lunedì 10 aprile 2006

Il punto esclamativo femminile


Ragazzi, vogliamo affrontare la delicata questione dei punti esclamativi femminili?
Prima pedestre riflessione. Il punto esclamativo rilasciato da una mano femminile ha una diversa valenza espressiva da quando quello stesso segno di interpunzione è siglato da un soggetto maschile (e quasi sempre favorisce sensazioni e suggerisce significati diversi). Esso ha la forza di suscitare nella controparte maschile stati d’animo quasi sempre lieti e spesso gioiosi inducendo la mente alla libera fantasticazione.

Vediamo alcuni scenari contrappuntati da questo segno di interpunzione.
La mano femminile scrive un “Ciao” nudo ed essenziale. Il vocabolo è interpretato come la formula di saluto che effettivamente è.
La mano femminile scrive “Ciao!” accompagnando il termine col segno grafico di cui si parla. Qui la mente virile soggiace a un’esitazione amletica. Nota che il punto interrogativo conferisce molta più forza espressiva alla sobria formula di saluto e non può fare a meno di chiedersi se sia stato lui, con la sua simpatia e il suo fascino, talvolta bistrattati ma pur sempre notevoli, a suscitare quella maggiore enfasi letteraria.
L’elegante mano muliebre digita “Ciao!!” E qui i punti esclamativi sono ben due. Nessun cervello maschile può restare indifferente a questa circostanza, giudicandola inusuale e senz’altro portatrice di reconditi significati subliminali, che tuttavia si ha timore di interpretare nella loro massima estensione. Due punti esclamativi non possono essere frutto del caso. Ma devono contenere un messaggio, magari più facile da decrittare di un geroglifico egiziano. Dopo potenti conflitti interni, si riflette che comunque le tastiere di computer hanno la brutta abitudine di castigarti se esiti per qualche centesimo di secondo su di esse.

E siamo al “Ciao!!!!!!!!!!!!!!” Qui in punti interrogativi possono variare da tre all’elevazione all’ennesima potenza. La suddetta è una costruzione sintattica che mette in sommovimento tutto l’essere mascolino. C’è già la primavera che ti mette in fibrillazione, facendoti immaginare cose senza capo né coda. Ora l’alleanza letale tra la bella stagione e il reiterato punto esclamativo femminile ottiene l’effetto di scardinare l’equilibrio interno faticosamente raggiunto. Quindi mediti se non sia il caso, dopo quella messe di segni di interpunzione, di mandare una e-mail all’audace collega virtuale (calamità da evitare in ogni modo perché si incorrerebbe in una risposta cupa, formalissima, con accenni a tragedie familiari e traumi infantili che solo di recente si cerca di superare).

Dalla nostra valutazione, possiamo dunque estrapolare il consiglio all’universo femminile di rilasciare con moderazione l’uso di questo vigoroso segno di interpunzione, onde non peggiorare la condizione esistenziale della controparte sessuale.

mercoledì 5 aprile 2006

Enrichetta ti amerò

Correva l’anno 1971 quando vedeva luce lo stupefacente film, piccolo e insuperato gioiello di eleganza, E’ ricca, la sposo, l’ammazzo, con Walther Matthau nel ruolo di Henry Graham e Elaine May in quelli di Enrichetta Lowell. Regia della stessa May, la quale è stata anche sceneggiatrice della pellicola.

Due parole su Matthau e sulla trama. In questo film Matthau è ai suoi apici interpretativi, scontroso e amorale, trasandato e orso, sempre in rotta di collisione con perbenismo e buoni sentimenti. E’ l’assoluto mattatore del film. Snocciola battute a ritmo forsennato, ben coadiuvato dai riusciti personaggi che lo assecondano, prima di tutto il meticoloso maggiordomo Harold, poi il ricco e rapace zio, l’avvocato corrotto di Enrichetta e tutta l’accidiosa servitù al completo della miliardaria pasticciona, tra cui spicca la volgare governante signora Traggert.

È importante ricordare anche il doppiaggio di questo film, che a mio modo di vedere ha ulteriormente migliorato la storia (i nostri doppiatori sono in alcuni casi dei mostri di recitazione). Gianrico Tedeschi presta la voce a Matthau conferendogli tutte le sfumature interpretative acquisite in anni passati a calcare scene teatrali. L’insuperato Ferruccio Amendola, padre di Claudio, doppia il corrotto avvocato McPherson; il mitico Carlo Romano, già doppiatore di Jerry Lewis e del detective fumettistico Nick Carter, si occupa dell’avido zio Harry. Colei che presta la voce alla candida Enrichetta, pur bravissima, è l’unico nome della compagine che non conoscevo, ossia Flaminia Jesolo.

