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domenica 19 agosto 2012

Colonna sonora di una vita

trombettistaDaniele Silvestri, “Aria”. Dove si ascolta: “Dopo trent'anni carcerato all'Asinara / che vuoi che siano poche ore in una bara. /Ché in una bara in fondo non si sta poi male / basta conoscersi e sapersi accontentare.”

The Ronettes “Be my baby”. Dove si ascolta: “So won't you, please, BE MY BE MY BABY / be my little baby MY ONE AND ONLY BABY / Say you'll be my darlin', BE MY BE MY BABY / be my baby now. MY ONE AND ONLY BABY  / Wha-oh-oh-oh.”

Paolo Pietrangeli, “Contessa”. “Voi gente per bene che pace cercate / la pace per far quello che voi volete / ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra / vogliamo vedervi finir sotto terra”.

giovedì 22 marzo 2012

Canzoni per grandi che fanno Oh

Pippi Calzelunghe 2In famiglia mi hanno chiesto di fare un disco di canzoni per bambini per la mia nipotina. Le canzoni avrebbero dovuto contenere anche un video, in modo che la piccola peste, guardando e ascoltando il tutto, se ne restasse buona invece di seminare distruzione dovunque. Ho fatto il disco, ma il mio scrupolo, che qualcuno chiama pignoleria, mi ha portato a non accontentarmi di due canzoncine in croce.

Zecchino d’oro. Il primo passo è stato andare su You Tube e scaricare un paio di centinaia di videocanzoni. Poiché i video di You Tube non sono in un formato visibile in televisione mi sono dovuto procurare un programma di conversione video e trasformare il tutto in prodotti fruibili dal grande schermo. I titoli erano tanti e allora ho deciso di riunirli in alcune cartelle. La prima cartella l’ho chiamata “Zecchino d’oro” e ci ho messo dentro tutti capisaldi dello Zecchino a cominciare dai classici “44 gatti”, “Il valzer del moscerino”, “Popoff” o “Volevo un gatto nero”. C’è stato posto anche per motivi recenti che però non avevano lo stesso fascino.

sabato 17 marzo 2012

La classifica dei cantautori viventi

glen-hansard-in-una-scena-del-film-once-59371Per stilare la classifica qui citata ci serviremo delle tre esse: sapienza, suggestione e severità.

Sapienza sta per qualità, cioè la qualità dei testi e della musica dei cantautori in oggetto, evento come si vede variabile a seconda dei gusti. La suggestione è qualcosa di indefinibile, la capacità di un certo cantautore di farti volare con la mente, può farlo con la sua presenza scenica, con la qualità dei suoi testi o magari con la sua voce, anche se a volte si tratta di un vocione brutto e perfino stonato: la suggestione è un evento anch’esso volatile. La severità (di vita, di comportamento) è la lontananza dalla frivolezza, dal gossip, dalla vita dei rotocalchi, dal presenzialismo in televisione o sui mass media, dall’antipatica leggerezza dei social network moderni. La severità sta quasi per serietà e a rigor di logica non dovrebbe essere un parametro per giudicare il valore di un cantautore, perché nulla ti vieta di essere uno sciacquetto da isola dei famosi e scrivere belle canzoni. Tuttavia l’osservazione del mondo ci ha provato, a noi del blog dell’”Ultimo uomo sulla Terra”, che i cantautori più validi espressi dalla musica italiana sono stati caratterizzati da una severità esistenziale in almeno una fase della loro vita se non in tutta (De André, Gaber, tra quelli scomparsi). Ecco la classifica da noi compilata.

domenica 24 luglio 2011

James Dean è morto ancora

Ieri è morta per overdose Amy Winehouse, una ragazza di 27 anni che cantava e anche bene. Questa notizia mi ha colpito, credo non solo per la giovane età della morta. Non conoscevo quasi per niente la Winehouse. Avevo sentito un paio di sue canzoni e mi erano piaciute, soprattutto per l’'atmosfera in bilico tra il rythm & blues e Frank Sinatra che sapevano evocare. Mi parevano canzoni sofisticate, lontane dalla pacchiana rumorosità visiva o coreografica delle Lady Gaga o delle Shakira che imperversa attualmente. Avevo sentito parlare della Winehouse quasi esclusivamente nei telegiornali. Ora si era ubriacata qui,

