martedì 14 febbraio 2006

Nausea di tette e culi


Ode pop (poco ode e abbastanza pop)

Se mi fate vedere un’altra sfilza di tette,
quelle grosse e appuntite che ti attirano le mani come calamite,
giuro che vomito.
Se mi fate vedere una sequela di culi,
quelli grossi e a palla,
che ti fanno sudare sei strati di epidermide solo a guardarli,
giuro che vomito.
Se mi fate vedere l’ultimo calendario
fatto da saffiche carmelitane scalze
che ballano il tuca tuca nude in piano americano
per racimolare fondi a favore del Corno d’Africa,
giuro che vomito.
Se mi fate vedere l’ultima trista blogghista che posta,
più fiera di un reduce dal D-Day col petto medagliato,
le sue mutande di pizzo mortaccino
usate in epiche tenzoni orizzontali con Peppino il salumiere sotto casa,
giuro che vomito.
Se mi fate vedere la pubblicità dello sturalavandino Bernarda’s
in cui una bonazza di quelle assassine
ti smanazza tette a mongolfiera
in tutti i ventotto pollici del tuo Mivar
facendoti gridare “Aiuto, mammina”
giuro che vomito.
Giuro che vomito
se mi fate vedere il culo grosso della signora della porta accanto
che ti fa l’occhiolino
perché si è scordata che non è il momento
in cui usa il nick Pompadour34
e scrive mmmmmmmmmm e scrive aaaahhhhhhh!!!!!

Ho la nausea se mi vedo vacillare
davanti alla vita dei jeans di una sciagurata post-lolita
situata sulla metà inferiore dei quadricipiti.
Nausea se mi vedo sbirciare
sotto una sottana matronica lassù al primo piano.
Nausea se mi vedo in un letto agitato concentrare
il mio intelletto recalcitrante
sull’ultima prodezza balistica di Del Piero
e non sulle note strutture geometriche
che mi impedirebbero il sonno.
Nausea se mi vedo cliccare
su un sito,
su un sito qualsiasi,
magari quello degli Alpini Reduci dalla Russia
e vedo
indovinate cosa vedo?

Il paradiso esiste, lo so.
Ne sono certo.
E’ un posto dove tette e culi non ti danno la caccia.
Non ti espropriano la mente e i pensieri.
Niente tette e culi in paradiso,
questa è l’unica cosa che so di quel posto.

mercoledì 8 febbraio 2006

L'apice della vita per me e per Asimov

Prima Isaac Asimov. C’era una volta un uomo di nome Isaac Asimov. Scienziato e notissimo scrittore di fantascienza, nonché forse il più letto divulgatore scientifico di tutti i tempi. Autore dell’indimenticabile ciclo di fantascienza della Fondazione. Creatore di appassionanti e vendutissimi racconti e romanzi di robot. Scrittore prolifico di centinaia e centinaia di saggi di argomento scientifico. Venne un’epoca in cui il nostro prode Asimov aveva tutto, tutto quello che in genere cercano gli uomini nella loro vita e che giudicano appagante. Aveva successo come pochi, aveva soldi quanti ne voleva, aveva (così si sarebbe espresso lui) cornucopia di donne, aveva serenità, consenso a 360 gradi e vita facile. Ebbene proprio in quell’epoca gli fu chiesto in una trasmissione televisiva di indicare il momento più felice della sua vita. Uno solo. Il punto che lui giudicava il più alto della sua esistenza.
Il prode Asimov avrebbe potuto indicare uno dei mille successi che aveva conseguito, ma non lo fece. Disse: so esattamente il momento più felice della mia vita. Avevo undici anni. Avevo da poco comprato una rivista di fantascienza (quelle pulp che furoreggiavano nell’America degli anni Trenta). E me ne tornavo a casa con la rivista sotto braccio pensando al piacere che avrei provato leggendo il racconto del mio autore preferito (roba di astronavi e alieni). Il momento più felice della mia vita, ci tenne a specificare il maestro della fantascienza, non fu quando comprai la rivista e men che meno quando la lessi. Fu lì, sulla strada per casa, con la rivista sotto braccio e la mente che spaziava nelle distese del cosmo creando le più affascinanti avventure con questo felice undicenne protagonista.

Poi l’altro. C’era un’altra volta un secondo uomo. Molto meno importante di Isaac Asimov. Anzi così poco importante che non vale nemmeno la pena di citarne il nome. Aveva poco o niente di quello che gli uomini giudicano necessario per essere appagati e certo nessun giornalista televisivo lo avrebbe intervistato nemmeno se si fosse trovato su un alto cornicione minacciando di buttarsi di sotto. Nessun giornalista gli chiese mai qual era stato il momento più bello della sua vita, ma ne aveva uno pure lui. E quel momento felice, pur essendo egli quanto di più diverso ci sia dal grande scrittore e scienziato, assomigliava parecchio a quello di Asimov. Si verificò quando quest’uomo aveva dieci o undici anni e se ne tornava a casa contento come non mai con un acquisto appena fatto dal giornalaio sotto casa. C’era una leggera pioggerellina, ricorda quest’uomo. E lui rideva sguazzando nelle pozzanghere del suo quartiere, accarezzando di tanto in tanto l’albo a fumetti che aveva acquistato. Quando lo accarezzava, ecco il momento più felice della vita di questo personaggio. Quando lo accarezzava e si vedeva proiettato in un mondo magico di supereroi. Dove avrebbe sconfitto biechi individui dotati di forza sovrumana e poteri al di là dell'immaginazione. Dove avrebbe conquistato il cuore delle più affascinanti supereroine che mai matita di disegnatore abbia creato. Era un albo di Devil, dell’Incredibile Devil, con una stupefacente avventura del tormentato Silver Surfer nella parte dedicata ai supereroi ospiti. Le pagine si alternavano, due a colori e due in bianco e nero. Avevano un profumo unico di stampa fresca. Una delle matite autrici di quell’albo apparteneva a uno dei più grandi disegnatori di fumetti di tutti i tempi, John Buscema, insuperato artefice di Conan il barbaro. Il testo era quello del mitico Stan Lee. Il nostro uomo aveva dato fondo a tutti i suoi risparmi per comprare quell’albo nuovo, sfidando pure i desideri dei genitori che gli consigliavano e quasi imponevano di usare i soldi della (magra) paghetta in modo diverso. Ma da quel giorno non ha mai smesso di credere che quello sia stato il migliore acquisto della sua vita.
La fine dei sogni

