lunedì 15 gennaio 2007

Mister Cupido e solerte assistente


- Grazie, Mister Cupido, per avermi concesso l’onore di accompagnarla in una delle sue cacce amorose. Non potrò mai palesarle la mia gratitudine per questo attestato di magnanimità, né comunicarle quanto il mio cuore grondi di fervido...
- E basta, somaro! Non farmi pentire di averti portato con me. Sei il più tedioso dei miei assistenti. Allora, sistemati meglio su questa nuvola e fammi capire se hai messo a frutto le mie lezioni. Vedi qualche soggetto interessante?
- Certo, Mister Cupido. Il parco è il luogo ideale per esercitare le sue impareggiabili doti di suscitatore d’amore. Che ne dice di quella ragazza laggiù, quella con i capelli rossi e le lentiggini che legge Le memorie di Adriano sulla panchina accanto alla pista di pattinaggio? Mi sembra annoiata a sufficienza.
- Ottimo soggetto, ragazzo, dammi altre informazioni.
- Ecco, mi collego al database dell’Olimpo con il mio portatile. Segnalo al motore di ricerca minerviano le caratteristiche del nostro soggetto. Fatto. Allora, ragazza sola, lavora all’ufficio anagrafe del comune. Ama la Scozia e il film Il gladiatore. Si definisce “romantica all’eccesso” in un profilo su un sito di assistenza per persone sole. Canzoni: “Guido piano” e “Quello che le donne non dicono”. Ha un blog su cui scrive, con il nick di Genevieve31, lagnose poesie dedicate al suo ultimo ed epico amore.
- Perfetta. Incocco la freccia, prendo la mira. Alé, fatto.
- Magnifico tiro, Mister Cupido, se posso osare. Centrata sulla milza.
- In effetti avevo mirato al capezzolo sinistro, ma va bene lo stesso. E poi nessun arciere riuscirebbe a fare un tiro decente con un seccatore della tua risma che gli si agita davanti agli occhi.
- Bisogna subito trovarle un partner prima che il potere ammaliatore del suo dardo decada. Che ne direbbe di quel giovanotto dallo sguardo romantico laggiù? La sua scheda personale segnala che ha pure lui un debole per la storia romana e i classici, legge poesie di Garcìa Lorca e della Dickinson. Leggo qui che non esce più con una ragazza da… ehm, quasi dallo scorso millennio. Quel giovanotto ha disperato bisogno di amore. Non potrebbe esistere un soggetto più adatto al suo prossimo dardo, signor Cupido, signore.

- Ora ti metti pure a darmi gli ordini, sottospecie di un putto da robivecchi? Magari tra un po’ vorrai perfino che ti ceda l’arco per farti diventare il dio dell’amore al posto mio!
- Non credevo di dire niente di male.
- Sei un novellino, non sai niente di amore. Di questo sentimento hai la visione puerile tipica degli uomini. L’amore è una cosa seria, sofisticata, scientifica. Per capire nel profondo il suo funzionamento bisogna avere talento ed esperienza e tu non sei provvisto di nessuno dei due requisiti.
- Chiedo venia per la mia imperdonabile leggerezza, maestro. Ma a me quel giovanotto romantico e derelitto sembra andare più che bene. Se lei lo trafiggesse, faremmo solo del bene a due persone.
- Bah, inutile sprecare fiato con te. Guarda e impara.
- Sì, splendido colpo. La sua freccia ha centrato il petto del signore che mitraglia parole nel cellulare, quello accanto al laghetto delle oche che muove di continuo le labbra come se fosse innamorato del suono della sua voce. Parla così tanto che il suo interlocutore telefonico nell’ultima mezz’ora non deve aver avuto nemmeno il tempo di dire “Perdinci”. Nondimeno, io non so se…
- Cosa non sai, caricatura di un assistente?
- Faccio rispettosamente osservare che secondo il mio database virtuale l’uomo che lei ha colpito è già impegnato in amore. E’ sposato, con tre figli. Due divorzi e due amanti ufficiali, di cui una è addirittura la segretaria della sua azienda rivenditrice di macchine usate; l’altra potrebbe essere compagna di classe della figlia maggiore. Inoltre quell’uomo ha diverse relazioni occasionali con donnine più o meno allegre e, per di più, ogni anno organizza una spedizione, senza moglie o amanti, a Cuba o in Brasile dove si dedica al più sbracato turismo sessuale… qualche volta con partner di cui, ehm, davvero mi vergogno di ripetere l’età. Nell’ultimo decennio ha letto, gli ci sono voluti circa otto mesi, solo un libro intitolato Come fare soldi a palate e fregare il prossimo. E' sicuro che sia il miglior partner in amore per la delicata donzella che legge Le memorie di Adriano?

