).

5. 2001 odissea nello spazio, 1968 di Stanley Kubrick. L'astronauta sopravvissuto al tentativo di omicidio del sofisticato computer Hal 9000 (così sofisticato da ricorrere all'omicidio per autoconservarsi) lo disattiva, mentre il computer inventa scuse molto umane per impedire lo spegnimento della sua mente artificiale.

6. Il gigante, 1956, di George Stevens. La scena di James Dean con cappello country e stivaloni western seduto a piedi spaparanzati su una staccionata. Questa immagine è immortalata su poster presenti nelle camere di adolescenti di ogni epoca, perché Dean ha dimostrato di essere un mito giovanile resistente all'assalto del tempo.

7. Il padrino, 1972 di Francis Ford Coppola. Il produttore cinematografico Woltz si risveglia nella sua villa hollywoodiana in compagnia della testa insanguinata del suo amatissimo purosangue Karthoum. Il messaggio di don Vito Corleone è chiaro: possiamo ucciderti come e quando vogliamo.

8. Il laureato, 1967, di Mike Nichols. Dustin Hoffman piomba nella chiesa dove si sta sposando Katharine Ross e la rapisce con tutto l'abito nuziale. Minaccia i parenti serpenti di lei (tra cui la nota Mrs. Robinson) con un crocifisso gigante.

9. Cantando sotto la pioggia, 1952, di Stanley Donen. Gene Kelly, innamorato, prende a calci le pozzanghere. Ha l'ombrello aperto, ma quasi mai lo usa per ripararsi dalla pioggia battente.

10. Viale del Tramonto, 1950, di Billy Wilder. La scena iniziale in cui la voce fuori campo del morto William Holden dice grossomodo: "Quello che galleggia nella piscina è il mio cadavere e questa è la mia storia".

lunedì 10 dicembre 2007

La fabbrica dei sogni


Quali sono le scene di maggiori impatto visivo della storia del cinema? Si parla proprio di flash cinematografici, immagini, gesti rimasti scolpiti nell'immaginario collettivo. Fotogrammi filmici che hanno fatto la storia forse più della Storia vera, che hanno lasciato un'orma duratura nella fantasia e nei sogni popolari. Si parla di schizzi filmici, sequenze, istantanee della settima arte che hanno modificato, di poco o di molto, il comune sentire della popolazione di questo pianeta.
Di recente mi capita di leggere classifiche stilate da riviste specializzate riguardanti i fatti più disparati, dai gol più belli della storia, alle frasi più riuscite del cinema. Quasi sempre mi sembra che gli autori di queste classifiche commettano svarioni marchiani e, insomma, ci ammanniscano fesserie spacciandole per vaticini di maestri del pensiero. Non credo quindi che farò danni maggiori dei loro. Ah, per la cronaca un paio di mesi fa un grande giornale inglese, forse il Times, pontificò sui gol più belli di sempre. Al primo posto c'era un tiraccio di un tal cialtrone giocatore inglese ignoto pure alla mamma; mentre l'universalmente ammirato gol di Maradona in Messico era, per ovvi motivi politici, relegato in posizioni di rincalzo.
Ecco i criteri di scelta a cui mi sono attenuto nello scegliere i momenti cinematografici a mio avviso più evocativi. I film inerenti alle scene che citerò non sono necessariamente i migliori in assoluto, pur trattandosi di prodotti spesso ottimi e curati. In molti casi i critici cinematografici, specie quelli affetti da snobismo culturale, e cioè la maggioranza, li guardano con sufficienza o sospetto. Inoltre mi sono adeguato, nelle mie riflessioni, alla differenza esistente tra cinema e sogni. Il cinema è quello che si fa in tutto il mondo e talvolta produce capolavori. Il cinema dei sogni, quello che ti fa vivere avventure mirabolanti e amori perfetti o quasi, a mio parere si è fatto perlopiù in una sola parte del mondo, Hollywood. Solo lì noi spettatori abbiamo pensato di combattere da eroi asserragliati a Forte Apache, di sfidare le aliene minacce del Pianeta Proibito, di fare l'amore con Atomiche Rite o con timide Sabrine. Solo lì ci siamo trasformati in pirati all'arrembaggio: beninteso nelle vesti dello Sparviero del Mare Errol Flynn, non già del rammollito Johnny Depp che ci propinano adesso.
Inoltre è noto che non sempre si sogna allo stesso modo. Ci sono periodi della notte, come della Storia, in cui le nostre avventure mentali si sviluppano con maggiore intensità e durata. Anche per il cinema è stato così. Io credo che il maggior impatto sull'immaginario collettivo il cinema, e quindi soprattutto quello hollywooodiano, l'abbia avuto dagli anni Trenta ai Cinquanta, cioè dall'avvento del cinema sonoro al dilagare del colore e degli schermi del cinemascope. E' dimostrato che l'essere umano sogna di più quando è giovane. Allo stesso modo quella grande fabbrica di illusioni e incanti in formato celluloide ha fatto sognare di più quando essa era giovane. Quando si credeva agli eroi del grande schermo. Quando si credeva a tutto e quando si credeva che tutto ciò che si proiettava nelle sale buie potesse succederci davvero.