Lettera d'amore al cinema classico

Ho voglia di parlare di cinema classico, di quello che tutti noi abbiamo visto (tutti noi che siamo dai quaranta in su, per lo meno) in bianco e nero sulla Rai quando c’erano a malapena due canali nazionali. Ho voglia di parlare di Hollywood, quando i divi avevano le facce di William Powell e Myrna Loy (Nick e Nora, magnifici i loro duetti, provate a dire che li avete dimenticati) o di Charles Laughton (insuperabile cattivo di varie pellicole, ma pure splendido avvocato di Testimone d’accusa) e della dark lady Barbara Stanwyck. Ho voglia di parlare dei battibecchi scoppiettanti tra Cary Grant e Katharine Hepburn, in cui anche se ti bevevi ogni sospiro proveniente dai brutti 22 pollici del tuo antico Telefunken sapevi che eri condannato a perderti almeno quattro o cinque battute fondamentali, tali erano il ritmo e la qualità di quei dialoghi.

Ho voglia soprattutto di ricordare le potenti emozioni che provavo quando, adolescente, guardavo quei film… cioè no, non quando li guardavo, ma dopo che erano finiti. Dopo. Il bello era lì. Dopo. Quando scorrevano i titoli di coda ed eri ancora vibrante di emozione. Dopo. Quando riandavi con la mente alle scene del film e sognavi di tenere tra le braccia Marlene Dietrich vestita da marinaio o Lana Turner che fumava da un bocchino d’oro lungo tre metri. Quando ti vedevi mitragliare battute a velocità supersonica tra i prigionieri di una base artica, con l’unica donna di quelle lande desolate che guarda solo te, in attesa dell’attacco finale della Cosa da un altro mondo (ossia di James Arness, lo Zio Zeb di una nota serie televisiva western). Quando immaginavi di trovarti sotto il cappello da gangster di Humphrey Bogart e con il falcone maltese in mano, intento a dire a Mary Astor che il suo corpo magnifico non le eviterà la galera.

Perché ho intitolato questo mio contributo “lettera d’amore ”? Non so. Forse perché le sensazioni che provavo allora erano così intense da assomigliare all’amore.

Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di film che mi piaceva di più. La spiegazione più semplice è che mi piacevano tutti i generi. Dai western potenti ed epici di John Ford ai musical con Fred Astaire, Judy Garland o perfino con Deanna Durbin (un'adolescente carina degli anni Trenta che cantava con voce da soprano). Dagli insuperabili film di fantascienza dei Cinquanta ai film storici alla Cecil B. DeMille, alla magnifica commedia sofisticata con Clark Gable o Claudette Colbert o ai film d'azione con Errol Flynn (chi ha mai dimenticato il suo Robin Hood del 1939?).

Eppure, se dovessi scegliere un solo genere, un solo tipo di film, saprei che scelta fare. Amavo, provavo un brivido indimenticabile fin dalla prima inquadratura, i noir degli anni Quaranta o giù di lì, in bianco e nero, con atmosfere alla Fritz Lang o alla Billy Wilder, che venivano introdotti da una voce fuori campo che si serviva invariabilmente del pronome personale “io”. Ecco, quando mi trovavo di fronte a un film del genere, provavo una pura e primordiale gioia. Io io io. Ragazzi, quelli sì che erano tempi… Affermazione banale? Può darsi, ma chi se ne importa. Tremo ancor oggi quando ricordo la prima scena di Viale del Tramonto, quella in cui viene inquadrato il cadavere di un uomo galleggiante in una piscina e la pacata voce fuori campo di William Holden dice grosso modo: “Questo è il mio cadavere e questa è la mia storia”.

Su Billy Wilder devo dire che rimasi folgorato quando la Rai, dopo la riforma attuata nel 76, diede il più completo e appassionante ciclo che si sia mai trasmesso su questo regista. Credo che trasmettessero i film il mercoledì, e quando veniva quella fatidica giornata ero come si dice in fibrillazione aspettando la sera. Chi è abbastanza adulto ricorderà senz’altro che, prima della riforma, la Rai trasmetteva (esclusi i giorni festivi o le ricorrenze) solo due film a settimana, il lunedì e il martedì o il mercoledì a seconda delle circostanze. Oltretutto, a impoverire ulteriormente questa scarsa programmazione c'era il fatto che spesso quelle poche pellicole erano contaminate da certi odiosi film francesi che mi hanno strappato maledizioni a non finire o da storiacce con Amedeo Nazzari che solo una fame infinita di cinema ci costringeva a vedere. Chi ha vissuto quei tempi, non avrà scordato le potenti emozioni che provammo quando, dopo la riforma, si uscì dal proibizionismo cinematografico si iniziarono a mandare in onda film in gran numero e spesso di notevole qualità. Ricordo che a quei tempi mi sentivo come un allegro ubriaco il giorno dell'abolizione del proibizionismo in America.
La fabbrica dei sogni, Dieci volte cinema

martedì 7 febbraio 2006

Donne in chat du-du-du (seconda parte)

Riassunto della puntata precedente: abbiamo visto come sia arduo conseguire la piena attenzione della tua corrispondente di chat e come tale forsennata attività possa intaccare le tue esigue riserve di vitalità ancestrale. Abbiamo altresì rilevato come i patrimoni di energia spesi nella bisogna possano essere facilmente vanificati dalla tua controparte con vari pretesti caratterizzati dalla massima futilità. Analizziamo ora in che modo il tuo rapporto in chat può subire gravi intralci dopo un inizio promettente o perfino glorioso.

