Ieri ho visto solo il primo tempo della partita tra Italia e Costa Rica. A un certo punto ho spento perché mi pareva umiliante, non tanto come giocava l’Italia, e giocava male, quanto il fatto di trovarsi a guardare una squadra di paurosi inetti giocatori di subbuteo. Ci sono tanti modi di giocare male, contro squadre forti e squadre deboli, ma la paura di giocare, il guardarsi dietro invece di guardare avanti, la paura di correre, di fare perfino un passaggio che potrebbe essere intercettato, la paura dei piedi che tremano, quella non la sopporto, la trovo umiliante.
La paura è purtroppo la costante del nostro modo di fare calcio. Siamo storicamente una squadra difensivista, siamo gli inventori del catenaccio, del primo non prenderle. Abbiamo inventato il libero, cioè un giocatore supplementare in difesa. Spesso proclamiamo di fare un gioco diverso, di attacco, di coraggio, ma poi torniamo ai nostri vecchi istinti e pensiamo non a ciò che potremmo fare per giocare ma a ciò che dobbiamo fare per difenderci. Anche la nazionale di Prandelli ci aveva illuso, aveva proclamato che avrebbe fatto gioco, e invece ci siamo trovati a guardare due partite di odiosi passaggini fatti al tuo compagno a mezzo metro, che poi te la ridà a mezzo metro da te. Ieri avevamo una formazione con mezza dozzina di mediani, Pirlo, De Rossi, Thiago Motta e Candreva. L’idea era di fare scambi di palla non rischiosi a centrocampo tu a me, io a te, tu a me, io a te, tu a me, a te, a me, a te, a me. La speranza era che gli avversari crollassero morti di noia e quindi approfittarne per segnare a porta vuota. Gli avversari si saranno pure annoiati, ma non abbastanza da non rifilarci una castagna in porta.