mercoledì 16 febbraio 2011

Sanremo per capire chi siamo

Sanremo è uno spettacolo che piaccia o no ci fa capire, molto più di un trattato sociologico, chi siamo e dove viviamo. Quindi l’ho visto. L’ho visto inoltre perché non c’era Pippo Baudo, verso il quale ho un’allergia insuperabile. Ecco alcune mie riflessioni su personaggi e situazioni della serata.
Antonella Clerici. Bovina, melensa, impaillettata a sproposito, ci ha torturato con una prolusione vomitevole in cui spiegava alla malcapitata figlia “Vedi, principessina, questo è il palco su cui la tua telecucinesca mammina impaillettata a sproposito ha mietuto tanti successi”. Ho letto che tra gli autori di Sanremo c’è Federico Moccia: se è vero, si sa di chi è stata l’idea.
Gianni Morandi. Sul palco appariva basso, vecchio, scalcinato, scarnificato e col viso tendente al teschio. Non sapeva parlare, non sapeva dire niente diverso dal banale, non sapeva ironizzare, non sapeva duettare con ospiti o vallette, non sapeva muoversi o esprimere un pensiero all’altezza del tuo vicino di casa, non sapeva fare assolutamente niente tranne suggerirci che lui sotto sotto era un simpaticone, dato che mezzo secolo fa la mamma lo aveva mandato a prendere il latte.

lunedì 3 maggio 2010

Serenata underground

RA (nota di chitarra elettrica rafforzata da singolo colpo di percussione).
Tu-tumtum-tu tu-tumtum (assolo di bongo).
RA (nota di chitarra elettrica più forte rafforzata da colpo di percussione più forte).
Tum tu-tututtù trrrru-tu-rat-tuttù tutum, tutum-rtrrtutuum (assolo di bongo).
RA (la singola nota di chitarra elettrica e il colpo di percussione salgono ancora di tono).
Tu, turutump tu-rumrtrrtum ta-tata-tatero-tata-tum tututum tica-tica tero-tero ticatum ticartrruuummm tsccchhhh (assolo di bongo chiuso da pizzicato di piatti).

sabato 10 aprile 2010

Guccineide


Prologo, invocazione agli dei. No, sicuro non ce la farà a cantare. Deve essere ormai diventato un rottame umano che a stento si regge in piedi. Quanti anni ha? Come minimo settanta. La voce se ne deve essere andata già da qualche decennio. E poi con tutto quel gozzovigliare nelle trattorie emiliane. No, scordiamoci che possa cantare come ai bei tempi con quella potente voce da domatore di folle, da tribuno di piazza. Sicuro come la morte che steccherà a non finire e mugugnerà due o tre toni sotto la norma per non precipitare nel disastro canoro. L’ho sentito non molto tempo fa intervistato da Fazio e già non ce la faceva a parlare, si mangiava le parole, figuriamoci cantare. No, incrociamo le dita e speriamo che Guccini arrivi alla “Locomotiva” prima di schiattare sul palco.
Canto primo: l’intrattenitore. Eccolo lì finalmente sul palco. Vecchio è vecchio, ma ce la fa ancora a parlare. Anzi ha la battuta prontissima, domina completamente il pubblico con la sua profonda voce, gigioneggia come ai bei tempi e anche di più. A uno scalmanato che lo apostrofa dal pubblico, dice: “il vino fa male, vedete come mi sono ridotto io”.

giovedì 31 dicembre 2009

Nelle canzoni vince la denuncia o l’amore?

Tema: le canzoni dovrebbero trattare di impegno e denuncia o di amore? O detto con altro tema: quali sono più efficaci e riuscite, le canzoni cosiddette impegnate o quelle che parlano al cuore? Nelle sette note vince la ragione o il sentimento? Premete il pulsante e prenotatevi per la risposta; votate: La guerra di Piero o La canzone dell’amore perduto?

E’ evidente che questo è un tema troppo impegnativo perché possiamo risolverlo noi insignificanti blogger alla periferia dell’impero. Però forse possiamo fare un piccolo esperimento. A ben vedere ci serve solo una canzone che tratti entrambe le tematiche, la denuncia e l’amore. Chi meglio di un cantautore storico potrebbe aiutarci? Chi meglio di Francesco Guccini? E quale brano potrebbe funzionare meglio di “Cirano”? Facile, vero, però c’è un problema. La versione della “Cirano” gucciniana che fa al caso nostro è solo quella dal vivo. Quella registrata in studio non ci serve a nulla, non in questo caso. Ci servono i suoni, le reazioni della folla, gli umori del pubblico, perfino gli echi amplificati dei respiri dell’uditorio. Per fortuna possiamo contare sul doppio album registrato negli anni ’90 dal vivo dal grande Francesco. Mettiamo allora il disco sul piatto o meglio il cd nel lettore.

venerdì 31 luglio 2009

Cantautori



In porta: Giorgio Gaber.
Difesa: Enzo Jannacci, Pino Daniele; Ivano Fossati, Gino Paoli.
Centrocampo: Edoardo Bennato, Francesco Guccini, Francesco De Gregori.
Attacco: Franco Battiato, Lucio Battisti, Fabrizio De André.