Ebbene, esistono almeno due modi affinché la tua nuova conoscenza raffreddi i tuoi bollori dal secondo contatto in poi. Primo modo: il giorno dopo dice che ti sente molto diverso, meno ispirato, talvolta assente, sembri quasi un’altra persona. Hai voglia di dirle che sei sempre tu, che magari denunci qualche fisiologico calo di forma dopo i fuochi d’artificio virtuali che hai dovuto tirare fuori il giorno prima per interessare la tua interlocutrice (e superare la fiera concorrenza dei gretti individui che si opponevano al tuo sogno idilliaco). Dice che no, sei un’altro, non le fai tutti i complimenti del giorno prima, non fai più le stesse magnifiche battute (quelle che il giorno prima lei commentava con “azzzzzzzzz” chilometrici)… infine ti lascia capire che forse sul tuo conto si è sbagliata. È chiaro che qui non passa molto tempo prima che arrivino le amiche in visita a casa o le richieste di aiuto e assistenza da parte di familiari e colleghi di lavoro.

La situazione anzi descritta è certo spiacevole da subire, ma è ancora niente rispetto al secondo modo di venire scaricato dalla tua corrispondente di chat (che è diventata in questo secondo caso anche la tua confidente di posta elettronica, messaggeria istantanea e infine di telefono). Questo scenario si può verificare in un tempo che varia da uno a dodici mesi. Analizziamo la situazione nel dettaglio. Dunque sono passati questi quattro mesi tumultuosi (facciamo una media tra i due estremi), in cui tu hai prodotto materiale letterario di quantità e qualità editoriale. Mesi in cui non hai dormito la notte e hai fantasticato puerilmente su scenari sentimentali (e talvolta anche sessuali, perché dopo tutto sei un essere umano) di varia natura. Mesi in cui a casa ti vedevano ridere come un fesso da solo e dedicarti alle abluzioni giornaliere con più applicazione del solito… Infine arriva la doccia ghiacciata, scozzese o quello che si vuole. La tua amata corrispondente di chat se ne viene fuori, al quarto o sesto mese in cui avete amoreggiato sia pure a distanza, con la sconvolgente notizia che in effetti tu hai equivocato il suo atteggiamento verso di te. Lei non ti ama. Ha cercato pure di dirtelo, ma tu non hai capito. Inoltre lei ha già un’altra storia. Non ricordi per caso quel ricercatore universitario di Sparapidocchio sul Naviglio di cui ti ha parlato mezza volta centosette giorni e tredici ore fa? Lei è già impegnata affettivamente (con il tizio semisconosciuto in questione) e preferisce dirtelo ora prima che tu ti faccia idee sbagliate sul suo conto. Prima? Dici tu? Ha detto proprio prima? Stai qualche minuto a cercare di capire se fa sul serio o ti prende in giro e quindi inizi l’improrogabile atto finale servendoti di una frase introdotta dalla proposizione “Ehi tu, stronza” (a questo punto non puoi fare a meno di ricorrere a un linguaggio un pelino meno signorile del tuo solito).

Il tempo e le righe volano. Mi rendo conto che in questo mio post ci sarà solo il modo di parlare di altri due tipici atteggiamenti femminili riscontrabili in chat. Il primo riguarda una ben conosciuta (piccola, in verità) ipocrisia da conversatrici virtuali. Se chiedi a una tua interlocutrice che cosa cerca e pensa di trovare in chat, otterrai un numero notevolmente articolato di risposte (voglio chiacchierare, cerco amicizie nuove, devo ammazzare il tempo in qualche modo, cerco di aumentare la mia apertura mentale), ma nessuna ti dirà mai e in nessun caso che è lì per civettare con qualche maschio o per trovare l’amore. Quasi tutte invece ti diranno che loro dal punto di vista affettivo sono soddisfatte, hanno un marito che amano ancora dopo tot anni di matrimonio (caso unico in Italia che guarda caso capita proprio a te), hanno un fidanzato moroso e fascinoso che le ricopre di regali e fa pure l’amore in modo sublime… oppure hanno già qualcuno, un qualcuno situato, è vero, in una zona remota della nazione, ma a cui pensano molto e da cui sono molto pensate. (In qualche caso qui le più ardite delle chattatrici si lasciano andare alla stupefacente confessione che in effetti questo moroso da zone remote italiane loro non è che proprio lo abbiano visto spesso - due volte nell’ultimo anno - e inoltre non sanno neppure bene se devono considerarlo o no il loro fidanzato o compagno ufficiale, però lo conoscono no? E il moroso conosce loro, non è vero pure questo? E tutto ciò non significa forse che loro dal lato sentimentale sono più che coperte e appagate?