- Quell’uomo va più che bene, allocco. Se ha tante donne, significa che sa come trattare il gentil sesso e guadagnarsi il suo favore. Significa che sa suscitare emozioni e sentimenti profondi nei cuori femminili. Quell’uomo è come una squadra di pallone che ha vinto molte partite, ciò dimostra che sa giocare il gioco dell’amore.
- Ma signore, è un fedifrago di prima scelta! Già tradisce moglie e amanti ufficiali con altre donne. E farà senza dubbio lo stesso pure con la ragazza dai capelli rossi che lei gli ha buttato in pasto… cioè volevo che ha fatto innamorare di lui.
- Fingerò di non aver sentito il tuo irriguardoso piagnisteo. Certo, il rivenditore di automobili usate tradirà la ragazza delle Memorie di Adriano come ha fatto con le altre partner e un giorno il loro amore finirà così come finiscono tutti gli amori di questa terra. Però nel tempo in cui la frequenterà saprà suscitare in lei sentimenti lieti.
- Ma sono solo illusioni! L’amore di quella disgraziata ragazza sarà una cosa che non esiste e finirà male.
- Tutti gli amori sono basati su illusioni e finiscono sempre male. Il rivenditore di automobili usate è il partner ideale per quella ragazza. Quando ti sarai liberato del tuo fanciullesco sentimentalismo, mi darai ragione.
- E quell’altro uomo, il giovanotto che legge Garcìa Lorca e la Dickinson e che se ne sta tutto solo in quell’angolo di parco? Non potrebbe trovare qualcosa pure a lui? Non potrebbe regalargli un amoretto che lo aiuti a superare la delusione?
- Allora non mi stai a sentire? Il giovanotto è deluso perché ha dimostrato di non essere capace in amore. Quell’uomo è la famosa squadra di calcio che perde le partite. Se colpissi una donna al cuore facendolo innamorare di lui, gli insoddisfatti sarebbero due. E non è questo il nostro compito. Noi abbiamo il dovere di favorire e diffondere l’amore, rendere la gente felice, non viceversa.
- Signore, signor Cupido, guardi!
- Cosa dovrei guardare?
- Ecco, Mister Cupido, il puttanier… cioè il porco mandrill… ehm, volevo dire che il soggetto scelto da lei si è avvicinato alla panchina della ragazza con i capelli rossi e ha fatto amicizia con lei. Vede?
- Sì, la nostra piccioncina sembra già cotta di lui. Che cosa volevi dirmi?
- Be', il suo, uhm, protetto, mentre amoreggiava sulla panchina con la rossa romantica, ha già fatto l’occhiolino a due ragazze diverse.
- Benissimo, lo sapevo di aver scelto l’uomo giusto. Sono un genio, un impagabile benefattore dell’umanità!
- Sissignore signore, se lo dice lei… Ma almeno le macchine che vende sono buone?

venerdì 12 gennaio 2007

Poesia nell'Eden


Una blogger mi ha sfidato a mostrare la mia natura poetica, sollevando dubbi sulla sua esistenza. Mi spiace per questa amica, ma il mio anelito poetico e romantico non ha eguali in tutto il mondo virtuale. Eccone una chiara dimostrazione. :-)

Ehi, Eva, hai visto questo coso?
Quale coso, Adamo?
Ma questo coso di carne qui sul mio corpo, no? Ecco, ce l’ho in mano. Ho visto che tu non hai niente di simile.
Già.
Sai a cosa serve?
A fare la pipì?
La pipì la fai pure tu, ma il coso non ce l’hai.
E’ vero. Magari il tuo affare non serve a niente. Magari è una di quelle che i bioevoluzionisti futuri chiameranno mutazioni neutre.
Che cacchio stai a dì, Evuccia? Perché non parli come t’ha fatto mammeta?
Nun te scurdà che io mammema non l’ho avuta.
Eh già, nemmeno io. Una vera sfortuna, perché di certo loro avrebbero saputo che roba è quest’affare.
Aspetta, fammi vedere una cosa.
Ahiaaaaaaaa!!!!! Sei impazzita? Che accidenti fai?
Volevo vedere se si allungava tirandotelo. Aspetta, forse se faccio più forte…
Dooooooooloreeee treeeemendoooooo!!!!!!! Le mie povere paaaaaaaa…. Mi schiacci le paaaaaaaahhhhhh….
Scusa, scusa. Non sapevo di farti male. Ora ti do un bacino sopra, magari ti passa la bua… Adamuccio?
Sì?
E’ strano, ogni volta che do un bacino al tuo affare, mi sembra che cambi forma.
Che assurdità, si vede che la desolazione di questo paradiso terrestre ti fa dare i numeri. Peccato che non sia stata inventata ancora la psicoanalisi, ci sarebbe utile a tutti e due.
No, guarda tu stesso. Più gli do i bacini e più cresce.
E’ vero. E’ diventato un bel po’ grosso. E ora perché smetti di darmi quei bei bacini?
Sai, Adamuccio, magari il tuo affare non è proprio una mutazione inutile visto che qui in mezzo alle gambe io ho una fessura, la vedi?
Certo, e allora?
Ma che dannazione, devo spiegarti proprio tutto?
Vuoi dire che io potrei cercare di infilare il mio… nella tua…?
Si può sapere perché gongoli come un cretino?
Che io sia dannato se lo so. Apri un po’ le gambe e vediamo se entra.