mercoledì 5 dicembre 2007

Intervista sull'uomo dei sogni


- Sono lieto di intervistarti sul mio blog sull'uomo dei tuoi sogni. Un tema che va forte in questo periodo. Immagino che tu, come ogni ragazzina che si rispetti, abbia avuto un bel tenebroso che ti ha fatto spasimare di un amore bello e impossibile. Già vedo i poster con la sua immagine con cui tappezzavi la tua cameretta da adolescente.
- Certo che ce l'ho avuto, Capitano. Ah, sapessi quanto mi ha fatto sospirare! Ah, che trepidazioni! Voi, piccoli uomini, voi poligami senza passione, non potete capire quali sublimi emozioni si agitino nel cuore tempestoso di una giovane donna.
- Soprassediamo un attimo sulla mia nota natura prosaica e veniamo all'uomo dei tuoi sogni. Dunque parliamo degli anni Ottanta. E allora non ci può essere che una risposta. Il bel tenebroso delle tue fantasie era Sean Connery, il solo e il vero James Bond. In genere i bellimbusti hollywoodiani mi fanno rabbia, soprattutto perché se pappano le meglio fanciulle del pianeta riducendo alla fame noi disgraziati Uomini Qualunque. Ma Sean Connery! Be', quello è davvero un uomo affascinante e non permetterò alla mia meschina indole di
conquistatore fallito di negare l'evidenza.
- Ehm, guarda che c'è un errore. L'uomo dei miei sogni non era esattamente Connery. Cioè era quasi lui. Ma non proprio.
- Ho capito. Forse inclinavi più sull'avventura o magari sulla fantascienza. Senza dubbio non hai resistito alla malia di Harrison Ford in Blade Runner o, meglio ancora, a quella del replicante Rutger Hauer. Anch'io se fossi stato una donna o perfino un gay non avrei resistito al mitico Roy quando proclama "Ho visto cose che voi umani..."
- Acqua. Nessuno dei due mi piaceva. All'epoca ero troppo piccola, di Blade Runner non ci capii una mazza. E a dire il vero pure oggi...
- Mi è tutto chiaro. Ora visualizzo il candido volto della ragazzina che eri. E quella fanciulletta doveva avere un debole per modelli maschili non dico pappamolle, ma più rassicuranti, diciamo soprammobili carucci alla Johnny Depp. Senz'altro ti vedevi nei panni non già di una Pretty Baby, ma perlomeno di una Pretty Woman che tira scemo il Richard Gere che fu.
- Non ci siamo ancora. C'è ancora qualche lieve differenza con il maschio da favola per cui me ne morivo.
- Ci sono, il campo delle tue fantasie non era il cinema, ma la musica. E gli anni Ottanta ne avevano di fustacci! Forse avevi perso la testa per Simon Le Bon dei Duran Duran o per Bruce Springsteen. Ti ricordi come era figo il Boss con le maniche della camicia arrotolate sui bicipiti, nel video di "Dancing in the Dark"? C'ho preso?
- Non proprio, il maschione dei miei sogni non era straniero, ma italiano.