Ultima categoria femminile che analizzo oggi. Questa categoria non ha alcun punto negativo (piccolo o grande che sia). In effetti la caratteristica di questo gruppo femminile è quella di farti impazzire all’istante. Questo tipo di donna non è sciatto nel linguaggio e non fa mille conversazioni alla volta. Ma si concentra subito su di te facendoti sentire un essere speciale e fortunato. Partecipa attivamente alla discussione e trova modi originali di portarla avanti. Ti conquista con la sua conversazione e intelligenza e ti fa dire: finalmente, eccola, l’ho trovata, è lei. Ti mette in un tale stato di fibrillazione emotiva che ti accorgi a malapena che a un tratto si sono fatte le tre notte, che stai a parlare (con quella che ormai quasi tutto te stesso considera la donna della tua vita) da cinque ore e più. Vorresti continuare a chiacchierare con lei, anche se l’indomani devi lavorare (lei no, perché ha un lavoro notturno ed è anche per questo che è ancora a parlare con te), ma poi alla fine cedi e dici che la devi lasciare. Però le confessi che già la ami o che poco ci manca e che in tutti i casi non vuoi perderla. Devi assolutamente parlare ancora con lei, è una questione di vita o di morte. Lei acconsente di buon grado. Fa pure qualche risatina. Ti fa sentire che è tua e che tale rimarrà per sempre. Ti dà il suo nick (compreso di asterischi e lineette che aggiunge se è già usato in chat), ti dice dove trovarla e a quale ora. Contento, tu infine acconsenti a lasciarla e ad abbandonarti al sonno ristoratore, che in quest’occasione ti porterà alcune delle più belle visioni oniriche che tu abbia mai avuto. Quindi l’indomani all’ora prestabilita vai in chat. Cerchi il nick. Non c’è. Cerchi con tutte le lineette e gli asterischi possibili. Nulla. Disperazione totale. Non è niente, dici, avrà avuto un inconveniente. L’indomani torni sul luogo del delitto. Ancora nisba. E niente il giorno dopo e quell’altro ancora. Sparita. La donna della tua vita è stata ingoiata nel vuoto della chat. Tenti e ritenti. Chiedi informazioni a una gentildonna con un nick simile a quello che cerchi. Quella ti chiama cazzone o coglione, se la sghignazza sul fatto che ti sei perso la Cenerentola della chat. In una sola parola ti costringe a risponderle sul suo stesso livello e anche a scendere più in basso, ricordandole il nome della città assediata dai Greci secoli prima di Cristo. Esci dalla chat e non tenti più di ritrovare la donna misteriosa che ti ha fatto sognare.

Direi che basta così. Fine (per ora) Donne in chat du-du-du (prima parte)

lunedì 6 febbraio 2006

Canzoni da bambini per un bambino adulto

Cosa ne so di canzoni per piccoli, quelle cantate perlopiù da Cristina d’Avena o dal suo erede Giorgio Vanni alla fine dei cartoni animati giapponesi? Ne so parecchio. Ho due nipoti, un maschio e una femmina a cui voglio molto bene. Un giorno pensai di fare un gioco con loro. Gli registravo le canzoni dei cartoni animati e poi le cantavamo insieme ad alta voce. Vinceva quello che sbagliava meno parole. I miei nipoti erano e sono (adesso un po’ più cresciutelli ma ancora in età da cartoni o al massimo da post-cartoni) dei soggetti molto coriacei. Però non ero sempre io quello che perdeva. Qualche volta (poche, le due piccole pesti fanno parte della razza più tosta del mondo in certi campi), dopo epiche lotte condotte senza esclusione di colpi sui Pokemon, Dragon Ball, Sabrina la streghetta, l’ispettore Gadget o sui puffi uscivo, sia pure di strettissima misura, vincitore. Non senza recriminazione da parte degli agguerritissimi sconfitti.
Ho ancora più di una videocassetta piena di canzoncine che vanno dalla Pippi Calzelunghe a cartoni a Superman, Batman, Sakura, Lady Oscar (seconda serie, un giorno magari parlerò della delle notevoli differenze interpretative tra la vecchia e nuova versione musicale della spadaccina francese), Quattro mummie in metropolitana, E’ quasi magia Johnny. E questo per tacere delle molteplici sigle di Dragon Ball, dei Pokemon, di Conan il detective con gli occhiali (che dà la caccia ai criminali), di Picchiarello (picchia Picchiarello, picchia picchia Pazzerello), del Mistero della pietra azzurra, del capolavoro stile flamenco di Zorro (canzone da non confondersi assolutamente con la pur bella sigla televisiva), di Holly e Benji o delle statuarie ragazze della pallavolo, della magica Emy o del piccolo dinosauro Denver (hai gli occhiali, il nasone all’insù, Denver) e via citando. Potrei andare avanti chissà quanto.

Ebbene un giorno memorabile decidemmo di fare una votazione. Dovevamo premiare quella che a nostro avviso era la più bella canzone per piccoli di tutti i tempi (i tempi erano solo quelli che vivevano i miei nipoti, le canzoni solo quelle dei cartoni animati). Avevamo un voto ciascuno a disposizione. Fu difficile votare. I motivi musicali erano tanti e tutti belli e trascinanti, però si doveva fare una scelta sia pure facendo rinunce dolorose. Cominciò la piccola Giulia, sei anni all’epoca. Fu dura perché non riusciva a decidersi, poi infine le uscì di bocca il nome di Sakura la streghetta (Quante carte davanti a te, mia dolce Sakura/le hai trovate in un libro che ti ha resa magica).
Fu poi la volta del più grandicello, Roberto. Lui era molto più sicuro. Anche se non riusciva a decidersi tra i Pokemon (gira, gira il mondo, gira la tua sfera / quando hai già lanciato la tua Poke ball!) e i Cavalieri dello Zodiaco (un cartone che andava forte in quel periodo). Poi dichiarò solenne il suo voto per i Pokemon.
Anch’io, pur essendo molto più adulto di età, ma forse non di comportamento, ebbi le mie esitazioni. Mi piaceva molto la sigla dello Zorro a cartoni (trombe e chitarra da favola), ma non mi dispiacevano neppure i Pokemon. Poi feci la sola scelta giusta. Indicai la prima versione della sigla di Dragon Ball, un cartone di arti marziali e scontri galattici, la versione più vecchia e per me la sola (di questo cartone ce ne sono almeno quattro sigle diverse, sempre che non siano cresciute di numero negli ultimi anni: da quando i miei nipoti sono cresciuti non registro più le canzoni). Era ed è trascinante, con una rara ricchezza e varietà ritmica, una forza. Dopo lunghe e complicate discussioni, facendo forza anche sull’autorità datami da età e dalla (scarsa) maturità, riuscii a far accettare ai miei nipoti il mio punto di vista. Dunque per noi tre la canzone per bambini più bella di tutti i tempi è resterà per sempre la prima versione di Dragon Ball. Ecco il testo di sotto.