mercoledì 10 gennaio 2007

I cavalieri delle praterie metropolitane


Sono qui nella ristrutturata piazza Dante napoletana. Fa fresco, è bello camminare, ho comprato a soli due euro e mezzo un saggio tra storia e climatologia. Ho cercato una tastiera cordless da computer, ma nessuna mi ha convinto. Si è fatta ora di tornare a casa, mi dico.
Però a un tratto, sto quasi per uscire dalla piazza, mi blocco. C’è un suono, una strana melodia nell’aria. Prima ancora di riconoscerla mi si apre il cuore e sento le labbra atteggiarsi a un sorriso automatico. La melodia che odo è tratta, capisco ora, dalla colonna sonora dell’Ultimo dei Moicani. E’ quel motivo da brividi, quella specie di ballata irlandese su cui ho scritto un post di getto: "Eroe per sette minuti e mezzo". Torno subito sui miei passi e cerco di individuare l’origine della melodia.
Ecco. In un lato della piazza ci sono due ragazzi dai tratti esotici, abbigliati in costumi folcloristici da indiani pellerossa. I musicisti da strada in genere non mi fanno effetto, ma questa volta mi fermo a osservarli. La musica che ti rende eroe per sette minuti e mezzo è trascinante come al solito e i ragazzi esotici la rinvigoriscono con grida gutturali, movenze antiche e suoni tratti da etnici strumenti a fiato o a percussione. Sono assolutamente conquistato dall’atmosfera creatasi nella centrale piazza napoletana. Rido, io che non lo faccio mai, e ballo o almeno batto i piedi a terra, io che non lo faccio mai. Ascolto in silenzio con una gran voglia di applaudire, se non l’esibizione dei musicisti esotici almeno le emozioni intense che regalano a me e agli altri napoletani fermi ad ascoltarli. Qualcuno dice che sono veri pellerossa, dice nativi americani, che fa pure più politicamente corretto. Quell'informazione rende più suggestivo il momento.

La musica che ti rende eroe è finita. Ne parte una seconda. Il più basso dei musicanti da strada canta una bella canzone che ti fa pensare alle praterie senza fine, al vento che sferza la tua pelle mentre ti giunge l’eco di una sterminata mandria di bisonti in movimento. Il suo compagno, seminascosto da un copricapo di penne che a dire il vero sembra acquistato con i saldi a Cinecittà, abbozza una danza dalle lente movenze. Non so cosa penso, ascoltando musica, canzone e antiche grida gutturali. Sto bene e guardo gli altri spettatori. Bambini, ma pure adulti. Hanno gli occhi lievemente dilatati e brillanti come so che sono i miei in quel momento. Li guardo e capisco. Non è ciò che sentiamo. Non sono la musica e il canto. Non la danza o i costumi. E’ qualcosa che è dentro di noi. Questo ci fa sorridere. Qualcosa dentro di noi, che i ragazzi esotici di piazza Dante hanno il potere di risvegliare con la loro melodia.
So cosa pensiamo io e quelli che mi sono vicino. Vorremmo trovarci da un'altra parte. Lontano dalle luci natalizie e dai palazzoni che nascondono il mondo, lontano dalle fermate affollate di autobus e dalle masse brulicanti di alieni che sciamano sui marciapiedi metropolitani. Vorremmo stare in un altro posto, tutti noi che ci siamo fermati ad ascoltare la musica etnica.

Nel momento più coinvolgente del concerto improvvisato, quando la voce del ragazzo basso fluttua nell'aria come quella di uno sciamano irochese inneggiante al Grande Manitù, ecco che accanto a me si ferma una coppia sulla quarantina che catalogo come marito e moglie. L’uomo vorrebbe ascoltare, la moglie ha un sorriso scettico sul viso. “Ma sono i peruviani riciclati di ieri?” mi chiede cercando di trascinarsi dietro il marito recalcitrante.
Le spiego che a quanto ho sentito sono veri indiani pellerossa.
La donna smette per un attimo di tirare la mano del marito e mi lancia uno sguardo ironico nel più puro stile Desperate Housewives. “No”, dice sicura, “ieri qui c’erano due peruviani che non combinavano un granché. Assomigliavano molto a questi due. Si vede che si sono riciclati come indiani.” La maledetta linguacciuta ha un ghigno cinico sul viso; è chiaro che sto comunicando con il più genuino prodotto da moderna metropoli. Questa qui deve sguazzarci alla grande nella vita di città, forse è perfino contenta di aggirarsi in mezzo ai boati dei petardi e al frastuono del traffico, ai casermoni spacciati per case e all'aria corretta al monossido di carbonio.
Mi dà talmente fastidio il tono di questa tizia che ribatto piccato che quelli sono due veri indiani, anzi sto quasi per giurare che sono gli eredi diretti di Toro Seduto a Little Big Horn o di Cavallo Pazzo a Wounded Knee, e la fisso sfidandola a mettere in dubbio le mie parole. Stavolta è il marito che si tira via la moglie per evitare grane.
Torno ad ascoltare il finale della canzone. Peruviani riciclati? Chissà, forse sì. I due ragazzi esotici in effetti sono un po’ troppo chiari di carnagione e non sembrano avere i tratti che si associano agli antichi cavalieri delle grandi pianure. Ma che siano peruviani riciclati o genuini Sioux, che importa? Ciò che davvero conta, mi dico tornando a sorridere, è il mondo straordinario che hanno risvegliato dentro di noi. Il brandello di sogno che ci hanno regalato in questa stanca piazza napoletana.