- Brava, basta con tutta questa esterofilia da strapazzo! Nel nostro magnifico Stivale abbiamo fior di guaglioni e giovanottoni. Ti propongo questo trittico d'epoca. Il giovane Eros Ramazzotti al suo esordio a Sanremo, Cabrini il bellissimo giocatore della Juve e Adriano Panatta in chiusura di carriera.
- Ti voglio aiutare. Diciamo che era un cantante un po' speciale. Di un genere particolare
- Basta mi arrendo.
- Eppure era facile. L'uomo dei miei sogni da ragazzina era Pupo. Lo vedevo ogni settimana in edicola su un giornaletto per teenager intitolato, mi pare, "Ragazza in".
- Cooooomeee hai detto, prego???
- Pupo, il cantante che ora fa il conduttore televisivo!
- PUPO, HAI DETTO PUUUUUUUUU....?
- Ammetto che era una fantasia un pochino ardita...
- Puuuuuuupoooohhhhhhhhh?????
- ... ma ricorda che all'epoca avevo solo quattord... cioè tredi... magari persino dodic...

- P-puuuuuuuuuuuuu-poooooooooooooohhhhh... uuuuuuooooooooohhhhhhh???

- Aspetta, non fare così.

- Uuuuuhhhhhhhhpooooooooooooo-uuhhhh... aaaaaaaahhhhhhhhhhh!!!!!!!!

- Cerca di controllarti, ti sentirai male.

- Uuuuuuuuupppppooooooooooppppppppp-ffffffffsssss... uuuuuuooooioooooohhhhhh...

- Capitano! Mio Capitano!

- Ppppuuuuu-aaaahhhh-uuoooiiooohhhhhhhhh...

- Parla, ti prego!!!
- ...
- Non fare quella smorfia come se fossi morto.
- ...
- Mi farai preoccupare.
- ...
- Oddio, non sarà mica stecchito? E ora chi risponde ai commenti?
- ...
- Chiamo a testimoni gli osservatori del blog. Io non ho ucciso nessuno. Si parlava del più e del meno. Non ho nessuna colpa.


Il mio Capitano non risponde,
esangui e immobili le sue labbra,
non sente il mio braccio, non ha battiti, volontà

(Walt Whitman)