Dragon Ball (fastest? through the clouds), Dragon Ball (fighting on the ground),
Dragon Ball (Dragon), ohohoh...
Quante avventure fantastiche, fra mille azioni acrobatiche,
tanti avversari da battere, con forza e volontà!
Sei veramente fortissimo, ma tu non sai dove arriverai,
con le sette sfere: D R A G O N Ball!!
Combatti per trovare il Drago, Dragon Ball,
il Drago delle sette sfere, Dragon Ball,
però neessuno sa, dove staaa!! (D R A G O...Drago! Drago!!)
Dragon Ball (fastest? through the clouds), Dragon Ball (fighting on the ground),
Dragon Ball , ohohoh...
Se vuoi trovare le sfere magiche, percorri la via davanti a te,
segui il tuo sentiero, sei un guerriero, Dragon Baaaall,
D R A G O N Ball!
Se chiudi gli occhi vedi il Drago, Dragon Ball,
e senti tutto il suo potere, Dragon Ball,
ma quando aarrivi tu, non c'è piùùù!!(D R A G O...Drago! Drago!!)
Combatti per trovare il Drago, Dragon Ball,
il Drago delle sette sfere, Dragon Ball,
però neessuno sa, dove staaa!! (D R A G O...Drago! Drago!!)
Dragon Ball!!

venerdì 3 febbraio 2006

Donne in chat du-du-du (prima parte)

Ho visto in questi paraggi bloghiferi eleganti e intelligenti signore dedite a rilasciare suggerimenti sulle buone maniere femminili. Non mi pare di averle mai viste affrontare l’argomento chat; e a questo proposito vorrei esortarle vivamente a colmare questa mancanza affinché non si verifichino gli incresciosi episodi sotto riportati. E’ chiaro che gli episodi incresciosi riguardano anche il genere maschile, ma non è questa la sede per trattarli.

Cominciamo da uno dei più lievi peccatucci, ma non per questo meno antipatici, delle chattatrici. Ossia il fatto che quando ne contatti una sei più che certo che è già impegnata in almeno altre due o tre conversazioni private e in fitti e furiosi commenti nella room o come diavolo si chiama che fanno più o meno “Oeeeeee ciaooooooo” o “Ve saluto, vado a dormììììììì!!!!!!!!». All’inizio non fai caso alla scarsa considerazione che susciti, ti pare sufficiente il fatto di aver ricevuto una risposta. Inoltre rifletti e speri che al più presto la tua controparte prenderà una decisione in tuo favore colpita dal tuo eloquio e dal trasporto per non dire sentimento con cui ti rivolgi a lei.

Pia illusione. Ecco che è passato già un quarto d’ora, in cui hai cercato di dare il meglio di te, e che la tua corrispondente di chat ancora non ha sciolto il dilemma su a chi concedere le sue grazie (e la sua attenzione). Passa ancora tempo. Hai appena fatto una battuta che giudichi ai limiti della genialità e attendi con impazienza un qualsiasi segno di vita proveniente dall’altra parte. Niente. Passano i secondi. Niente. Ti dici che forse non ha capito, ha avuto un improvviso problema psicofisico, un calo degli zuccheri, un deliquio susseguente a pene d’amore e chiedi ingenuo se è ancora in linea. Niente ancora. Allora usi gli strumenti della chat e noti che la fascinosa donzella con cui comunichi da mezz’ora (le immagini tutte fascinose, le tue conoscenze virtuali) ha appena fatto il suo ultimo commento mezzo secondo prima. E poi ne fa ancora un’altro e un altro ancora. E a te ancora non arriva niente. Reprimi imprecazioni e esternazioni poco cavalleresche e poi capisci che hai fatto la scelta più saggia. La situazione si sblocca. Ti arriva il sospirato commento, anche se magari non è esattamente la reazione che agognavi. In effetti si tratta di un commento memorabile tipo “Ma dici davvero?” o “Certo, è proprio così” o peggio ancora “Azzzzzzzzz” (scritto così, con un numero di zeta variabile da cinque a quindici).

Arrivato a questo punto sei colpito a morte. Chiedi alla tua interlocutrice di fare una scelta. O te o l’altro (meglio sarebbe dire gli altri). Dici che secondo te è già difficile dire qualcosa di vagamente sensato o interessante se si parla con una sola persona, figuriamoci cosa può capitare se duetti con tre o quattro maschi per volta (non vuoi ancora ammetterlo, ma in realtà già pensi che la qualità dei commenti della tua controparte non migliorerebbe in maniera avvertibile anche se concentrasse la sua attenzione ballerina su te e su te solo). A questo punto la tua richiesta può generare due tipi di reazioni. Ci sono quelle che ammettono che in effetti sì, fanno anche una seconda conversazione, ma è che hanno dovuto salutare un amico che non vedevano dai tempi delle elementari che non si sa come è riuscito a individuarle anche se hanno cambiato nick (e ti lasciano capire che appena lo potranno liquidare tu diventerai il solo uomo della loro vita)… E ci sono quelle che ti chiedono che cosa c’è di male se parlano con due o tre persone alla volta, loro sono qui per questo, per chiacchierare e fare amicizia e sono assolutamente attentissime a ciò che dici. In tutti i casi, conclude questo secondo gruppo di fanciulle virtuali dopo che hai gettato al vento le migliori risorse mentali e la migliore ora della tua vita per attirare la loro attenzione, se questa situazione non ti aggrada puoi rivolgerti a un altro indirizzo.

