venerdì 20 novembre 2009

Aggiornamento su “Cerco soci per fondare una casa editrice”

libro Circa un anno fa scrissi un post intitolato Cerco soci per fondare una casa editrice. Era un articolo ironico sul lavoro di certi editori arrangiaticci che si definiscono tali anche se poi devi fare tutto tu scrittore, dallo scrivere il libro, revisionarlo, pubblicizzarlo, venderlo. Mi chiedevo, in quel post: con tutti questi editorucoli incapaci e banditi che si vedono in giro, non potrei fare meglio di loro?

Naturalmente la proposta di cercare soci era per ridere, anche se davo il mio indirizzo mail e invitavo i passanti virtuali a contattarmi. In ogni modo in questi mesi qualcuno mi ha scritto prendendo sul serio la mia idea. Faccio un piccolo riepilogo. Ha cominciato un professore di italiano di un istituto tecnico. Aveva pubblicato un libello con una casa editrice partenopea e poi scritto una specie di saggio denuncia su tutti i mali del mondo di cui diceva un gran bene. Riteneva che la sua nuova creatura letteraria (lo definiva “un romanzo-saggio che reputo scatenante sia a livello sociale che culturale”) fosse un boccone troppo grosso per la sua vecchia casa editrice e mi proponeva quindi di fondarne una nuova. Io invece ritenevo: a) che la vecchia casa editrice avesse giustamente rifiutato di pubblicare il mattone spocchioso del mio interlocutore; b) che lui volesse fondare una casa editrice per pubblicarsi il mattone spocchioso; c) che io, se per caso fossi diventato editore, mi sarei fatto ammazzare piuttosto che pubblicargli il mattone spocchioso. Il mio aspirante socio editore tra l’altro assicurava di aver percepito l'humus (scritto proprio in corsivo), e anche l'essenza o il sostrato (sempre da lui scritto in corsivo) o ciò che è dormiente (suo corsivo) in questo golfo [quello di Napoli NdR]. Infine terminava al sua mail con la seguente affermazione: “Sono un fottuto patriota non-celtico”. Decisi di tenermi alla larga da questo personaggio, almeno finché non avessi capito che cazzo significava “fottuto patriota non-celtico”.

La seconda mail era scritta decisamente con un profilo più basso. Era un editor saltuario di una nota casa editrice specializzata in saggistica. Con una veloce ricerca vidi che il tizio si interessava di studi husserliani e scriveva libri di aspetto polveroso nei cui titoli apparivano le parole  “fenomenologia” e “intersoggettività”. Mi dissi che non mi sarei messo in società con uno che diceva intersoggettività nemmeno se avesse avuto le gambe di Kate Moss con due taglie in più.

Poi è stata la volta di qualche buontempone sgrammaticato, di un paio di  ragazzotti con mene letterarie e infine, pochi giorni fa, viene una che mi fa: “ Ho letto il suo messaggio anche io vorrei aprire una casa editrice”. Proprio così, nient’altro. Mi dava pure il suo numero di cellulare e un indirizzo in cui figurava come commercialista di una ditta produttrice di pasta. Mi sono detto: che cavolo c’entra l’editoria con le fettuccine all’amatriciana? Ma magari la mia molto sintetica interlocutrice poteva avere nascoste ambizioni letterarie non palesate per mancanza di tempo. Forse leggeva Gide e Virginia Woolf seduta su pacchi di fusilli e stortignaccoli e alla prima occasione mi avrebbe reso partecipe di questa sua passione intellettuale. Ho spiegato alla commercialista della pasta la natura ironica del post che aveva letto (sempre che lo avesse letto); comunque le ho assicurato che se lei sapeva dove procurarsi la grana (magari con una donazione mecenatesca del suo datore di lavoro) io avrei considerato la proposta con tutta l’attenzione del caso.