mercoledì 28 novembre 2007

Cinque domande sul blog

Dall'amica Anna Inenarrabile ricevo la seguente catena di sant'Antonio. Due note introduttive. Ho sintetizzato alquanto le domande, senza alterarne il succo e il numero. A differenza di ciò che potrebbe credere qualcuno, non ho niente contro le catene blogghifere di sant'Antonio; anzi i post di questo genere di solito mi paiono più piacevoli da leggere di quegli altri (dipende sempre, si sa, da chi scrive).
Che cosa ti ha spinto a creare un blog?
Mentre prendevo un caffè in cucina vidi per caso una blogger intervistata nella trasmissione "Piazza grande" di Giancarlo Magalli. E' una blogger molto famosa e brava di Tiscali, anche se di recente non scrive molto e pare stanca del virtuale. Incuriosito, cercai il suo blog e lo lessi. Le scrissi che mi piaceva il suo stile, ma che quella strana faccenda dei commenti mi pareva una stupidaggine. Proprio non riuscivo a capire come gente sana di mente perdesse tempo in commenti narcisisti che perlopiù non significavano niente. Soprattutto mi dava fastidio il fatto che tutti cercassero di apparire più trasgressivi di ciò che probabilmente erano. Le donne grossomodo si spacciavano per mangiauomini alla Sex and the City, i maschi sembravano dei fricchettoni alla Woody Allen presi a mattarellate dalle mogli al ritorno a casa. Credo di aver detto pure a quella brava blogger che non avrei perso nemmeno un secondo a fare cose tanto idiote. Un paio di giorni dopo avevo già scoperto di aver mentito.
Parlaci del tuo primo post.
Il mio primo post si chiama L'amore mi uccise molti anni fa e parla di una ragazza di cui ero invaghito al liceo. La solita storia che ti rende simpatico: ami una fanciulla, ma non hai il coraggio di fiatare in sua presenza. In realtà avevo già scritto il nucleo del post per un forum sugli anni Settanta a cui avevo partecipato per un paio di settimane. Ebbi un certo successo su quel forum; poco prima che me ne andassi uno dei redattori si preparava a intervistarmi come se fossi una personalità. Purtroppo proprio in quella l'amministratore del forum ebbe l'incauta idea di censurare un mio scritto e di farmi una scenata pubblica. Risposi grossomodo sfidando a duello l'invidioso censore, dove e come volesse. Credo di avergli detto pure che il giorno in cui mi sarei fatto censurare impunemente da un deficiente ominicchio del suo calibro sarei stato cadavere da un pezzo. Quando scrissi il testo di "L'amore mi uccise molti anni fa" sul forum, la gente quasi mi portava in trionfo.
Il post di cui ti vergogni di più.
Non c'è un post di cui mi vergogno. Quasi sempre mi impegno molto per scrivere. Correggo, revisiono molto, perdo tempo, limo le parole. Probabilmente certe volte scrivo un articolo da zero soldi e pochi lettori con più impegno di un giornalista professionista lautamente remunerato. E' vero che ora forse non scriverei più alcuni post dei primissimi tempi. In qualche occasione mi è capitato di pubblicare post scritti più fretta del solito per coprire un articolo rovinato da polemiche spiacevoli.
E quello di cui vai più fiero.
Il post di cui vado più fiero è senza dubbio Il cruciverba dei blogger. E' un cruciverba che ho creato io inserendo vari nick di blogger. Non so neppure io come mi sia venuta un'idea tanto pazza, anche se sono stato un appassionato di parole crociate. In passato compravo addirittura una rivista chiamata "Il campione enigmistico", roba tosta. Tra i post normali quello che mi fa ridere ogni volta che lo vedo è Le mutande delle ragazze sono vere o no? Ho un legame speciale con Emma credeva nell'amore a prima vista, anche se non penso che sia il mio post venuto meglio, mi commossi scrivendolo.
Quanto tempo credi che resterai sul blog?
Difficile rispondere. Posso dire questo. Nei primi quattro o cinque mesi della mia permanenza sul blog non passava giorno senza che pensassi di chiudere baracca e burattini, anche diverse volte nell'arco di una giornata. Una volta ho messo anche un annuncio di abbandono, prima di rimangiarmi la parola dopo qualche giorno di astinenza dal blog e dopo i soliti appelli a ripensarci da parte di compagni virtuali ormai quasi del tutto spariti. Mi sentii parecchio gratificato dalle molte persone che si dicevano rattristate dalla mia decisione; sennonché ho poi scoperto che pure il più sfigato dei blogger può contare su diversi bravi guaglioni disposti a stracciarsi le vesti per lui, specie dopo un accorato post in cui si ringraziano gli amici come se si partisse volontari contro le orde alemanne di Radetzky ("Addio, mia bella addio, che l'armata se ne va"). Dopo quella volta feci una promessa. Non avrei mai più messo un annuncio di abbandono, pur dovendo lasciare davvero il blog. In ogni modo da molto, molto tempo non mi sfiora più l'idea di allontanarmi da questo mondo, anche se talvolta, come tutti, sono stanco del virtuale.
Mi astengo dal nominare chicchessia per proseguire questo post. Mi limito a citare Cleide, che so essere interessata all'argomento. Comunque consiglio pure ad altri amici di scrivere un pezzo su questo tema. Sono certo che ne verranno fuori cose interessanti.

lunedì 26 novembre 2007

Cellular

Conoscete il caso classico. Siamo in un tram superaffollato, oppure nella più gremita carrozza della metropolitana, o infine in fila all'ufficio postale con la gente che ti pressa dappertutto per camminare sul tuo cadavere. Qualcuno ti tocca il culo forse perché non ha a portata di mano le chiappe di una fanciulla che respira, forse perché un culo è sempre un culo o magari perché sul culo in genere sono situati i portafogli. Cerchi di uscire dal raggio di azione di quelli che ne mollano qualcuna all'effluvio dei sette formaggi, che ti impestano di eau pour homme all'apparenza ottenuta dalla fermentazione di topi morti o che ti tossiscono addosso cercando di trasmetterti germi appena un po' meno virulenti del virus dell'Ebola.