Ovviamente ci sono pure quelle che le scelte le fanno, ma chissà perché ciò capita sempre a tuo discapito. Ed ecco allora che sono arrivate improvvisamente delle amiche a casa, ecco che bisogna andare a prendere i figli a scuola, ecco che si deve preparare la cena o fare la spesa, ecco che ci sono degli impegni improrogabili di lavoro da svolgere pena il licenziamento e la riduzione all’accattonaggio.

In tutti i casi certe volte sei più fortunato del solito e ti rendi conto di essere il solo interlocutore della signora che hai contattato. In effetti le cose non vanno poi così male tra te e lei. Risponde con adeguata prontezza e, insomma, senti come una specie di fluido speciale che vi lega insieme. Purtroppo per te, hai già sprecato il meglio delle tue energie da chattatore in vani tentativi con altre sue colleghe di sesso, hai dato fondo alla tua ironia e capacità di inventarti temi di conversazione originali. Allora, esausto, hai un cedimento. E chiedi alla tua interlocutrice di dare lei qualche contributo per vivacizzare la conversazione che langue. Non l’avessi mai fatto. Ecco infatti che ti vedi aggredire dai famigerati “da dove”, “anni”, «sposato?», «no, e perché», «sì, e hai figli?»… per finire, in un crescendo nefasto, al terrorizzante “di che segno sei?» La battuta sul segno zodiacale può essere peggiorata (in rari casi, devo ammetterlo) dalla rivelazione che il tuo segno è uno dei pochi che manca alla collezione di scalpi sessuali vantata dalla tua interlocutrice.

Continua alla prossima puntata Donne in chat du-du-du (seconda parte)

La più grande partita di tutti i tempi

L’anno, l’Ottantanove, il 5 aprile. Il posto, lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, in campo Real e Milan. L’ora, le nove di sera o poco prima.
L’occasione: la più grande partita di tutti i tempi, quella che aspetti da vent’anni. Quella che vedrai una sola volta nella vita.
E’ fatta, è il giorno della verità. Lo stadio di Madrid è gremito in ogni ordine di posti. I tifosi spagnoli si preparano a fare festa ai danni dell’ultima vittima sacrificale italiana (qualcuno di loro pensa che le squadre italiane sono state create per questo, per farsi massacrare con poco onore nella bolgia del Bernabeu dopo aver cullato assurde speranze di passare il turno di Coppa dei Campioni). Le squadre sono in campo. Flash dei fotografi. Cori assordanti basati sulla ripetizione della parola “matar”. Tensione. Tensione anche nella voce del telecronista della Rai. Ci fosse Garibaldi in tribuna Vip, direbbe: “Qui si fa l’Italia (quella nuova del calcio) o si muore”.

Da una parte i temutissimi giustizieri del Real. Ecco nel cerchio del centrocampo la figura dell’”avvoltoio” Emilio Butragueño, che già fissa rapace la porta in cui fatalmente piazzerà qualcuna delle sue fulminee zampate da opportunista. Un po’ più in là stazionano il portiere Buyo e il gelido alemanno Bernd Shuster. Il 46 di piede attribuito al potente giocatore tedesco non è certo l’arma più pericolosa che il munitissimo arsenale del Real Madrid può schierare questa sera.
Non è finita. Ecco ancora, ripresa per un attimo a tutto schermo, la bruna sagoma del centravanti madridista Hugo Sanchez, il più grande giocatore messicano di tutti i tempi. Ah, Hugo, quanti dispiaceri ci hai dato! Per noi tifosi italiani sembri il becchino incaricato di sotterrare i nostri sogni di gloria. Hai assassinato l’Inter per ben due volte nella trappola mortale che chiamate stadio Santiago Bernabeu. Quante volte ti abbiamo visto fare i salti mortali con cui festeggi i gol! Le tue capriole sono uno spettacolo, degne di un acrobata da circo, ma noi qui in Italia non siamo mai riusciti ad apprezzarle quanto meritano. Anzi per molti di noi quello del tuo salto mortale in avanti è il momento di spegnere il televisore. Il momento di capire che tutto è perduto.
Dall’altra parte del campo, i giocatori del Milan sono intorno all’allenatore per gli ultimi suggerimenti prima dell’incontro. Ecco le treccine reggae e la figura statuaria di Ruud Gullit, l’unico non accigliato. Ecco l’elegante silhouette del Cigno Van Basten, più silenzioso e serio che mai, sa che quella sera si deciderà il futuro suo e della squadra. Ecco Carlo Ancelotti a stretto contatto con lo staff tecnico, con accanto il re del dribbling Donadoni e il giovane Maldini, ed ecco infine l’uomo nato per giocare quella partita, l’uomo senza paura, quello che non arretra, il duro di quando i tempi si fanno duri, l’ultimo dei Trecento alle Termopili a cedere il passo, ecco Franco Baresi con gli occhi ridotti a due fessure attraverso cui scruta il mondo ostile che vorrebbe triturarlo e rimandarlo in Italia con le ossa rotte. Se questa partita sarà una disfatta, come molti pensano e sperano, anche in Italia, non c’è dubbio che Franco Baresi sarà l’ultimo ad arrendersi e morirà con la bandiera rossonera (e anche con un po’ di Tricolore) in pugno.