mercoledì 3 gennaio 2007

In memoria di antichi eroi della matita

In un post ho indicato il momento più felice della mia vita quando comprai un giornaletto con i supereroi della Marvel (era una storia dell’Incredibile Devil). Probabilmente sono stato un pizzico provocatorio nell’occasione; e in ogni modo mi ha influenzato un articolo del grandissimo Isaac Asimov, in cui l'inventore del Medioevo galattico collegava il massimo della felicità all'acquisto, da ragazzino, di una rivista di fantascienza del genere pulp in auge nell’America degli anni Trenta. Ma forse né io né, a un livello ben più alto, Asimov abbiamo esagerato.

Tanti anni fa, nei primissimi anni della pubblicazione degli albi della Marvel-Corno, ero immerso e sognante in un mondo meraviglioso come solo un ragazzino può fare. Per me, e sicuramente per altri, i fumetti dei supereroi creati dal mitico Stan Lee non erano solo albi da leggere e mettere via, ma da conservare con cura, da consultare di continuo, da accarezzare con devozione. Insomma erano oggetti con cui avere un contatto fisico continuo. A quell’epoca ricordo che conoscevo a memoria quasi tutti o forse tutti i titoli delle prime quattro pubblicazioni marveliane (Uomo Ragno, Devil, Thor, i Fantastici Quattro). Un titolo che ricordo ancora adesso è “Superbattaglia tra supereroi” (era un avventura che vedeva contrapposti da un lato i Fantastici Quattro senza la Donna Invisibile, e dall’altro L’Uomo Ragno e Devil assistiti da un Thor con i poteri dimezzati dopo la solita litigata con il padre Odino). Spesso mi scrivevo su pezzi di carta i nomi di tutti i supereroi e, su un’altra colonna, quello dei supercriminali, e mi divertivo a farli scontrare tra loro. Cercavo di provocare duelli inusuali facendo affrontare per esempio Kraven il Cacciatore, tipico avversario dell’Uomo Ragno, con Devil, e mandando gli antagonisti di quest’ultimo a scontrarsi con altri difensori del bene. Facevo anche di più. Creavo gruppi di supereroi inediti e li facevo battagliare, sul solito pezzo di carta, con altri gruppi di supereroi altrettanto inediti, cercando di compensare i loro poteri per rendere lo scontro equilibrato.

Infine mi appuntavo i nomi di tutti i disegnatori e inchiostratori che conoscevo. Erano innumerevoli, così come erano pochi quelli dei soggettisti, in effetti in quest’ultima categoria non ricordo che il mitico Stan (l’uomo) Lee e Roy (il ragazzo, almeno credo) Thomas.
Ecco la lista dei disegnatori da me preferiti. Il più grande per me era John Buscema, ha disegnato un po’ di tutto, ma io lo ricordo soprattutto per Thor e Conan il Barbaro. Lo consideravo una spanna sopra gli altri. E non riuscivo a capire la cagnara che si faceva per l’abbandono della Marvel di Jack Kirby (il Re: nella Marvel qualsiasi disegnatore o soggettista aveva un soprannome, Kirby era il Re e Stan Lee era il citato “L’uomo”). Ricordo che la rubrica della posta era tutto un chiedere “Ma quando tornerà Jack?” Oppure “Ho saputo che il Re è tornato alla Marvel, quando potremo rivederlo in Italia?”. Perché fanno tutte queste lagne su Kirby, mi dicevo, quando qui ogni quindici giorni abbiamo in edicola il più grande disegnatore di fumetti mai esistito, ossia il michelangiolesco John Buscema creatore di figure umane potenti e scultoree?
Al secondo posto mettevo a pari merito John Romita (Uomo Ragno) e Jack Kirby (non ho mai detto che non mi piacesse, solo che non lo consideravo il migliore: i personaggi lievemente deformi di Jack erano comunque espressivi come pochi). Mi piacevano anche George Tuska (Iron Man)e Wally Wood (Il primo Devil). Buoni i Severin e Bill Everett.
Detestavo Barry Smith (il primo Conan), mi pareva proprio che non sapesse disegnare così come Gil Kane, Neal Adams e Ross Andru. Trovavo originale e molto espressivo lo stile di Gene Colan – maestro indiscusso di Devil - ma talvolta duro da mandare giù. Lo stesso discorso, anche se a mio avviso a un livello più basso, valeva per Steve Ditko, ossia il primo disegnatore dell’Uomo Ragno. Tra gli inchiostratori, solo gli inossidabili Joe Sinnott e Jim Mooney erano garanzia di qualità.