Risposta della commercialista della pasta (deve esserle costato molto allargarsi tanto): “Io abito in provincia di Bari e Lei [maiuscolo suo NdR]? Con una mia amica scrittrice vorremmo seriamente aprire una casa editrice nella mia città. Non so dove lei abiti. Cordialità”. Io, lo giuro, stavo quasi per rispondere “Cordialità a mammeta”; poi ho scritto due parole liquidatorie e quella non si è fatta più sentire. Rimarrà sempre un mistero se amasse Virginia Woolf. La casa editrice? Quella si vedrà.

mercoledì 18 novembre 2009

I rapinatori di risate

158737545_0151cc1ba8 Come ho detto in un post recente, detesto ridere quando farlo sembra un obbligo. Detesto ridere se ti chiedono di farlo in presenza di battute a dir poco scadenti. Infine odio ridere se i primi due contesti sono peggiorati dal fatto di trovarti in un luogo in cui sarebbe meglio fare altre cose. Purtroppo mi trovo spesso in situazioni in cui mi si vorrebbe far ridere anche se una risata non c’entra un cazzo.

Ecco la mia storia. Vivo a Napoli e come molti risiedenti nella città d’’o sole cerco lavoro. Qui ci si arrangia. Un po’ di tempo fa ho contattato su Facebook un tizio che lavora nell’editoria, conosce un mucchio di gente, fa un sacco di presentazioni di libri. Insomma volevo vedere se mi trovava qualche lavoretto, tipo leggere o correggere testi, revisionarli, recensirli. Ora c’è il problema che questo tizio è sempre in giro a fare presentazioni di libri, ma sempre. Quindi se lo vuoi incontrare è lì che devi andare. La cosa curiosa è che i libri presentati da questo personaggio hanno sempre qualche argomento comico o richiedono l’intervento di uno o più comici. Non so davvero perché, ma ogni volta che vado a queste presentazioni di libri si fanno un sacco di battute dal palco e ci si aspetta che uno rida. Ora a me quelle battute non fanno ridere e quindi mi attiro l’odio imperituro dei presenti che si sentono accoltellati a tradimento.

Sono stato a una di queste presentazioni pochi giorni fa al Maschio Angioino nella partenopea piazza Municipio. C’erano quattro gatti. Dato che sospettavo che in una maniera o nell’altra si sarebbe finiti a qualche sketch deficiente sulla moglie arpia o sui figli strafottenti anche se proponevi un libro denuncia sulla guerra in Afganistan o sul turismo sessuale, mi sono messo nelle ultime file della sala. Mi sono detto: anche se non rido, a questa distanza non mi nota nessuno. Ho fatto male i conti. Mi notavano pure a quella distanza. Forse anche a causa di un fotografo per così dire estroverso (da loro arruolato e presumo pagato) che in un angolo della sala parlava ad alta voce al cellulare fottendosene delle scadenti battute del palco. La maggior parte delle occhiate assassine erano indirizzate al fotografo distratto, ma molte investivano pure me, forse perché ero sulla stessa linea di fuoco e soprattutto perché non mostravo allegria smisurata. Mi sono dovuto sorbire le battute che avrei volentieri evitato. Ho dovuto fingere di ridere qualche volta e per di più non sono riuscito a scambiare una sillaba con il tizio che avrebbe dovuto procurarmi il lavoretto nell’editoria. Dato che la presentazione, dovrei dire il numero di varietà, è cominciata con quasi un’ora di ritardo e che in tutto quel tempo il mio conoscente non mi ha rivolto la parola, anche in presenza di miei cauti approcci, presumo che sia azzardato attendersi un lavoro da quella parte.

Risultato: non andrò mai più a una di queste cazzo di presentazioni tutto cabaret e niente libri. In ogni caso ho riflettuto che se questo tizio dell’editoria deve dare un lavoro a qualcuno, lo darà senza dubbio a uno dei suoi molti amici scrittori che si sganasciano alle sue presentazioni, non certo a uno sconosciuto come il sottoscritto che pensa che alle presentazioni di libri si dovrebbe parlare di libri e non fare scadente cabaret partenopeo.