Nel mezzo di questo scenario apocalittico, mentre cerchi di difendere culo, portafogli, vie respiratorie, costole e la tua stessa vita, reggendoti alla meglio a un sostegno situato oltre la portata del tuo braccio anchilosato, ecco che suona un telefonino. Non si tratta di uno squillo normale, che già ti infastidirebbe, ma di una suoneria ottenuta con sigle di film di James Bond o Sergio Leone, sambe brasileire, lambade, o perfino basate su un libero arrangiamento da Ciajkovskij o Kid Creole and the Coconuts. La scicchissima e delicata suoneria rintrona a volumi consoni a casse stereo da 500 watt e non per poche volte, ma decine, causando sguardi ansiosi tra i passeggeri dell'autobus. Infine c'è uno stronzo che si decide a rispondere, con il tono di voce più potente e volgare di cui dispone, senza alcun sospetto di disturbare gli altri e senza il minimo disagio di venire ascoltato da centinaia di orecchie ostili.

Naturalmente ogni disgraziato inscatolato nei dintorni spera che il rompiscatole la finisca presto. Speranza vana. Il seccatore intavola a volumi adeguati ai 500 watt della sua suoneria una conversazione che ha l'aria di dover finire il Giorno del Giudizio. Descrive nel dettaglio i suoi rapporti di lavoro ironizzando su colleghi dai nomi astrusi e su un capoufficio iena, sulla ragazza che ha rifiutato di venire al letto con lui l'ultimo sabato sera, sul bonifico bancario da lui effettuato, persino sull'ultimo film di Lars von Trier che giura di aver visto e apprezzato anche se sbaglia la trama e i nomi degli attori. Se il disturbatore è una signora, è facile che si metta a disquisire con il suo avvocato divorzista, raccontando per filo e per segno, nel luogo con la maggiore densità abitativa del mondo, delle zoccole che il suo ex congiunto si portava a casa, del fatto che non abbia pagato l'ultimo assegno, del modo in cui impedirgli di vedere la figlia, sbatterlo in galera e possibilmente sottoporlo a trattamento di castrazione chirurgica o perlomeno chimica. Naturalmente i primi due cellularisti potrebbero essere sostituiti pure da un medico stronzo quanto loro che ciancia a telefono con i suoi pazienti come nelle gag di Carlo Verdone, da quelli che dissertano sull'ora in cui buttare la pasta o sulle smorfiosette quindicenni che spettegolano su smorfiosette quindicenni con altre smorfiosette quindicenni.

L'altro giorno ero all'ufficio postale per pagare una bolletta. A uno sportello, c'era un ragazzo sui vent'anni intento in un'operazione postale piuttosto complicata, deposito o prelievo di soldi. Il ragazzo parlava al cellulare con voce altissima, imprecando, sghignazzando e raccontando fatti personali di cui a nessuno fregava niente; apparentemente non lo sfiorava il sospetto che parlare a telefono in un luogo pubblico frequentato da gente stanca di aspettare, davanti a una mesta impiegata bisognosa di un minimo di serenità per svolgere le operazioni richiestele... fosse un'azione non del tutto lecita.
Osservavo questo scostumato intorbidire con le sue vuote chiacchiere l'atmosfera della posta e lo stato d'animo dei presenti e mi sono reso conto che il mio essere emanava calde ondate di simil odio. Quasi di certo avrei goduto se un miracoloso oggetto pesante, diciamo un meteorite capace di una piccola estinzione animale, fosse piombato in testa al disturbatore spiaccicandolo.