Rimessa dal fondo di Gaber. Pino Daniele e Fossati fraseggiano a ridosso della trequarti difensiva, ostacolati dal pressing avversario di Sting e Springsteen. Persa la palla e lancio profondo a favore di Johnny Cash, anticipato dall'uscita di Gaber protetto da Gino Paoli.

venerdì 20 febbraio 2009

Il Capitano ha visto Sanremo per voi


Mi è stato chiesto dalla brava Fantaghirò di scrivere su Sanremo e lo faccio volentieri, sperando che lo spazio di un post basti. Prima due premesse. Detesto Pippo Baudo, proprio non lo sopporto, e quando non lo vedo a Sanremo o altrove sento un senso di gratitudine verso chi mi ha risparmiato questa sofferenza. La seconda premessa è che organizzare Sanremo è come girare un kolossal cinematografico: devi accettare strade obbligate e non puoi rischiare molto con l'originalità. Puoi innovare con un film a costo contenuto, ma se rischi e sbagli con il kolossal puoi far fallire la tua magari illustre e quasi secolare casa cinematografica, come è già accaduto.

Il festival di quest'anno mi è relativamente piaciuto, pur tenuto conto delle precisazioni precedenti. Mi è sembrato vivo, allegro e soprattutto mi è sembrato senza Pippo Baudo. Senza scordare che Sanremo è Sanremo e non un'altra cosa.

Paolo Bonolis. Buono, efficace, brioso. Ha saputo tenere il ritmo alto e qui e là ha fatto pure qualcosa di originale. Gli sketch con Laurenti a mio modo di vedere sono molto più divertenti dei monologhi pedanti alla volemose bene di Benigni. Il difetto di Bonolis è la tendenza a voler strafare. Vuole fare tutto: le battute popolaresche e le citazioni dotte, il diavolo e l'acqua santa. Ho qualche dubbio sul fatto che un presentatore di Sanremo possa rispondere "a soreta" a qualcuno del pubblico che lo apostrofa in maniera equivoca.

martedì 3 febbraio 2009

La canzone di Gino Paoli è pedofila?

Come molti sapranno, una canzone di Gino Paoli è al centro di un uragano di polemiche. Si chiama "Il pettirosso", tratta del tema della pedofilia e sarà presentata al prossimo festival di Sanremo. Quello che salta subito all'occhio girando per il web o leggendo i giornali sono le reazioni univoche, tutte indignate, contro Paoli e la sua canzone. Dovunque è uno stracciarsi le vesti, uno scomunicare il reietto, un puntare dita accusatorie contro l'impuro che ha osato dire l'indicibile. Dovunque è un lanciare strali o saette volti a incenerire l'improbo. Finora non ho trovato nessuno che difendesse Paoli o che perlomeno avesse un atteggiamento possibilista verso al sua canzone, dovunque accusata di voler sdoganare la pedofilia e difendere gli stupratori di bambini. Come quasi sempre mi accade in presenza di opinioni monocordi, quasi da stati totalitari, facili da sostenere e indignate al limite dell'isteria ho cercato di riflettere sul tema in questione, cioè della canzone accusata di difendere i pedofili. E mi sono chiesto: che cosa abbiamo?

lunedì 10 marzo 2008

Quiz canoro


Ecco un quiz ispirato a un testo canoro che sottopongo all'attenzione degli amici di questo blog. Chi riuscirà a individuare titolo e autore di questa canzone (vera e ammirata a suo tempo) riceverà ricchi premi e cotillons. I premi saranno molto più importanti per coloro che riusciranno a interpretare e decodificare i fecondi, intellettuali ed ermetici significati della canzone. Vi avverto che sono al lavoro su questo magistrale testo squadre di esegeti e chiosatori danteschi, i quali si dichiarano incapaci di coglierne gli ammaestramenti profondi.

Ecco il testo. La canzone comincia con questo variegato messaggio culturale: "Amore amore / amore amore / amore amore amore / amoreee amoreee..." Poi c'è un cambiamento repentino e sconcertante della prosa che introduce temi nuovi che fanno vacillare l'imperfetta mente umana con la loro complessità e poliedricità: "Amore amore / amore amore / amore amore amore / amore amore amore / amoreee amoreeee / amore amore amore / amoreeee amoreeeee".