Con una ricerca con Google ho trovato i nomi di molti disegnatori della Marvel di epoca storica. Molti dei disegnatori sottostanti non li avrei mai saputi citare a memoria, ma ogni singolo nome ha per me un preciso significato, capace di riprodurre nella mia mente uno stile artistico inconfondibile, un brandello di storia o un personaggio. So che alla quasi totalità dei viandanti virtuali non potrebbe importare di meno della lista che riporterò qui sotto e che quasi nessuno si sognerà di leggerla… ma io provo lo stesso il bisogno di scrivere – stavo quasi per dire incidere sul marmo virtuale - questi nomi straordinari che nella mia mente e nel mio cuore sono percepiti come antichi eroi delle cui gesta non svanirà mai il ricordo.

Archie Goodwin, Gerry Conway, Stan Lee, Roy Thomas (soggettisti).
Jack Kirby, Johnny Romita, Steve Ditko, Dick Ayers, Joe Sinnott, Rick Buckler, John Buscema, Sal Buscema, Mike Ploog, Gil Kane, Carmine Infantino, John Byrne, George Perez, Jim Mooney, Jim Starlin, Don Heck, Jim Steranko, Vince Colletta (per lo più inchiostratore), John Tartaglione, Herb Trimpe, John e Mary Severin (talvolta anche da soli), George Tuska, Ron Wilson, Al Milgrom, Bill Everett, Mike Vosburg, Neal Adams, Tom Palmer (per lo più inchiostratore), Frank Giacoia, Werner Roth, Dave Cockrum, Al Williamson (spesso inchiostratore). E ancora Ross Andru, Barry Smith, Jay Gavin, Frank Miller (agli sgoccioli dei '70), Gene Colan, Joe Orlando, Wally Wood, Bob Powell. Frank Brunner (dottor Strange), Joe Simon, Art Simek, Mike Esposito, Chic Stone, Al Williamson, Rudy Nebres.

Che Dio vi ricompensi come meritate, ragazzi.

sabato 30 dicembre 2006

Psicoanalisi della minchia


La fraternità propria del Santo Natale reca conforto pure ai cuori più inclini al pensiero negativo, come conferma la seguente storia.
Avevo conosciuto questa signora fiera e ardimentosa - non è proprio una blogger secondo ciò che dice, ma legge alcuni blog tra cui pure il mio - una professionista romana affermata e orgogliosa della sua posizione sociale, bella, superatletica e perfino severa ammaestratrice di cani feroci che fanno venire la tremarella al sottoscritto. Naturalmente qualsiasi maschio – e sopra ogni cosa il qui tapino narratore affetto da atavica e inappagata fame femminile – vedendo questo po’ po’ di donzella bella e grintosa farebbe fuoco e fiamme per appropinquarsi a lei. La professionista bella e grintosa a dire il vero non ha solo pregi, ma pure qualche difettuccio. Diciamo che è un pochino spostata a destra politicamente. Niente di grave, e soprattutto nulla che possa impensierire lo sciagurato protagonista di questa storia, che nella sua attuale e gramigna fase esistenziale sarebbe disposto a inginocchiarsi perfino davanti a Hessa, ossia la nazista supereroina dai facili costumi protagonista di un conosciuto (almeno presso certi disperati reduci degli anni Settanta) fumetto per adulti. Tuttavia perfino a questo scellerato di bocca buonissima in fatto di donne non gli tornavano troppo certe apologie berlusconiane della grintosa professionista (il Cavaliere sarà pure un tizio ricco sfondato che ha fregato parecchia gente con la sua scadente parlantina, le scarpe con il rialzo nascosto e la parrucca o il trapianto capellifero, sarà perfino simpatico e capace di raccontare barzellette spassose, ma che qualcuno lo potesse considerare un grand’uomo era davvero dura da mandare giù).

Comunque ammetto di essere un debole, specie quando avvisto una sottana all’orizzonte, e se questa sottana appartiene a una signora che mi rivolge la parola, perfino virtuale, purtroppo smarrisco all’istante il mio poco raziocinio. Dopo un po’ di vaghe chiacchiere virtuali, comincio col far notare alla mia interlocutrice che mi sento solo e avverto la necessità e finanche l’urgenza di compagnia femminile. Lei si dimostra dispiaciuta per la mia infelice condizione esistenziale. Si offre perfino come consigliera spirituale e raccoglitrice di mie eventuali lagnanze del cuore. Con lei posso sfogarmi, mi fa capire. Lei, in una parola, è la soluzione a ogni mio problema. Allora ci do dentro con il triste racconto della mia disagiata permanenza su questa terra. Sono fortunato, lo ammetto, perché non devo mentire nemmeno troppo quando sciorino i miei guai esistenziali, anzi a dire il vero devo tenermi perfino un po’ al di sotto della realtà per non sembrare lo sfigato che sono. Per uscire dal mio vuoto affettivo avrei bisogno di una figura femminile, una figura - butto lì cercando di non pensare a qualche sparata seminazista della mia interlocutrice - gentile e comprensiva come quella con cui comunico. Anzi, dico alla piacente professionista mentre l’inedia sentimentale mi rende audace, vorrei incontrarla; se potessi starle vicino sono certo che mi sentirei meno solo e triste.
Non risponde per due giorni. Poi mi arriva una stranissima mail. Lei vuole aiutarmi. Davvero. E’ disposta a fare qualsiasi cosa per farmi uscire dalle mie difficoltà. Posso contare su lei senza remore. Sono commosso da quella manifestazione di affetto e le dico, sempre scordandomi dei suoi panegirici a favore del plutocrate di Arcore e di qualche tirata contro il Terzo Mondo e l’invasione di disgraziati che stiamo subendo, che niente mi farebbe più piacere che incontrarla. Sto quasi per proporle un giorno adatto per un appuntamento in cui tenerci per mano come due fidanzatini, ma poi soprassiedo in un impulso di prudenza. Meglio non strafare.