Anche il maestro dell'horror letterario Stephen King sembra pensarla come me, dato che in un suo recente romanzo, Cell, ha ipotizzato che morissero o regredissero a uno stadio animalesco tutti i possessori di cellulari. E che si salvassero gli altri. Naturalmente ho un telefonino pure io.

giovedì 22 novembre 2007

Grande figlio di dentista


Mi sono svegliato alle tre di stanotte in preda a uno stato d'animo non precisamente sereno anche se creativo. Meditavo di scrivere un nuovo post così intitolato: "Piscio sul mio dentista - Ode pop". Mentre mi agitavo nel letto ho pure buttato giù mentalmente alcuni versi della mia composizione poetica, devo dire che c'era un certo brio nella costruzione dei versi, c'era persino qualche eco della beat generation letteraria, si intravedeva un antico sottofondo di blues non alieno da un certo rhythm. Poi stamattina sono rinsavito. Insomma, mi sono detto, il Capitano è il Capitano. Ha una sua figura intellettuale da difendere. Non può scrivere un post intitolato "Piscio sul mio dentista". Anche se è un ode pop, magari poco ode e abbastanza pop come è nel suo stile. Anche se ha lontani echi di Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti. Anche se nella sua costruzione poetica si intravedono la dannunziana "Pioggia nel pineto" e ombre del bobdylaniano Mr Tambourine Man. Anche se il suo dentista in realtà è ormai il suo ex dentista. Anche se questo suo ex dentista meriterebbe di essere deportato a Guantanamo o perlomeno di essere preso a calci nei cosiddetti con le scarpe più appuntite tra le migliaia di paia in dotazione a Elton John. Anche se qualcuno dovrebbe trivellargli il didietro come lui cercava di massacrare il suo assistito. No, davvero, il Capitano non può scendere così in basso, mi sono detto stamattina emergendo dalle spettrali suggestioni dei domini di Morfeo.

Tuttavia c'è stato un figlio di buona donna in camice che ieri ha cercato di uccidermi, no? C'è stato questo prode Capitano che ha rintuzzato il proditorio attacco come un Aiace junior se non senior, no? Il sanguinario drago armato di tenaglie, trapani e strumenti di tortura di ogni tipo non ha vinto, non è vero pure questo? Quindi?

Quindi sono qui che aspetto l'ispirazione per scrivere l'ode pop. Non c'è fretta.