venerdì 13 novembre 2009

Fotogramma 130416

Franklyn.2008.iTAL.LiMITED.DVDRip.XviD-Republic.avi-11132009-130982 - Attenta alla pioggia. Viene giù come Dio comanda. Non scordare mai la pioggia. La pioggia è tutto in questo racconto. Quando piove il mondo è strano, tienilo a mente, qualcuno dice che è incantato. Quando viene giù, e ora viene giù bella forte, la vita cammina su uno strano sentiero, un po’ sogno un po’ qualche altra cosa. Tienila d’occhio, la pioggia. Cerca di distinguere le singole gocce quando precipitano nel cono di luce giallo fangoso di un lampione. Tuffati con esse in quella pozzanghera ai piedi del marciapiede. Ora ascolta il rumore della pioggia. Un po’ fa tic tic e un po’ ruuuuscccccc. Ah, a volte fa frrrrrrrrrr, come una sottilissima carta spiegazzata. Se tendi l’orecchio magari avvertirai pure una musica in sottofondo, come tasti svogliati di pianoforte pigiati a caso. Ho già detto che siamo in un vicolo? Muri di mattoni, fondo stradale lucido che riflette il chiarore dei lampioni. Luci a forma di fuoco fatuo che galleggiano in mezzo alla coltre d’acqua, vetrine e finestre coperte di stille verde cupo. Manifesti sbiaditi e fradici appesi ai muri. Sai quelle foto fortemente contrastate di strade bagnate di città? Ecco, sei lì. C’è una figura maschile ferma nel vicolo. Ha la faccia di un bassista rock che non sfonderà mai perché troppo bravo guaglione. E’ senza ombrello, ma non si occupa di trovare riparo. Gocce appiccicose stillano sul suo viso dalle punte fradicie dei capelli. Piove intorno a lui. Piove su di lui. Si apre una porta che dà sul vicolo. Esce una ragazza. Ha strani occhi, come se fossero verdi, ma forse è solo un riflesso del mondo incantato in cui si muove. Non sembra una che ride facile; diresti che accudisce una madre con qualche grave malattia, ma che non se ne lamenta con nessuno. Si stringe addosso il soprabito con quel gesto elegante tipico di voi donne. Un passo, due passi. Si accorge della figura maschile. Anche il giovane fa un passo. Il vicolo è deserto, sullo sfondo la sagoma di una macchina che pare un rudere del passato. Ecco i due sono al centro della strada, si guardano per un attimo. Piove, non lo scordare.

- Sì ho capito, va’ avanti.

- Non posso andare avanti. La storia è finita.

- E me la chiami una storia questa? Che diavolo significa? Non succede niente. Piove soltanto in un vicolo.

- Esatto, è questa la storia.

- Ma i due che si incrociano nel vicolo, chi sono. Si conoscono? Si parleranno? Insomma, scatterà tra loro la scintilla?

- E io che ne so? La storia è finita, ti ho detto.

- E’ assurda. Non succede niente, non significa niente.

- Che non succeda niente lo dici tu. Che non significhi nulla, anche questa è una tua opinione.

Un po’ di tempo fa vidi un film a metà tra il fantastico e la fantascienza. Non capii un granché della trama, ma verso il finale c’era il fotogramma che ha ispirato questo post, contrassegnato dal numero 130416.

lunedì 9 novembre 2009

Fare soldi su internet

ist2_580792-money-hat Fare soldi. Mica è così difficile. Basta cercare lavoro con un po’ di buona volontà. Naturalmente la prima cosa da fare è cercare gli annunci su internet. Il web è un mondo ricco di occasioni. Per esempio ci sono offerte di stage dappertutto. Nell’informazione, nel gossip, nei portali turistici. Fare lo stagista significa che tu lavori e non ti pagano. Per esempio scrivi articoli sul giapponese che ha vinto Miss Mondo Trans o sugli amori chissenefrega di Michelle Hunziker e nessuno ti scuce  un centesimo. Però non ti chiedono nemmeno soldi per farti fare lo stage. E se scrivi molti articoli su Miss Mondo Trans e sulla Hunziker, con tutti i soldi che non paghi per lo stage ti puoi pure arricchire.