La trama. Henry Graham, miliardario caduto in disgrazia, deve assolutamente sposare un’ereditiera per sfuggire ai creditori che lo accerchiano. La sua scelta cade sulla miliardaria pasticciona, esperta di botanica, Enrichetta Lowell. Henry progetta di uccidere al più presto la poco desiderata moglie in modo da ereditarne le sostanze e continuare la dispendiosa e farfallesca vita di sempre. Tuttavia alla fine ci ripensa lasciandosi soggiogare dall’amore.

Alcune tra le moltissime battute del film (me lo sono rivisto per appuntarmele). Vi consiglio di leggerle.
“E’ morto col patrimonio intatto?” Matthau rivolto a un suo amico miliardario, chiedendo informazioni sul padre di Enrichetta, mentre la suddetta, più maldestra che mai, versa tazze di tè su tappeti costosi.

“Madame, la sua ossessione erotica per questo tappeto è da compatire”. Il protagonista, versando la sua tazza di tè sul solito tappeto mentre la padrona di casa fa una ramanzina alla candida Enrichetta che già si è sbrodolata ben bene.

“Sono venuta con l’autobus”. L’ultra-ultra ricchissima protagonista, quando Matthau le dice che può mandare via la macchina (tutti si immaginano che viaggi almeno in Rolls Royce), dato che l’accompagnerà lui a casa.

“Buongiorno, signore, le rimangono esattamente sette giorni e nove ore prima dell’indigenza.” L’impagabile maggiordomo Harold al disperato Matthau che non trova moglie per sanare i suoi debiti.

“Il moscato extradolce della ditta Moghen di Malaga con soda e succo di arancio amaro.” Enrichetta descrive la sua bevanda preferita al disgustato pretendente (quel vino è una vera schifezza).

“Studiati il capitolo sulla classificazione degli esperimenti di Mendel.” Matthau al domestico Harold (ci sono pochi giorni per conquistare la ricca ereditiera e bisogna padroneggiare la sua sfera di interesse, che è la botanica).

“Enrichetta, la sola differenza tra noi è che io sono un uomo e tu una donna. E questa non dovrebbe essere una difficoltà se stiamo ragionevolmente attenti.” Matthau dovrebbe fare la dichiarazione d’amore, ma la lingua si rifiuta di assecondarlo.

La scena in cui il protagonista pulisce con un fazzoletto la bocca dell’imbranatissima partner prima di baciarla.

La scena in cui le risistema la camicia da notte alla greca la prima notte di nozze (Enrichetta aveva infilato la testa nel buco del braccio).

“La signora ha una servitù estremamente democratica.” Il maggiordomo Harold al suo datore di lavoro che chiede perché lo chauffeur della sua novella sposa non è venuto a prenderli all’aeroporto (si scoprirà poi che lo chauffeur si sta spupazzando una cameriera infingarda quanto lui).

“Se non sparisci da questa casa e dai terreni circostanti entro 45 minuti, io ti sparo in qualità di intruso con dimostrate intenzioni criminali.” Matthau allo chauffeur nullafacente e ladro. E’ in corso una festa in cui è presente anche il resto della servitù nullafacente e ladra della fin troppo permissiva Enrichetta. Il nuovo padrone di casa spara in aria un colpo di avvertimento.

“Mi sono preso io la libertà, signore.” Harold informa il suo principale che ha provveduto lui a tagliare il cartellino del prezzo dal nuovo abito di Enrichetta, fugando i di lui timori che la novella sposa se ne andasse in giro mostrando etichette varie sul vestiario (lo ha fatto varie volte nel film).

“L’ho chiamata Alsophila Grahamy.” La felce tropicale scoperta dalla maldestra ereditiera durante la sua luna di miele. E’ una specie mai catalogata e lei le ha dato il nome del marito.

“Henry, avrai sempre tutte queste attenzioni per me?” “Temo proprio di sì”. Matthau, tornando sulla sua decisione di affogare la novella moglie si è buttato nella corrente impetuosa del fiume e ha riportato Enrichetta a riva.