La mia cautela sembra premiata da una mail giunta a stretto giro di posta virtuale. Prima ancora di aprirla mi prende l’emozione. E’ lei che mi dice che ci sta, ne sono certo. Quella mail deve contenere perfino il luogo e il giorno dell’appuntamento agognato. E sarà un appuntamento a Napoli perché la generosa signora che monopolizza i miei pensieri, sapendo delle mie scarse risorse finanziarie e della mia difficoltà a spostarmi, vorrà favorirmi in ogni modo.
Apro la lettera, ma fin dalle prime battute mi pare che il contenuto differisca dalle attese. In effetti intercetto alcuni termini che non riesco proprio a collegare con le mie aspettative, e cioè “psicoanalisi”, “processi mentali inconsci” “esperienze metabolizzate” e “fase infantile” [è tutto vero alla lettera ndr]. Ovviamente mi strofino gli occhi per assicurarmi che la vista non mi giochi brutti scherzi. Ma quando riguardo la mail, la fraseologia aliena è sempre allo stesso posto. Leggo un mucchio di psiconalisi, psicoanalisi, psicoanalisi. Ogni volta che rumino quella parola noto che il mio stato d’animo precipita verso recessi profondi, ma infine mi imbatto in un passaggio che mi fa sperare in uno sbocco positivo, laddove la mia interlocutrice mi consiglia di “mettermi a nudo”… Tuttavia in pochi secondi afferro che questa frase ha un’accezione un filo diverso da come la intendevo io.
Leggo tutta la mail e mi domando se sogno. La bella e amabile professionista, la donna che avrebbe dovuto accompagnarmi in passeggiate romantiche tese a lenire la mia mestizia esistenziale, mi dice più o meno che per superare le mie problematiche non c’è niente di meglio che farmi un’autoanalisi. Leggo meglio, sillabo le parole per non sbagliare, e qui si parla proprio di Freud. La mia interlocutrice ha fiducia assoluta in ciò che definisce ritorno alla fase infantile, qualunque cosa sia. Inoltre afferma di aver consigliato questa sua terapia psicanalitica, questa introspezione fai da te, pure alle sue amiche, ottenendo sempre ottimi risultati. Le sue amiche sono rinate dopo aver seguito i suoi suggerimenti psicocurativi, e lo stesso è capitato a lei medesima. Mi parla proprio con il cuore in mano. Attuando una severa terapia analitica sotto la sua esperta supervisione, starò molto molto meglio.
Le mando una lettera in cui le dico che non ho capito quasi niente di ciò che ha detto (avrei voluto dire “farneticato”, ma poi mi sono trattenuto). Espongo qualcuna delle mie più diplomatiche e eufemistiche opinioni sulla psicanalisi per non offenderla e infine dico che quella proposta non mi sembra la strada per risolvere i miei disagi esistenziali.
Segue una sua mail postata alla velocità della luce. Dice che ora si è proprio scocciata di me e della mia ironia a buon mercato. Lei cercava di aiutarmi, ma io sono individuo meschino e ingrato che non merita niente, solo di crogiolarsi nella sua solitudine. Dopo avermi cannoneggiato con vari appellativi poco lusinghieri, mi ingiunge di cancellare il suo indirizzo dall’agenda di Outlook e sbraita che non risponderà più a mie lettere.
Io che dovevo fare, dopo aver letto l’ultimo delirio? L’Onnipotente mi è testimone che ho cercato di controllarmi. Che ho chiesto il Suo aiuto per non cedere alle lusinghe della riprovevole ira. Che l’ho pregato di non farmi soccombere agli istinti di bassa lega. “Signore”, l’ho implorato, “fammi agire da uomo civile”. Ma poi ho sentito che non potevo oppormi all’inevitabile esito di quella storia. Ho aperto la posta elettronica e ho scritto una mail in cui esprimevo un unico e stringato concetto: “Psicoanalizzami questo cazzo!”