Però è meglio non fermarsi al primo annuncio che troviamo sul web. Sotto ci sono opportunità di lavoro, e quindi di fare soldi, ancora più allettanti. Per esempio cercano webmaster, promoter web marketing, docenti di Microsoft visual Basic Net e Asp Net.  programmatori C++ Linux, Key Account Manager. Tutti lavori che può svolgere chiunque, come si vede. Così come il Family Banker. Come, chi è il Family Banker? E’ uno che lavora in bank e che ha sempre appresso una foto della sua family. Il Family Banker va alla grande sul web, le aziende ne cercano a dozzine. E’ bello fare il Family Banker. Quando ci riesci, hai le tasche piene di Family Card alla menta da regalare ai Family Children.

Ma il meglio delle opportunità della Rete ancora deve venire. Puoi fare un mucchio di soldi semplicemente leggendo mail, cliccandoci sopra, creando sondaggi, scrivendo commenti, opinioni, o compilando voci di enciclopedia. Nessuno sforzo. Nessuna fatica. Ti basta pigiare sulla tastiera e cliccare sul mouse e giù soldi a palate. Per esempio spedisci tipo dieci o ventimila mail pubblicitarie a gente che ti ucciderebbe volentieri, e puoi incassare fino a un paio di euro puliti puliti. Cliccando sui link che ti vengono sottoposti, prendi un quarto di centesimo per ogni click . Ricevendo e-mail o sms pubblicitari, acchiappi ben uno virgola cinque centesimi per volta. Per ogni sondaggio cretino che inventi su come sia facile guadagnare su internet, incameri da cinquanta centesimi a un euro tondo. Bisogna fare presto però. Alcuni si lamentano dell’eccessiva generosità di questi compensi. Con un tale sperpero di denaro, presto tutta l’impalcatura del lavoro da casa potrebbe crollare.

C’è molto altro, ovviamente. Puoi scrivere articoli per una enciclopedia on line: da due a quattro euro per ogni voce compilata, salvo approvazione di una commissione di esperti. La supercommissione potrà concederti in ricco bonus di due euro in caso di articoli geniali. Ancora, altri siti promettono 200 euro al giorno puntando su una roulette virtuale. Soldi facili, così giurano. Oppure puoi pensare alla campagna “pay per popup”: a ogni visita nelle tue pagine si apre una piccola finestra con un messaggio pubblicitario e intaschi una somma oscillante da 0,00001€ a 0,0001 € [è tutto vero, giuro NdR]. Dopodiciò attacchi con la campagna “pay per slide”: a ogni visita al tuo sito si apre una piccola slide con un messaggio pubblicitario e guadagni una somma che va da 0,00001€ a 0,0001 €. I guadagni maggiori sono per chi capisce e spiega agli altri quanti soldi sono 0,00001 euro. Se vuoi provare i brividi delle grandi altezze, partecipa alle lotterie on line. E’ tutto gratuito e se imbrocchi sei numeri su sei vinci un corposa ricarica da dieci euro per il tuo cellulare e dieci sms precofenzionati scritti da Totti in persona alla moglie Ilary. Non disperiamoci, insomma. Il web ci è amico e ci farà arricchire se seguiremo i suoi consigli.

Una mia piccola richiesta ai cortesi amici del blog: votate questo articolo in totale libertà. Ecco i voti che potete esprimere: a) divertente, si ride. b) divertente a tratti, c) per niente divertente, non si ride.

giovedì 5 novembre 2009

Sono più importanti i post o i commenti?

Questo è un post che avrei voluto scrivere da quando sono sul blog, cioè da quasi quattro anni, ma che per una ragione o per l’altra ho sempre rinviato. Mi sono sempre chiesto: ma in un blog sono più importanti i post o i commenti? Qual è l’elemento che è il cuore di un diario virtuale e ne definisce in qualche modo l’anima? Su questo, come su altri temi, ci sono divergenze di opinioni. Veniamo prima alla mia esperienza.