“Vieni, adesso è meglio tornare.” Ultima battuta. I due protagonisti si tengono per mano e si allontanano in un paesaggio naturalistico di rara bellezza. L’orso Matthau si è quasi trasformato in un tenero innamorato. Enrichetta, lungi dall’essere la bruttina descritta per tutto il film, col corpo bagnato d’acqua è bella e desiderabile.

Enrichetta ti amerò per sempre.

domenica 2 aprile 2006

Vita da star


Le stelle sono forse i soli oggetti astrali che attraversano fasi evolutive che richiamano alla mente la vita. Dopo il primo momento di aggregazione della materia, le forze gravitazionali fanno sì che a un tratto si “accenda la luce” e l’avventura cominci. Qualsiasi stella attraversa una sequenza principale, quella in cui irradia luce ed energia, che si interrompe dopo un tempo variabile a seconda dei casi in seguito a eventi sempre catastrofici e spettacolari. A quel punto, seguendo modalità diverse il corpo astrale si spegne e si raffredda sempre di più. Se la sequenza principale della stella può richiamare alla mente l’idea della vita, la fase dello spegnimento fa pensare senza dubbio alla morte. Nessuna stella morta (spenta) può tornare alla vita (e di conseguenza alla luce e ai fenomeni nucleari che la producono) se non assume nuova materia modificando il proprio equilibrio gravitazionale e la propria riserva di combustile nucleare.

Ma se, usando un linguaggio un po’ libero ma suggestivo, una stella nasce, vive e muore, quanto è lunga quella vita? E’ forse un’esistenza che ha una durata uguale per ogni singolo corpo astrale?
La risposta è che non tutte le stelle hanno una permanenza nella sequenza principale uguale. Come gli uomini, alcuni di quei corpi celesti muoiono quando per così dire sono ancora nella culla (si parla comunque di tempi astronomici), altri arrivano a essere così longevi da sembrare immortali.
La vita di una stella e dunque la sua capacità di irraggiare luce ed energia è data dal combustibile nucleare di cui è dotata (atomi di idrogeno compressi dall’immensa pressione gravitazionale vigente all’interno di quei macroscopici corpi celesti). Quando la stella ha consumato la maggior parte di quel combustibile - cioè quando le esplosioni nucleari tipiche del nucleo stellare non riusciranno più a controbilanciare la pressione immane proveniente dalla materia attratta verso il centro gravitazionale - l’avventura celeste giunge alla fine.

L’idea che ci si può fare, dato che abbiamo parlato di carburante, è che il tipo di astro in questione possa “funzionare” più a lungo se ha una riserva di carburante più grande di un’astro simile (così come un’automobile rimane attiva più o meno a lungo a seconda che abbia il serbatoio pieno o sia in riserva).
Una stella che abbia più carburante, cioè più atomi di idrogeno da bruciare nelle combustioni del caldissimo nucleo, è una stella più grande: tutti i corpi di questa natura sono composti in massima parte da idrogeno e se hai una massa più grande significa che disponi di più riserve di idrogeno. Quindi una stella con massa maggiore dovrebbe anche avere una durata di “vita” maggiore.
Purtroppo è sbagliato. Perché, pur essendo vero che stelle con massa maggiore hanno più riserve di idrogeno da bruciare nelle combustioni nucleari, è anche vero che esse per una combinazione di maggiore gravità e pressione consumano l’idrogeno con un ritmo molto superiore alle loro pur grandi dimensioni.
C’è l’esempio di una stella di classe spettrale O5 (le classi spettrali sono un metodo utilizzato dagli astronomi per catalogare le stelle in rapporto alla loro temperatura). Essa pur avendo una massa solo 32 volte superiore al nostro Sole consuma idrogeno con un ritmo fino a 10 mila volte superiore (ciò è dovuto al fatto che qui la temperatura interna può raggiungere i 100 milioni di gradi contro i soli 15 del nostro Sole, accelerando quindi di gran lunga i fenomeni di fusione nucleare). Ne consegue che stelle di questa natura (oggetti molto rari, perché nell’universo vige la regola che il piccolo è molto più diffuso del grande) hanno una vita, una permanenza nella sequenza principale di solo un milione di anni… Il nostro Sole al contrario irradierà luce per almeno dieci miliardi di anni.