sabato 23 dicembre 2006

Sei bella Napoli quando canti


Stamattina ho pensato nitidamente che la canzone napoletana è superiore a quella italiana. E’ un dato di fatto, mi sono detto, non c’è match.
Volevo scrivere un post su Chaplin, lo sto rimandando da un po’, ma in queste feste ci sarà il tempo e l’occasione. Poi ho sentito la radio e ho fatto quella riflessione che mi ha indotto a cambiare tema del post.
A casa mia la radio in genere è sintonizzata, non per mia volontà, su una stazione che trasmette solo musica napoletana. Sulle prime ironizzavo su quella scelta, perché le canzoni di questa emittente sono melodie non classiche e nemmeno molto apprezzate dai critici (da ragazzo avevo una grossa avversione per la musica napoletana, anche per quella colta, e penso che echi di questo atteggiamento siano sopravvissuti in me anche se ho cambiato idea sulla musica partenopea e non solo). Per intenderci non si tratta di pezzi illustri come “Dicitencello vuie” o “’Na sera e maggio”, ma di brani moderni appartenenti al genere musicale detto “neoromantico”, quello cioè da cui sono usciti Nino D’Angelo, e i due Gigi, D’Alessio e Finizio. Cioè il genere che si dovrebbe definire l’erede della sceneggiata napoletana.
Dunque ero in cucina a fare colazione con la solita tazzina di caffè quando la radio trasmette questa canzone, un duetto tra una voce maschile e una femminile. Il testo non era oltremodo elaborato, come in tutte le canzoni di questo tipo, c’era una donna sposata con un figlio innamorata di un terzo uomo, ma l’importanza di un testo musicale non sta nella sua complessità, bensì nell’efficacia, e quel testo era efficacissimo.
Dio mio, mi sono detto, ma guarda che canzone! Mille volte meglio di certe melense schifezze in italiano cantate da gruppuscoli moderni che vanno per la maggiore. Mi riferisco a quei tizi vestiti da cascamorti semidark che ragliano di amore in un modo che dovrebbe apparire ridicolo pure a una tredicenne con problemi affettivi.

Davvero ho sentito un brivido mentre ascoltavo quella melodia napoletana. E ho riflettuto che le canzoni in italiano dovrebbero avere mille e mille vantaggi su quelle partenopee. Prima di tutto c’è un numero molto più grosso di autori che si dedica a esse. E poi molti dei migliori autori di canzoni napoletane scrivono ormai in italiano per avere maggiore successo o perché si sentono di fare così (Edoardo Bennato, Enzo Gragnaniello e tanti, tanti altri). C’è rimasta solo una sparuta cerchia di irriducibili mezzo analfabeti a scrivere moderne canzoni in napoletano e guarda qui che cosa sono capaci di tirare fuori! Mi dicevo proprio così, guarda qui che forza!
Il motivo che ascoltavo stamattina a un tratto diceva le parole, cito a memoria di certo sbagliando “Piglio ‘o criaturo, ‘o rravoglie int’’o scialle e vengo addu te” (la signora innamorata si sarebbe presentata dal suo amante con il bambino avvolto nello scialle, e lo avrebbe fatto non come una donna di Sondrio o della solita Voghera, ma come una napoletana verace, come un’Angela Luce moderna, e i versi della canzone ti comunicavano con precisione questa sensazione). Ho trovato quei versi perfetti, semplici ed efficacissimi, con una potenza espressiva rara a vedersi, di sicuro estranea ai lamenti musicali di certi debosciati divetti che fanno anticamera nei salotti sanremesi. Sto cantando quel motivo in questo momento (non sono capace di smettere, ma mi passerà, mi passa sempre) e mi dico: che cosa sarebbe, la canzone napoletana moderna, se invece di pochi autori in bilico tra il coatto e la semidelinquenza (parecchi di questi cantautori gravitano intorno al giro camorristico), vi si dedicassero a tempo pieno i migliori artisti musicali di questa città e di questa regione?

Ultima di oggi. Qualche sera fa nell’autobus che mi riportava a casa ho sentito una ragazzina che ascoltava dal telefonino, con i modi estremamente liberi in uso nella mia città, una canzone napoletana moderna, cantandola ad alta voce insieme alle sue amiche, incurante che ciò potesse disturbare il resto dei passeggeri. In un altro momento avrei sorriso con superiorità verso quella ragazza e l'avrei compianta come povera popolana (vaiassa, nel nostro dialetto, cioè abitante dei bassi partenopei e dunque non molto raffinata). Quella sera mi sono detto invece che la canzone era bella, come pure la ragazza, e che tutte e due, la canzone e la ragazza, avevano una forza espressiva che non sarebbe facile da trovare in altri parti del mondo.

Leggi: Napule è mille culure
Salvate il napoletano che muore
Italiano contro napoletano