Capitai sul blog circa quattro anni fa vedendo per caso in televisione, ospite di Magalli, una blogger di Tiscali, Adipi, che aveva un blog di successo intitolato “Il club delle zitelle speranzose”. Incuriosito andai a vedere il blog. Era piacevole e ben scritto e c’erano diversi commenti a ogni post, ma tanti. Io non sapevo cosa fosse un blog, eppure la prima cosa che pensai vedendone uno era che quel blog fossero i post di Adipi, che aveva uno stile ironico e intelligente. Non pensai nemmeno per un secondo che il blog fossero i commenti, anche numerosi e vivaci. I commenti, così pensavo allora e così pensai quando ebbi un blog mio, erano importanti, davano sale al blog, davano perfino luce, ma non erano il piatto forte. Il cuore del diario virtuale erano i post.

So bene che esiste un sacco di persone che la pensa in modo diverso. Queste persone dichiarano che a loro piace leggere soprattutto gli scambi di battute a margine dell’articolo, specie se sono divertenti o polemici. Il massimo interesse per alcuni si registra quando qualcuno litiga, dice parolacce o minaccia il suo competitore di iniziative legali. E’ chiaro che ognuno su questo tema è libero di pensarla come vuole. Io ho detto la mia opinione. A sostegno di essa ho trovato due argomenti, uno di carattere razionale e uno empirico.

L’argomento razional deduttivo dice che, se i commenti fossero il cuore del blog, un diario virtuale non avrebbe alcuna ragione di esistere. In effetti esiste già uno strumento virtuale che soddisfa ampiamente le esigenze di coloro che hanno queste preferenze: si chiama Facebook. Facebook alla fin fine non è altro che un blog che ha conservato i commenti eliminando i post. Anche il primo post, quello che attira le riflessioni altrui, non è altro che un primo commento. Su questo social network le persone che amano comunicare soprattutto con brevi scambi di idee, amichevoli o informali, sono del tutto soddisfatte. Facebook in effetti è un’idea geniale: il blog perfetto per coloro che amano i commenti.

Il secondo argomento che ho trovato a favore della mia tesi è come ho detto empirico. Ho notato che esistono blog, anche importantissimi e seguitissimi che hanno i post, ma non  i commenti. L’esempio più celebre è “Wittgenstein” il blog di Luca Sofri. Wittgenstein non ha mai avuto i commenti da quando lo conosco; e da quando lo conosco è sempre stato nella classifica dei dieci (spesso dei cinque) blog più importanti di Italia (classifica stilata da vari istituti come Technorati, BlogBabel e simili). E’ una classifica ovviamente opinabile come tutto, ma vi si trovano blog senza commenti, e mai blog senza post. Queste le mie personalissime, come diceva Rino Tommasi, riflessioni.

mercoledì 4 novembre 2009

Consigli per far piangere

CharlieBrownAaugh Autore televisivo che propone una fiction drammatica. - Dunque c’è questa donna precaria a scuola che fa i salti mortali per arrivare fine mese.

Dirigente della Rai raccomandato dal PFSI, Partito dei Fancazzisti Salottieri Italiani. - Non fa piangere, sembra una scena tratta dai “Giardini di Marzo” di Battisti, cerca di sforzarti di più.

Autore televisivo che propone una fiction drammatica. - Più che precaria in realtà questa disgraziata è disoccupata, ha tre figli, quattro intimazioni di sfratto, il marito quando le cose si mettono male se ne scappa con una badante polacca bionda e coscialunga. Ogni tanto le manda le foto di lui abbracciato dalla coscialunga in bikini. E’ disperata. Le hanno rifiutato social card, la family card, il bonus familiare, il bonus energetico, il bonus per i non abbienti, la maxi extra card, la special una tantum, e perfino il super jolly per Giochi senza Frontiere e il maxi ticket for senza money women senza men e con almeno tre little sons a carico.

Dirigente della Rai raccomandato dal PFSI, Partito dei Fancazzisti Salottieri Italiani. - Non fa piangere. Ci vuole qualcosa di più… come dire…

- La nostra eroina cerca occupazione spulciando gli annunci su internet, ma quando si presenta ai colloqui di lavoro come badante o colf le dicono che vogliono ucraini, filippini o extracomunitari. Una volta si spaccia perfino per una Svetlana di Kiev, ma la beccano subito.