All’opposto una stella della classe spettrale M5 (massiccia solo un quinto del nostro Sole) consumerà così lentamente il suo combustibile nucleare che la sua esistenza può calcolarsi intorno al valore di 200 miliardi di anni. Di conseguenza nessuna stella delle classi spettrali K o M, le quali costituiscono l’87 per cento del totale, ha avuto la possibilità di consumare il suo combustibile nucleare nei circa 15 miliardi di anni che ci dividono dal big bang.
Ci sarebbe da aggiungere che il canto del cigno delle stelle, il momento che precede l’inizio della loro fine in quanto oggetti luminosi, è sempre catastrofico e in qualche caso (vedi le esplosioni inaudite delle supernovae) apocalittico. Ma questo potrebbe essere materia di un successivo post.

giovedì 30 marzo 2006

Le gambe assassine dell'agente letteraria

Di cosa parlerò, in questo post? Parlerò delle gambe (quasi sempre aperte) dell’agente letteraria che incontrai un giorno a Milano.
Dunque, sono già seduto nel salotto dell’agente letteraria. Sono teso come non mai, perché mi pare che dall’imminente conversazione dipenderà il mio futuro su questa terra. Tra poco, ne sono certo, gli anni di lavoro, le migliaia di ore spese a rifinire e revisionare i miei scritti avranno un significato o dovranno essere buttati nel gabinetto.
L’agente letteraria seduta nella poltrona di fronte alla mia, quella già ricompensata con 500 mila sudatissime lire, è una snella signora sui trentacinque, attraente, con un tono di voce da doppiatrice di scuola classica. Mi ha già ricordato che sta per partire per non so quale rinomata località di montagna; anzi ha già fatto intendere che se non fosse stato per me a quell’ora già si troverebbe con gli sci ai piedi o con un’amante dei quartieri alti che la scalda meglio di qualsiasi camino altoatesino. Indossa una gonna piuttosto corta, che si è accorciata ulteriormente da quando ha accavallato le lunghe gambe, sistemate in pose statuarie degne della più algida Grace Kelly di un film di Hitchcock.

Siamo ancora ai convenevoli, quando ecco che per la prima volta cambia accavallatura alle gambe. Nel farlo, come se accadesse per un normale evento motorio, spalanca le ginocchia e mostra quello che c’è in mezzo, che per fortuna non è uno spettacolo palese quanto quello rimirabile in Basic istinct (si vedono i collant e un paio di mutandine di un colore chiaro che potrebbe essere pure bianco).
Non faccio molto caso al gesto. Sono in preda alle più potenti emozioni letterarie che io abbia mia sperimentato. E tra l’altro sono ancora infiacchito dalla mancanza assunzione della merenda sottrattami in treno. In ogni modo sono così ingenuo in fatto di donne che non ho ben presente la dinamica precisa dell’accavallamento di gambe femminile, evento che potrebbe pur contemplare un certo spalancamento di gambe, per quanto ne so.
L’agente letteraria ha finito i convenevoli e mi comunica che il mio romanzo, certo, ha qualche spunto interessante e creativo, pur tuttavia… Mi sfugge una parte del discorso perché nella fase saliente dello stesso la mia interlocutrice modifica ancora l’intrecciatura delle sue estremità mostrandomi, per un paio di interminabili secondi, mutandine senza dubbio bianche. Deglutisco a vuoto e blatero singulti inumani. Lei spiega che i miei personaggi sono piuttosto originali e hanno una ammirevole dose di spirito anarcoide, però… e via con il balletto delle stanghe. La trama e i colpi di scena sono interessanti, ma… (gambe allargate, generosa esibizione di biancheria intima, nuovo accavallamento). Sul climax e sul conflitto risolutivo, pur apprezzando il ritmo con cui lo porto a conclusione, è costretta però ad aggiungere… cioè ad allargare…

Io mi agito dolorante sul divano. La sola (microscopica) parte della mia mente capace di articolare pensieri vagamente razionali è certa che la padrona di casa non abbia letto una riga del mio romanzo (quando le parlo di una determinata scena quella svicola perché con tutta evidenza non sa di cosa parlo). Capisco pure che, nonostante le cinquecento cocuzze incamerate per ignorare il mio romanzo, sta facendo a pezzi la mia creatura letteraria.
Cerco di ribattere, di oppormi alla stroncatura. Ma le maledette cosce aperte sono sempre lì davanti a me a impiastricciarmi la lingua. Mi sento tutto un fuoco dentro e fuori. Mi sporgo verso lei cercando di farle capire che, se i suoi sono messaggi, io so interpretarli. Quella, come vede ridurre di pochi millimetri la distanza che ci separa, serra le estremità e mi fulmina con gli occhi.
Batto in ritirata sentendomi più babbeo che maniaco. Si va avanti un po’ di tempo così. Gambe aperte e accavallature da pazzi quando me ne sto a soffrire a distanza. E gambe serratissime e folgori dagli occhi quando, ritrovato un minimo di coraggio, mi riavvicino alla mia interlocutrice cercando di non sbavare troppo dalla lingua penzoloni.