C’è il tempo di vedere in eurovisione l’ultimo dei protagonisti di questa serata, ma forse il primo. Ha un paio di grossi occhiali da sole che di recente inforca anche a mezzanotte nelle strade più buie di Milano e Fusignano. Sotto le lenti scure nasconde occhi che dardeggiano fuoco allo stato puro, li abbiamo visti qualche volta nelle interviste prima della partita e ci hanno impressionato. Quando fissa la telecamera, consigliamo ai bambini di guardare altrove. E’ lui. Il Messia. Il pazzo. L’ayatollah del calcio. Colui che non conosce compromessi e diplomazia. L’uomo che si è messo in testa un’idea meravigliosa e anche assurda.
No, non è Cesare Ragazzi, anche se avrebbe assoluto bisogno di un trapianto di capelli che gli vivacizzi il cranio pelato anzitempo. E’ Arrigo Sacchi. L’uomo rimasto bambino. Il nemico pubblico numero uno del gioco all’italiana. Il sognatore del gioco d’attacco da attuare nella patria del Catenaccio. Il Robespierre senza compressi che decapiterà e morirà decapitato.
Sacchi ha parlato molto negli ultimi tempi. Per alcuni dei suoi tantissimi detrattori (in questi primi quattro mesi del 1989 deve essere in assoluto il personaggio più odiato d’Italia, perfino più di Giulio Andreotti e Bettino Craxi messi insieme), ha parlato pure troppo. Ha detto, contro il parere di autorevoli critici sportivi alla Gianni Brera, che pure in Italia si può attuare il pressing, premessa indispensabile per il gioco d’attacco di cui lui è il primo fautore. Ha detto che il ruolo di “libero” per lui è morto e sepolto. Ha giurato che preferirebbe mille volte la morte a una delle classiche partite difensiviste del gioco all’italiana, con gli avversari che bivaccano nella tua area da rigore come Lanzichenecchi e tu difensore che quasi caschi in ginocchio chiedendo salva la vita. Ha detto che la difesa si deve attuare sulla linea di centrocampo e non nell’area di rigore (talvolta in quella piccola) in cui si rifugiano le tremebonde squadre del Belpaese. Infine ha annunciato, con una delle sue battute che tanto piacciono ai tifosi quanto fanno ingoiare litri di bile amara alla classe dei giornalisti quasi al completo, che se vede un suo giocatore correre indietro invece che in avanti entra in campo e gli spara un colpo alla nuca.

E’ vero, il Messia del Calcio ha parlato molto. Ora però, sotto gli occhiali da sole con cui nasconde la sua enorme tensione, anche lui deve temere di aver parlato troppo. Anche lui deve pensare che forse la sua carriera di allenatore è giunta al capolinea. Certo, è facile dire che per una squadra vera di calcio non fa differenza giocare in casa o fuori; ed è ancora più facile sostenere che quella squadra deve saper imporre il suo gioco sul suo campo e dovunque. Ma quell’affermazione non può essere vera quando vai a giocare nello stadio più difficile del mondo, contro la squadra più blasonata che esista. No, se Arrigo ha conservato un briciolo di raziocinio, anche lui starà riflettendo che la cosa migliore che gli può portare questa serata è una sconfitta di misura, ottenuta senza dover subire troppo la pressione dei padroni di casa… e forse pure questo è sperare troppo.
Basta, non c’è più tempo per pensare o avere paura. La partita ha inizio. Il fischio dell’arbitro risuona con una nota secca, che sa di campana a morte.

giovedì 2 febbraio 2006

Dizionario ragionato della chat


N.d.R. Chiedesi aiuto e collaborazione per aumentare il numero delle voci presenti nel dizionario. I suggeritori si guadagneranno la riconoscenza imperitura dell’autore del post.

Azz. Voce importata dal dialetto napoletano. Usata per manifestare fiorito stupore, partecipazione umana o semplicemente come intercalare. Da usare, insieme con altri termini regionali, per rafforzare la base linguistica del linguaggio da chat. Il numero delle zeta pare collegato direttamente all’efficacia dell’espressione. V. DIALETTO ROMANESCO

Dialetto romanesco. Parlata locale che costituisce il fondamento espressivo di ogni chattatore o aspirante tale, non esclusi i nativi di Courmayeur o di Motta di Livenza (e perfino degli iscritti e dei militanti della Lega Nord). Ancora sconosciuta la causa originaria dell’uso. Recenti studi antropologici proverebbero che il dialetto romanesco da chat è percepito come segno di distinzione linguistica e sintomo certo di vivacità mentale. Si notino le forme “Eusapia71 ha vissuto una delusione d’amore, poverina, è sconvolta” e “Eusapia71 se l’è preso a pecora, nun se dà pace, ce rimasta de bestia”. Qualsiasi chattatore degno di nota sceglierà la seconda espressione valutandola come più incisiva e perspicace.

Eheheheheh. Risatina onomatopeica. Molto più diffusa della forma ahahahahah o aaaahhhhh. Conosciuta anche nella forma eeeeeeeeehhhhhhh (che ha pure valenza di ghigno pseudofurbesco). Suono che conferisce a chi lo digita una strana e inspiegabile fiducia nel suo senso dell’umorismo.