- Non fa piangerete-eeeehhhh!

- Non ha soldi per il riscaldamento, accende un a scadente stufa a gas regalatale dalla Caritas e lei e la famiglia quasi muoiono per le esalazioni dell’anidride carbonica.

- Non fa piangere.

- Ma presto il riscaldamento non le serve più: un terremoto fa cadere il palazzo con l’appartamento da cui era stata sfrattata. Ora lei e la famiglia vivono in una tenda della protezione civile umida, piena di spifferi e col pavimento a pozzanghera.

- Non ci siamo. Non riesci a sollevare la soglia dell’attenzione. Dov’è che si piange? La meccanica della lacrima è sempre la stessa da Plinio il Vecchio a Liala e tu dimostri di non ignorarla del tutto. Leggi Victor Hugo, leggi perfino Camus. Insomma, documentati.

- Camminando per strada capita in una sparatoria di camorristi. Uccidono la sua unica amica, lei sviene e la prendono per morta, ma la gente si limita a scavalcare il suo presunto cadavere mentre spettegola sull’ultimo fenomeno da baraccone nominato al Grande Fratello.

- Ti prego, fammi fare una lacrima.

- Uno dei suoi figli si becca l’influenza suina con complicanze di quella aviaria e lo ricoverano in ospedale in coma. Torna il marito e le frega gli ultimi soldi rimasti e quindi fugge con una nuova badante, stavolta ucraina, ma sempre coscialunga.

- Non si piange.

- Le comunicano per posta che ha il cancro. Le restano tre mesi di vita. La Nostra vorrebbe darsi alla pazza gioia in quei tre mesi, ma le mancano i quattrini.

- Dimmi almeno una cosa tragica.

- Un mese dopo nuova notizia: gli esami sono sbagliati. Non ha il cancro. Che iella, ancora un paio di mesi e avrebbe abbandonato questa valle di lacrime. I servizi sociali le tolgono l’affidamento dei figli causa indigenza e li chiudono in un centro di infanzia con personale squilibrato, alcolista o pedofilo.

- Non c’è dramma, non c’è pathos. Leggi Dumas padre, leggi Stephen King se vuoi.

- Tocca il fondo della depressione. Muore il padre, muore la madre, muore una sorella, muore la suocera seguita da due cognati, muore persino il marito dopo che si era pentito e si era fatto francescano per espiare alle malefatte matrimoniali, muore la sua più cara amica di facebook, muore un cane bastardo che le leccava la mano con affetto, muoiono la sua ultima carta telefonica, il suo ultimo computer di terza mano solito regalo della Caritas, la sua televisione senza il decoder per il digitale terrestre, il suo presentatore di quiz preferito, la poetessa che amava, una bambina angelica protagonista di “Chi l’ha visto?” Intorno a lei solo morte e desolazione.

- Non fa piangere.

- Finale, una notte buia e tempestosa. La nostra eroina passeggia su un ponte altissimo. E’ annientata. Tra poco andrà in prigione per debiti. Sarebbe facile farla finita.

- Se anche si butta, non fa piangere neanche un po’. Rivediti Stendhal o anche Federico Moccia. C’è una meccanica della lacrima che ignori.

- Però prima di buttarsi tenta un’ultima possibilità. Compra un biglietto del Superenalotto. Ha come la sensazione di vincere.

- Uhm, questo mi sembra un risvolto interessante.

- Giorno dell’estrazione: al televisore di un bar ascolta i numeri estratti. Controlla e vede che lei ha il biglietto vincente. Ha vinto più di cento milioni di euro!

- Molto interessante, continua.

Autore televisivo che propone una fiction drammatica. - E’ suo il numero estratto. Ha vinto una montagna di soldi. La più grossa vincita di tutti i tempi. Niente sarà più come prima con cento milioni: sono suoi e nessuno glieli potrà mai togliere.