Dopo l’ennesima telefonata a cui deve rispondere (chiamate che riducono a un terzo il tempo effettivo del colloquio), la mia interlocutrice mi fa capire che la conversazione è finita. Mi comunica che sono un individuo fortunato. Sono riuscito a parlarle anche se è impegnatissima, mi porto a casa una meditata disamina letteraria (un foglietto con una decina di banali righe a commento del mio romanzo) senza dubbio utile per apportare le necessarie modifiche al mio progetto letterario (lei mi farà uno sconto da vera amica quando le farò leggere la nuova versione del romanzo… e magari per lo stesso prezzo mi fare sbirciare pure un po’ nelle regioni dove non batte il sole). E ho la sua parola d’onore che si impegnerà in tutti i modi, al momento opportuno, per spedire la mia opera alle case editrici, i cui pezzi grossi conosce come le sue tasche.
Me ne vado con la sensazione che non tutto il male viene per nuocere. Da oggi conosco un po' meglio il mondo dell'editoria.

martedì 28 marzo 2006

Che tu possa schiattare strozzata


Treno Napoli-Milano di diversi anni fa. Dovevo andare nella città ambrosiana per incontrare un’agente letteraria che aveva letto il mio romanzo a pagamento e, con qualche titubanza (certo l’interessata avrebbe preferito incamerare le mie cinque cocuzze, 500 mila del vecchio conio, cavandosela con banalità telefoniche) aveva acconsentito a incontrarmi per comunicarmi le sue sagge riflessioni sulla mia opera (ehm) letteraria.
A quell’epoca ero molto ingenuo della vita (forse lo sono tuttora). Mi sembrava di andare non a un appuntamento con una ladra (di quelle astutissime che non rischiano nemmeno la galera a differenza degli onesti rapinatori a mano armata risiedenti nel mio palazzo), ma con una persona magnanima che avrebbe potuto cambiare la mia vita letteraria e non.

Come al solito avevo pochi soldi. Avevo preso il treno che costava meno. E per non sprecare in vitto ulteriore pecunia non disponibile, mi ero fatto preparare in famiglia un po’ di vivande da portare con me. Il piatto forte era rappresentato da una merenda bella grossa con funghi nostrani, melanzane sott’olio alla napoletana e fettine di carne alla pizzaiola piene di origano e spezie. Una delizia.
Salgo sul treno e prendo posto. Meditavo di mangiare la merenda un po’ più in là, diciamo dalle parti di Firenze, in modo da farmi bastare i viveri per tutto il viaggio; tra il compenso alla ladra letteraria, il costo del biglietto e le spese varie mi si erano prosciugate le risicate finanze. La carrozza è quasi vuota, quando ecco che si avvicina una donzella. E’ una bella ragazza e non ha alcuna difficoltà a fare amicizia con gli estranei. Non è una persona dal linguaggio e dal pensiero oltremodo raffinati (inclinava un tantino sul volgare di tanto in tanto)… ma ai miei occhi quello è un dettaglio del tutto irrilevante. Tra l’altro dopo poche battute si rivela come una ragazza dai costumi estremamente liberi e ti fa quasi aleggiare davanti agli occhi la possibilità di un’avventura sessuale in quello stesso scompartimento ferroviario semivuoto.
Sì, ti dici ridendo come un fesso per qualche idiozia detta dalla nuova venuta, questa è una che ci sta. Forse potrebbe starci pure con un inguaribile imbranato con le donne come te.