martedì 20 novembre 2007

In fondo all'anima cieli immensi

Mio Capitano. Cielo grigio su, foglie gialle giù, zaino in spalla e tanta voglia di lei, madama avventura. La domanda non è se, ma dove. Non se abbiamo fantasticato un giorno - quando in testa avevamo più sogni che capelli - di piantare tutto e inseguire i capricci della nostre mente smaniosa, ma dove desideravamo andare.
Per me la risposta è semplice. America. La sola America possibile, quella del West, del detective Marlowe e di Hollywood, ossia dell'unico posto al mondo, lo pensavo tanto tempo fa e lo penso tuttora, in cui il cinema diventa talvolta magia. C'era un tempo in cui mi vedevo aggirarmi per le lunghe autostrade del West, in mezzo ai grandiosi paesaggi che facevano da sfondo ai film di John Ford, o vagare tra i grattacieli di New York a naso in su, sperando di cogliere le capriole dell''Uomo Ragno alle prese con la perfidia di Elektro, Octopus o Goblin padre. Idolatravo l'America, anche se ne vedevo i difetti. Egoismo, arrivismo, magnati succhiasangue, scandali politici e guerre sbagliate. E però c'erano pure l'idealismo di Kennedy o del New Deal, i movimenti dei diritti civili, le rivolte universitarie, la contestazione alla guerra del Vietnam, il rhythm & blues.
Ebbene avevo e ho tuttora una zia in America. Per molti anni il fatto di poter contare nella mitica New York di una base in cui farmi ospitare ha scatenato la mia immaginazione. Davo per certo di far visita un giorno alla mia parente, magari in compagnia di amici con cui mi sarei poi avventurato in un attraversamento da costa a costa fino a Los Angeles. Mi vedevo arrivare zaino in spalla nelle cittadine del West e fare colpo sulle procaci ragazzone americane con la mia zazzera partenopea e la maglietta arrotolata sulle robuste braccia abbronzate. Certe volte ho proprio sognato di notte di andare a casa di mia zia, di muovermi da solo per le strade di New York. A quel tempo mi informavo quasi ogni giorno sul costo del biglietto aereo per una trasvolata oceanica. L'ho trovato sempre ben superiore alla capacità delle mie tasche, anche quando c'erano offerte e sconti. Poi un giorno ho smesso di pensare al costo del biglietto aereo. Semplicemente sapevo che non sarei andato più in America. E anche se ci fossi andato, la mia vacanza non sarebbe stata mai quella vagheggiata da adolescente. C'era un tempo per ogni cosa e quel tempo era passato. Ci sono molti sogni nella vita. Solo pochi si realizzano. Be', non si può avere tutto e forse è bene che sia così.
Cleide. Io non ho avuto la zia d'America, ma voglia di avventura tanta. Sogni grandi come case e coraggio e forse sconsideratezza da vendere. Colombia, Perù, Cile per arrivare in Patagonia. Tutta l'America latina. Il Messico, i paesi centroamericani. Nella mia mente solcavo nazioni come se fossero strade. Forti le gambe e ancora più forti i sogni. Però mi vedevo con il mio fedele zaino in spalla soprattutto sui terreni accidentati del Cile, in mezzo alle andine facce scolpite dei discendenti incas, su montagne dove il tempo pareva essersi fermato insieme con le tue angosce. Sapevo di avere la forza e l'ardimento necessari per percorrere il continente sudamericano da cima a fondo, magari accompagnata dalle struggenti melodie degli Inti llimani o dalla voce unica Violeta Parra che ringraziava la vita al mio posto per avermi condotto in terre dove il cuore degli uomini batte più forte.
Non so da dove nasca la mia passione per l'America latina. Magari dal fatto che il solo dialetto parlato nel mio angolo di Sardegna è la lingua catalana. Magari dal fatto che ho mangiato pane e spagnolo fin da quando ero alta così. Spesso penso che in un'altra vita quel lontano continente mi apparteneva. Forse sono stata una sacerdotessa maya o un'umile lavandaia azteca, chissà. Sono tuttora iscritta al sito di Gianni Minà e niente mi rende più felice che impossessarmi dell'ultimo libro di Isabel Allende, Angeles Mastretta e Marcela Serrano o crogiolarmi al caldo e luminoso canto di Gloria Estefan.
Ricordo l'emozione di quando il mio professore di letteratura spagnola e ispanoamericana - un romanzesco personaggio peraltro amico fraterno di Pablo Neruda - mi presentò Luis Sepulveda. Mi trasformai in un attimo in un'ebete a bocca aperta. Qui davanti a me c'era questo straordinario essere dallo sguardo magnetico che mi fissava di tanto in tanto come se mi conoscesse. E qui pendeva dalle sue labbra una fanciulla pietrificata che si chiedeva se avrebbe mai riacquistato il dono della parola. Sepulveda parlò a me e ai miei compagni di corso di suo nonno Gerardo, un anarchico Andaluso fuggito in America latina per scampare a una condanna a morte. Ci disse di quand'era guardia personale del presidente Allende. Dio mio, quell'uomo era stato a braccetto con Allende, era stato arrestato durante la dittatura di Pinochet subendo le infami torture il cui ricordo echeggiava in quell'aula universitaria sassarese! La storia siamo noi, cantava De Gregori. Può darsi, ma la storia per me quel giorno era soprattutto quest'uomo placido che aveva visto in faccia una delle peggiori dittature del secolo e non aveva avuto paura. Ho ancora il romanzo Il mondo alla fine del mondo con una sua bellissima dedica, scritta dopo chiacchiere, caffè e tequila.

Questo post è stato scritto anche da Cleide.