Dirigente della Rai raccomandato dal PFSI, Partito dei Fancazzisti Salottieri Italiani. - Dio, questo sì che è uno sviluppo drammatico! Questa sì che è roba che fa piangere. Pensa a come distruggeranno la vita a quella povera donna tutti quei milioni di euro! Non so proprio come potrà fare ad andare avanti. Schiava del dio denaro, seviziata dal bieco materialismo, violentata dal turpe capitalismo, stuprata dalla ricchezza senza fine. D’ora in poi sarà dedita solo al consumismo, a spendere e spandere soldi, fare vacanze superlussuose allontanandosi per sempre dai valori che rendono tale la vita. Dio, che abbrutimento. Come compatisco quella sciagurata. Dove finiranno il suo senso morale, i suoi ideali, la purezza della sua anima proletaria? Facciamo subito questa storia tragica della donna che vince cento milioni e ha la vita distrutta. Datemi un fazzoletto, per favore, che non mi trattengo.

sabato 31 ottobre 2009

Il segreto del successo di Halloween

image Tutto avrei pensato, ma non che un giorno avrei visto attecchire dalle nostre parti questa stronzata di Halloween. Mi sembrava la tipica idiozia americana. La zucca bucata con la candela. Le streghe. Soprattutto non ce li vedevo proprio i nostri piccoli Totore, Enzuccio e Peppiniello andare in giro per le case a dire dolcetto o scherzetto. Mi sembrava che Totore, Enzuccio e Peppiniello si sarebbe buttati dalla finestra piuttosto che prostituirsi a certe americanate che avrebbero fatto scompisciare il compianto Alberto Sordi. Così non è stato. Halloween predomina nelle nostre contrade. E dato che pure un evento criticabile come questo è un importante fenomeno sociologico bisognerà interrogarsi sulle cause del suo successo.
Mi è subito stato chiaro che la maggiore forza attrattiva della festa di Halloween era la sua natura pagana. Con natura pagana, mi riferisco a quelle feste popolari che danno occasione di scaricare antichi e radicati istinti e di farlo in una cornice istituzionale che dia un alibi alla tua tendenza orgiastica.
Comunque ci deve essere stato un punto, uno solo, che deve aver fatto da volano al successo di Halloween in Italia. Come un grimaldello che ha scardinato la serratura che si opponeva all’importazione di fenomeni culturali (culturali?) estranei alle nostre tradizioni. Qual è stato quel grimaldello, quel punto unico che ha determinato la fortuna di Halloween? Non la zucca con la lucina, ovviamente. E nemmeno lo scherzetto o il dolcetto. A nessuno frega davvero niente del dolcetto o dello scherzetto. O degli scherzi da paura o delle decorazioni domestiche o dei racconti truci. No, secondo me il segreto di tutto sta nei vestiti. Nei costumi con cui ci maschera in questa festa. Soprattutto nei costumi con cui si mascherano le donne. Soprattutto nei vestiti con cui si mascherano le adolescenti.
Vediamo la catena di eventi che ha portato al successo strepitoso di Halloween in questo e altri paesi, a modesto avviso di chi scrive. Primo, le adolescenti amano vestirsi sexy (soprattutto se hanno un buon alibi e quello di Halloween è ottimo) e i vestiti di Halloween sono spesso più sexy di quelli di molte spogliarelliste. Secondo, alle donne adulte piace vestirsi da adolescenti che si vestono sexy (soprattutto se hanno un buon alibi e quello di Halloween è ottimo) e quindi ecco che rubano i costumi da streghette porno soft alle figlie e alle nipoti. Terzo, i ragazzotti sono eccitati dal vedersi intorno tante streghette, maliarde e fattucchiere porno soft e si domandano se vestendosi pure loro da deficienti (soprattutto se hanno un buon alibi e quello di Halloween è ottimo) potrebbero collezionare qualche giarrettiera da sabba de noartri. Quarto e ultimo, gli uomini adulti fanno lo stesso ragionamento dei ragazzotti, con alibi e senza alibi.