Sono passati alcuni minuti che la cinguettante donzella (parla quasi sempre solo lei) dichiara che ha un certo appetito e mi chiede se ho qualcosa nella mia borsa di viaggio. Non ci sto a pensare un secondo e tiro fuori la regina delle mie vivande, la merenda con funghi nostrani, melanzane alla napoletana e la pizzaiola. Offro alla mia interlocutrice la parte migliore della merenda, quella più grossa e con più ripieno. E quindi continuo maldestro la conversazione. Curiosamente noto che da quando la donzella si è impossessata della parte migliore della mia merenda il suo interesse nella conversazione sembra scemato, ma forse è solo troppo impegnata a far lavorare le mascelle.
Passa il controllore e chiedo il permesso di allontanarmi per domandargli un’informazione di viaggio. Ci avrò messo un centinaio di secondi al massimo, ma quando torno al mio posto lo trovo vuoto. La ragazza non c’è più. Faccio qualche passo tra le file di sedili e la ritrovo sette od otto posti più avanti. Parla con due giovanotti che sembrano ameni e loquaci come lei. Si è portata appresso il suo bagaglio come se si fosse trasferita per sempre in quel nuovo posto. Noto che si è portata dietro pure la parte migliore della mia merenda e che se la divide con i due nuovi conoscenti. Fa finta di non vedermi, anche se avrà parlato quasi mezz’ora con me. Mi sale in sangue alla testa. Vorrei dirle qualcosa come “Grandissima zoc****, sputa subito il maltolto!” Ma la merenda gliel’ho offerta io, non posso negarlo… e poi mi conosco, certe volte se inizio a parlare non mi posso più fermare.

Che fare? Diciamo che la gentildonna mi ha fregato. Sono inconvenienti della vita. Delle volte ti svaligiano la casa, altre volte ti prosciugano il conto bancario (per chi ce l’ha) o ti fanno sparire la macchina che ancora devi iniziare a pagare… a me era andata bene. Mi avevano solo fregato la merenda che avrei dovuto mangiare dopo Firenze Santa Maria Novella. Mi toccava solo tirare un po’ la cinghia o barattare qualche capo di vestiario per un po’ di cibarie. Niente di grave.
Dopo quella volta, mai offerto più niente a nessuno in treno. Al diavolo, se volete la mia prelibata merenda guadagnatevela spianandomi in faccia un’onesta P38 con il colpo in canna!

domenica 26 marzo 2006

Canzoni napoletane

Molti anni fa detestavo tutto ciò che potesse collegarsi a una certa Napoli tradizionale e pittoresca. Se sentivo una canzone d’epoca, cantata da un interprete che gorgheggiasse come un frequentatore di bassi (vasciaiuolo) mi sentivo disturbare. La stessa cosa mi capitava se vedevo un numero di cabaret con macchiettisti, sia pur bravi, che si esprimessero nel campo della tradizione.
Per lo stesso motivo non mi piacevano i film di Totò o le commedie di Eduardo De Filippo. E consideravo volgare qualunque signora si vestisse da Ninì Tirabusciò e facesse “‘a mossa” mentre cantava “Addio mia bella Napoli, mai più ti rivedrò” o “Addo’ sta Zazzà” o peggio ancora “Nu iuorno me ne ietti da la casa /ienne vennenne spingule francesi”.

Il peggio del peggio era per me la sceneggiata napoletana. Non riuscivo a immaginare niente che degradasse di più l’animo umano che prestare orecchio a un certo prodotto musicale partenopeo. Quelli che ascoltavano Mario Merola, Nino d’Angelo (molto diverso dall’interprete raffinato che è diventato in alcune sue canzoni recenti), Carmelo Zappulla o Mario Trevi erano individui decerebrati che nemmeno si potevano annoverare nel genere umano. Uno dei pochi sketch classici che mi piacevano era quello che faceva “E levate ‘a vesticciolla / ‘a vesticciolla gnor no gnor no”. E mi piaceva perché si trattava di convincere a svestirsi una figliola di quelle esplosive, una che aveva argomenti più che a sufficienza per sopperire a eventuali pecche nel folclorismo verbale o in quello che io ritenevo vecchiume musicale.
A quell’epoca ero un adepto della musica rock detta progressive (anche quella demenziale di certi gruppi che facevano solo casino, bruciavano strumenti in pubblico e che adesso sono finiti nel dimenticatoio). Adoravo il cinema americano di contestazione (storie on the road, uomini da marciapiede, gente contro tutto e anche contro se stessa). Detestavo qualsiasi cosa avesse a che fare con la tradizione, specie con la tradizione della mia città.