mercoledì 20 dicembre 2006

I crassi pagani natalizi


Un paio di giorni fa camminavo per Napoli centro. Probabilmente la mia città somiglia a qualsiasi città italiana in questo periodo. Addobbi, luci, vetrine sfavillanti piene di roba inutile che chissà perché sembra irrinunciabile, grandi sorrisi ai quattro punti cardinali e un mucchio di gente dedita al crasso e sfacciato consumismo. C’erano pure alcune Babbo Natale in minigonna e tacchi a spillo, bone e coscione da farti stare male, da cui mi tenevo alla larga per non cadere in reazioni inconsulte e poco natalizie. Io la mia parte di consumismo l’avevo già svolta comprando i libri usati menzionati un paio di post fa e mi aggiravo per via Roma, chiusa al traffico, osservando la gente come se mi trovassi in un vecchio film di Frank Capra. Non voglio dire che avevo i pensieri negativi di James Stewart in La vita è meravigliosa, ma certo trovavo poco da ridere in ciò che vedevo.
Provavo una lieve antipatia per la gran parte dei passanti che incrociavo e mi chiedevo vagamente per quale percorso mentale arzigogolato [ariela sarà lieta per questo aggettivo] la pura manifestazione di paganesimo moderno di cui ero testimone fosse accostata a pensieri sacri. Mi ritrovavo a declinare il presente indicativo del verbo paganeggiare, domandandomi se il mio disagio non fosse dovuto alle difficoltà incontrate nell’attuare la prima persona singolare di quel verbo.
La libreria Feltrinelli era piena di gente, che se andava con le mani piene di volumi. Prendo un romanzo a caso dall’espositore con i libri più venduti e ne leggo il prezzo. Venti euro. Roba da pazzi. Esco e mi imbatto in persone che mi rifilano volantini commerciali di ogni tipo. Inviti a comprare computer, televisori lcd, macchine da caffè espresso in offerta speciale, telefonini triband, con Bluetooth, Gprs, display a 262144 colori e memoria supermegaextra, perfino il tagliacapelli con la batteria garantita 10 ore, 12 altezze di taglio e set accessori incluso. Naturalmente faccio una palla di carta di ogni volantino consumistico e lo butto a terra (tanto, mi dico, se i marciapiedi di via Roma possono sopportare la presenza di tanti crassi pagani, non faranno caso a qualche innocua cartaccia qui e là).

Infine arrivo a piazza Carità dove un ragazzo zelante mi ammolla il solito volantino. Sto per farne la solita sfera di carta da rilasciare sui marciapiedi partenopei, quando mi accorgo che l’ultimo foglietto è un po’ diverso dai soliti. È un semplice foglio bianco e pubblicizza un prodotto molto diverso. Leggo infatti le parole “Gesù Cristo” e “Cristo è vita”. Sono incuriosito e leggo tutto il foglietto. Parla di Gesù che ti è amico e che è venuto sulla terra per salvarti. Presenta una figura amichevole del Cristo, come di qualcuno che può ascoltare i tuoi problemi e può aiutarti a risolverli. Mentre camminavo tra gli alieni sibariti di via Roma, ho sentito una piccola fiammella di calore tenendo questo volantino in mano. Un’emozione giungente forse da antiche suggestioni provate un paio di vite fa nel cortile dell’associazione cattolica. Insomma, suggeriva una voce, da qualche parte c’è qualcuno disposto ad ascoltarti e magari ad alleviare la tua solitudine. Non ho buttato il volantino, ma l’ho conservato in tasca. Lo sto leggendo adesso davanti al computer.
Non ho nessuna voglia di convertirmi a qualsivoglia religione (il volantino era di un non meglio identificato gruppuscolo evangelico), né men che meno di chiamare i numeri di telefono impressi sul foglietto. Però mi è piaciuto ricevere quel volantino, quel giorno, in quella particolare strada, in quel particolare stato d’animo.

lunedì 18 dicembre 2006

Donne eccezionali amano


Qualche anno fa vidi uno struggente documentario. C'erano delle donne russe, mogli o fidanzate di condannati a morte. I condannati a morte erano prigionieri in un edificio antico e alto che dava su una piazza di Mosca. Ogni giorno a mezzogiorno circa, queste donne valorose si ritrovavano nella piazza moscovita e aspettavano conversando tra loro. Nell'edificio dei condannati a morte, lassù in alto, c'era una finestrella provvista di sbarre, come quelle di certe fiabe con le principesse imprigionate nelle torri. Ai galeotti a quell'ora veniva concesso qualche minuto per fumarsi una sigaretta e potevano farlo sporgendosi da quell’angusto punto di vista sul mondo.

Le mogli dei condannati a morte li vedevano e li salutavano mandandogli baci. La scena durava al massimo sessanta secondi. E si verificava solo ogni due o tre giorni (molti di quegli uomini con la vita segnata non si facevano vedere perché avrebbero preferito che le compagne si ricostruissero una vita altrove). Queste donne straordinarie avevano organizzato tutta la loro esistenza intorno a quella fugace sbirciata rivolta a una sagoma lontanissima e indistinta che non pareva nemmeno umana. Non c’era fisicamente il tempo di fare altro. Dormire, fare il lungo viaggio di andata in un torpedone mezzo scassato, aspettare in piazza con le altre donne, sperare di vedere per qualche secondo la sagoma del loro uomo. Fare il lungo viaggio di ritorno, svolgere qualche faccenda domestica, dormire. E ricominciare daccapo. Fino alla morte dell’uomo amato.
Sarebbero morti uomini, non certo amori.

Dedico questo post a Barbara che oggi ha annunciato di voler abbandonare il blog, spero e credo in modo temporaneo. Barbara ha molte doti che ne fanno una bella persona, ma la principale è a mio avviso quella di amare senza remore. Lei è del tutto estranea alle ripicche e alle recriminazioni, sia pur legittime, alla Desperate Housewives o alla Sex and the City. Difende il suo amore, anche quando è finito, contro tutto e contro tutti, anche contro se stessa.