Emoticons. Piccole icone espressive da scambiarsi in special modo durante conversazioni private (V. PVT). Sono patrimonio prioritario anche se non esclusivo delle conversatrici virtuali e contengono una vaga promessa di ricompense sentimentali future. Favoriscono emozioni leggiadre e desideri di sinceri contatti umani. Molto usata la delicata emoticons a forma di sole che sorride, da usare specie dopo espressioni quali: “Nun ce sta a provà cumme’…. a frocioooo….. xkè te taglio l’involtino e lo ammocco a sto stronzo de cane”.

Galateo. Norme di buona condotta da osservare in chat. Assolutamente da evitare il maiuscolo o le espressioni sconce nella room (vedere voce analoga). Malvisti anche gli annunci di orge da attuare con le native toscane non oltre la regione aretina o con le campane del solo territorio vesuviano. Gradito il saluto all’entrata in room. Mentre paiono non suscitare alcun fastidio o reprimenda le interminabili conversazioni di gruppo aventi come argomento di discussione il nulla.

Lettera finale. Di estrema importanza per determinare l’enfasi della comunicazione. Tutte le lettere finali di qualsiasi parola o frase sono passibili di prolungamento. Si veda il tipo “Qualcunaaaaaa deeeee Pontecchio a Mareeeeeeee???????”

Minchia. Modo di dire del dialetto siciliano usato in concomitanza con il supporto romanesco per aumentare l’effetto di esclamazioni o esortazioni (Ma che minchia stai a dì, a ‘mbranato?)

Na. Meglio naaaaaa. Meglio ancora naaah-haaaa. Sostituisce il no. Importato direttamente da “Quelli della notte”. Il valore positivo di questo vocabolo risulta essere seeeeeee (gradito ma non obbligatorio il prolungamento della lettera finale)

Nn. Sta per “non” vocabolo rappresentativo del vasto patrimonio di espressioni sinottiche adoperate nella conversazione virtuale. Termine molto in voga anche se generatore di esiguo risparmio linguistico. Pare che la tendenza alla sintesi in chat sia dovuta ai primi tempi di internet, in cui computer e connessioni remote erano molto lenti, e molto meno diffuse di adesso le connessioni flat. L’uso (o l’abuso per alcuni) è rimasto anche dopo le mutate condizioni tecnologiche Altre forme conosciute di parole abbreviate: cmq per comunque, x per per, k per ch. Molto usata - non solo dai tredicenni con problemi affettivi con la mamma che si rifiuta di comprargli il cagnolino con la scusa della cacca sul divano - la forma xké in luogo di perché.

Ops, leggero segno di sorpresa. Uno dei pochi vezzi della chat che pare non integrarsi con dialetti e pose da bullo che la fanno da padrone.

Ok. Conosciuta voce americanizzata. Da usare solo in caso di odii potenti e duraturi. Un Ok ben rilasciato ha la capacità di uccidere all’istante il tuo interlocutore virtuale, specie dopo che lui ti ha fatto una lunga e esaustiva narrazione delle sue pene amorose o del punto morto a cui è arrivata la sua tormentata esistenza su questa terra.

Pvt. Sta per “privato” o per “conversazione privata”. Luogo della chat in cui si espletano rapporti umani volti principalmente alla procreazione. Strumento non ancora funzionante al tempo del Cinema dell’Incomunicabilità, ma che pare diretta derivazione di quel movimento culturale. V. ROOM

Punteggiatura. Uno dei campi in cui il neolinguaggio virtuale ha portato più e più fecondi risultati. Il primo effetto visibile del nuovo modo di comunicare è il recupero in grande stile del punto esclamativo. Quasi ogni chattista considera grande merito quello di rilasciare due, meglio se quattro o cinque, punti esclamativi in ogni frase. Sorte simile, anche se lievemente meno fortunata, ha rivelato il punto interrogativo, da usare anche da solo (?) in luogo della proposizione “Ma che cazzo stai a dì?”. I puntini sospensivi sono passati dai canonici tre delle origini agli attuali quattro, cinque, sei o a numeri enormemente superiori. In alcuni digitatori, virtuali, essi hanno del tutto sostituito il punto fermo a fine frase. Riguardo al punto e virgola, pare che ne sia stato avvistato uno nel settembre del 2003 in una chat denominata “amatori del barolo e della bernarda”. E’ ancora aperta al diatriba se esso sia da attribuire a un errore di digitazione dovuto a libagioni ad alto tasso alcolico.

Room. Luogo in cui si espletano conversazioni di gruppo che sviscerano fondamentali e elevati aspetti della vita. Ecco un tipico scambio di battute che si attua in questi luoghi: A esordisce con qualcosa tipo “Me sto a magnà l’insalata coe pummarole veraci, che goduriaaaaa”. B replica più o meno “A ‘nfame……. te possi ‘ngozzààààà, io c’ho solo er tonno” e C soggiunge “Avete visto ke mazzzz Valeron_??????? “ D pensa che sia utile per le sorti del mondo rilasciare un commento che fa più o meno così “Uhmmmm, !!!!!!!!” Infine E dichiara all’attentissimo uditorio della room: “Nun me state a parlà de magnà…………. so kiatta come na porka e sabato me sposoooooooooo”. E chiaramente via così per “nartro par de oreeee………”.

Smaaack. Suono onomatopeico del bacio. Molto usato dalle fanciulle ultracinquantenni per ricompensare corteggiatori sessagenari per elogi assolutamente infondati e perfino ridicoli.

Uaaazzz uaaazzz. Suono onomatopeico che indica la sghignazzata, crassa e compiaciuta, del medio fruitore da chat. Da non confondersi con il somigliante azzzz (V. voce in oggetto)

Wow. Nessun commento. Si consigliano subitanee fughe dagli adoperatori di questo termine.

In attesa di integrazioni future, sentitamente l’autore ringrazia.
Dizionario ragionato del blog