Non so quando ho cominciato a cambiare idea.
Credo sia stato quando Renzo Arbore ha preso a mettere in musica la canzone napoletana con qualche arrangiamento moderno. O forse Arbore è venuto quando stava già mutando qualcosa dentro di me. Fatto sta che prima ho iniziato a dire che le canzoni (e i modi di essere) della napoletanità tradizionale non erano poi tanto male. Poi mi sono convinto a poco a poco che alcune canzoni sembravano o erano belle. Infine sono giunto alla conclusione che le melodie napoletane sono una delle gemme più vivide della musica di tutti i tempi. Mi sono convinto che nella mia città in campo musicale, specie in un particolare lasso temporale, si è creato un momento magico, qualcosa che accade raramente nella storia, una specie di piccolo Rinascimento limitato all’ambito musicale e a una sola città, un evento o meglio un portento che ha prodotto capolavori unici e immortali.
Nello stesso tempo in cui si verificava in me questo cambio di opinione, ho visto sotto altri occhi anche i film del geniale Totò o le commedie di De Filippo. E soprattutto ho preso ad ammirare senza remore le Ninì Tirabusciò che fanno ‘a mossa o i bravi macchiettisti che ti parlano di Ciccio Formaggio che “nun tene ‘o curaggio nemmeno e parlà”.

Le ragazze napoletane cantano nei vicoli

lunedì 20 marzo 2006

La conquista della felicità


Per prima cosa, cos’è la felicità? Sembra una domandina semplice, ma non lo è affatto, per lo meno a vedere come è percepito in genere questo argomento. Potremmo dire per toglierci dai guai che la felicità è quando sei felice. E c’è un solo modo per esserlo. Sei felice quando le ghiandole interne del tuo corpo secernono particolari sostanze che, nella tua mente, vengono associate a stati di piacere. Le sostanze in questione hanno nomi esotici come serotonina, noradrenalina o dopamina e generano funzioni stimolanti di diversi tipi.

Si potrebbe dire: tutto qui, il segreto? Non ci resta che indurre il cervello a rilasciare le sostanze che finiscono in “ina” e siamo a posto. Addio alla depressione e alle recriminazioni da Calimero sono piccolo e nero. Dobbiamo convincere la nostra mente, con le buone o con le cattive, ad ammollarci un po’ di serotonina extra, invece di romperci le scatole con tutte quelle molecole e neurotrasmettitori color depressione. Insomma, siamo sulla stessa barca, noi e il nostro cervello, se siamo felici noi le cose vanno bene pure lui. Che senso ha, fare lo stronzo moralista, invece di spacciarci di tanto in tanto qualche dose da sballo di felicità? Una bella pera di felicità sparata nelle vene un paio di volte al giorno (adrenal-ina), che cosa chiediamo di complicato?

Il problema è che il nostro sistema cerebrale è l’ultimo palloso incorruttibile di questo mondo, non fa niente che vada contro le regole (vedremo poi quali siano quelle regole). Allora non resta che fregarlo, imbrogliarlo. Già ci abbiamo tentato varie volte nella storia dell’uomo. Abbiamo prodotto e usato diversi tipi di sostanze capaci di regalarci stati di piacere, dall’alcol alle più sofisticate droghe attuali. Esse bypassano le normali procedure cerebrali migliorando il nostro umore e offrendoci stati di benessere di varia natura. Purtroppo quelle sostanze hanno un mucchio di noti e spiacevoli effetti collaterali e controindicazioni. Producono assuefazione, dipendenza, crisi di astinenza, più una sfilza lunga così di danni organici e cerebrali quasi sempre gravi o gravissimi (specie sul lungo periodo). Non pare quella la strada per conquistare l’agognata felicità, tanto più che parecchie di quelle materie prime sono pure di difficile reperibilità nell’attuale momento storico.

L’unica risoluzione, per vivere bene, per gioire, parrebbe essere quella di giocare secondo le regole. Cioè di capire quali circostanze e stati esistenziali inducano il cervello a rilasciare le bramate secrezioni endocrine… e cercare di farci trovare in quelle circostanze e in quegli stati esistenziali.
Una prima considerazione da fare è che il cervello rilascia le sostanze che danno la felicità secondo il meccanismo di premi-punizioni con cui funziona il nostro corpo e a cui si adegua il nostro comportamento. Il meccanismo di premi-punizioni non può che essere collegato alla filosofia guida che ci ha condotto a essere ciò che siamo, all’evoluzione. In sostanza il cervello è strutturato in modo da premiare i comportamenti portatori di un vantaggio evolutivo (e questa si chiama felicità) e punire le azioni non utili ai fini della sopravvivenza (e questa si chiama depressione). I principali vantaggi evolutivi sono quelli legati alla sfera riproduttiva (amore e sesso) e all’autoaffermazione (scalare la gerarchia sociale per riprodursi con partner più desiderabili e dominanti in campo sociale).
Ecco la strada. Autoaffermarci (e qui le cose vanno un po’ meglio di quanto sembri perché possiamo diventare persone rilevanti non solo nel campo dei soldi o del potere, ma anche in settori per così dire più “eterei” come l’altruismo, l’idealismo o perfino l’eroismo, possibilmente sopravvivendo alla nostra abnegazione filantropica). Beneficiare dunque del nostro elevato gradino gerarchico conquistando un partner più bello (migliori geni per la discendenza), più intelligente (migliori possibilità di autoaffermazione per i posteri diretti), più ricco (migliori occasioni per allevare adeguatamente la progenie e spianarle un posto privilegiato nella vita). Il nostro cervello riconoscerà tutti questi elementi, li apprezzerà e ricompenserà i nostri sforzi rilasciando felicità. E quella felicità rinforzerà i nostri sforzi per autoffermarci ulteriormente.

domenica 19 marzo 2006

Otto tavole a fumetti

Nella prima tavola passeggio per una strada cittadina, ma sono già preoccupato per un grido femminile di aiuto che giunge da un vicolo vicino. Il disegnatore della vignetta è bravo, ha uno stile a metà tra il figurativo di Campbell e Cho e il michelangiolesco di John Buscema, mi ha fatto più bello di quello che sono, ma sono senza dubbio io.

Nella seconda tavola a fumetti ho svoltato l’angolo. Una bella ragazza ha la bocca aperta come per parlare, ma glielo impedisce il ceffone assestatole da un piccoletto con gli occhietti cattivi, che sembra il capo della banda di balordi. Gli altri due sono un gigante con la testa pelata e orecchini dappertutto e un tizio muscoloso con le braccia nude tatuate. Il fumetto nervoso che si infila fin dentro la bocca ghignante del gigante pelato dice le cose che dicono i fumetti, mi definisce stronzo e mi consiglia di girare al largo.

Non ci sto a pensare e mi butto nella mischia, anche perché ho visto che il petto nudo della ragazza ha già conosciuto il coltello del bastardo con gli occhietti cattivi. Una mia testata nella pancia del tizio tatuato gli cancella il ghigno dalla faccia. Le sue bestemmie sono tracciate con un rapidographos con la punta di almeno un millimetro. Punti esclamativi a sazietà.

Giunti alla quarta vignetta, però la situazione sembra farsi disperata. Incasso una nespola a forma di treno merci dal gigante pelato e, anche se riesco ad attutire il colpo spostandomi indietro, non posso evitare di cascare sul sudicio lastricato del vicolo dell’aggressione. Mentre cado verso un cumulo di immondizia fuoriuscito da un cassonetto, di bocca mi esce un suono che fa più o meno Urggghhhh!!!

La ragazza non è un’oca che guarda e non fa un cazzo. Approfittando dello scompiglio che ho causato, picchia in testa al piccoletto con gli occhi cattivi una vecchia racchetta da tennis abbandonata accanto al cassonetto. Io sono cascato bene e da terra riesco a piazzare un calcio alle parti basse del gigante pelato. Il suo grido di dolore oltrepassa i confini della vignetta e ne invade due vicine.

Infine sono in piedi e completo l’opera abbattendo il pelato con un cazzotto di quelli tosti che va a schiantarsi sul suo naso.

Io e la ragazza siamo già uno nelle braccia dell’altra. L’astuto disegnatore della storia non fa niente per nascondere il prominente seno nudo della mia partner che si poggia sul mio petto. C'è un fumetto bianco a fianco della bella testa femminile, evidentemente lo sceneggiatore si riserva di scrivervi qualcosa in futuro. Un mio primo piano mostra un viso (più bello del mio, ma sono io senza equivoci) sorridente e felice.

L’ottava e ultima tavola è quella del bacio. Lei mi domanda: “Che fai? Resti o torni nel mondo da cui sei venuto? Intendo la realtà."
Non c’è posto per i miei pensieri nella vignetta, ma si può capire che sto riflettendo, sto riflettendo parecchio. Con un'altra tavola a disposizione, alcuni di quei pensieri potrebbero pure essere espressi in maniera grossolana, ma non c'è altro spazio. La storia è finita.
“Resto”, c’è scritto nell’ultimo fumetto che esce dalla mia bocca.