martedì 22 gennaio 2008

L'eleganza di Ornella Vanoni


Della Vanoni e soprattutto delle sue canzoni penso tutto il bene possibile. Naturalmente la pensavo in modo diverso tempo fa, quando ascoltavo il rock cosiddetto progressive, che annoverava nella sua produzione musicale anche pezzi orrendi notevoli soprattutto per la loro rumorosità e cacofonia (c'era ovviamente pure della buona roba, come dovunque). La Vanoni mi sembrava un prodotto del passato. Vecchia lei e vecchia la sua musica.
Si cresce e si cambia idea. Qualche tempo fa mi capitò di ascoltare quasi per caso alcune canzoni della Vanoni. Ricordavo perfettamente "La musica è finita" (di rara forza l'immagine "Ecco, la musica è finita / gli amici se ne vanno / e tu mi lasci sola più di prima") cantata in coppia credo con Roberto Carlos a un festival di Sanremo, ma altre mi erano del tutto passate di mente. "Io ti darò di più", "Sto male", "L'appuntamento", Una ragione di più", "Insieme a te" (cantata con Mario Lavezzi) e tante, tante altre.
Le canzoni della Vanoni hanno la particolarità di contare sempre su testi raffinati, mai banali, che parlano d'amore in una maniera dolce in cui sono sviluppate con profondità le emozioni femminili. Veramente è difficile trovare altre canzoni che espongano con tale delicatezza il modo di percepire delle donne. E' per questo probabilmente che i brani di questa cantante sono associati da molte donne ad amori importanti (e purtroppo finiti, perché le belle canzoni della Vanoni sono in genere malinconiche, sia pure di quella malinconia che ti scalda dentro).
Considero la nostra Ornella della canzone una delle nostre più raffinate interpreti, sullo stesso livello e forse più, almeno dal mio punto di vista, di Mina.

giovedì 1 novembre 2007

Cuor di Cirano, cuor di Guccini


Mio Capitano. Partiamo con due affermazioni per nulla scontate: Guccini mi piace e mi piace pure come canta. Non credevo che un giorno avrei detto cose simili perché ai tempi del liceo vedevo il cantautore modenese come fumo negli occhi. Mi pareva un interprete lagnoso, uno di quei beccamorti musicali che si sarebbero meritati di essere presi a chitarrate in testa come fa il mitico John Belushi in Animal House. Bastava l'eco del suo vocione per farmi scappare lontano.
Poi un giorno mio fratello il musicista - ha suonato il basso in qualche gruppetto musicale - portò a casa un doppio cd di Guccini registrato dal vivo. Io subito storsi la bocca ironizzando sui gusti musicali del consanguineo. Però accadde un fatto strano. Mio fratello all'epoca aveva l'abitudine di ascoltare la musica a volume altissimo, per cui anche se sprangavi due o tre porte tra te e lo stereo ascoltavi perfettamente ciò che non volevi ascoltare. Di conseguenza fui costretto ad accorgermi che molte delle canzoni del doppio cd mi piacevano. Ricordo ora "Dio è morto", "Canzone per un'amica", "Il vecchio e il bambino" e tante altre.
Notai un particolare a me ignoto in quell'occasione. A dispetto di ciò che avevo sempre creduto Guccini aveva nel suo repertorio anche canzoni romantiche, spesso trattate con una profondità di sentimenti e una sensibilità di cui non credevo capace il cantautore emiliano. La canzone in assoluto che mi conquistò fu "Cirano". Rimasi più che stupefatto quando mi accorsi che nella registrazione dal vivo le parole di Guccini erano accompagnate da un coro di ragazzine e signore innamorate, in un modo non molto diverso da come si sarebbe fatto a un concerto di Eros Ramazzotti o di Claudio Baglioni. Adoro "Cirano" (con la i come lo scrive il cantautore modenese), ma la adoro soprattutto in quella versione dal vivo.
Guccini a mio vedere è bravo, ma diventa irraggiungibile quando tratta temi riguardanti eroi maledetti e soli, erranti cavalieri incompresi che combattono contro i mulini a vento sferzando ipocrisia e conformismo dilaganti. E' bravo, Francesco, quando parla di una "ragazza bionda senza averne l'aria", "filosofando pure sui perché", ma è un gigante, il più grande gigante della canzone italiana, quando veste i panni di Cirano ("Io sono solo un povero cadetto di Guascogna / però non la sopporto la gente che non sogna") o di don Chisciotte (colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte / com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...). Guccini è questo, l'eroe letterario e sfortunato che si innamora delle cause perse e delle donne sbagliate. L'eroe crepuscolare che fa sentire te eroe. E ora passo la parola a Cleide, che sull'argomento Guccini ne sa molto più di me e di quasi ogni altra persona in questi paraggi.
Cleide. Mi lusinghi Capitano, ma sono solo una povera cadetta di Sardegna, con un debole per la gente leale e degna come il cantautore dell'Emilia Romagna. Non so se sarò capace di scrivere di Guccini nel ristretto spazio di un post. Questo perché il mio interesse per il Cantastorie Francesco, come ama essere definito, non è solo discografico, ma abbraccia la sua ventennale attività di narratore e romanziere. Infatti, anche se non è noto a tutti, l'ex Avvelenato della canzone italiana ha scritto molto. Dai gialli, prodotti in collaborazione con Loriano Macchiavelli, ai racconti sulla sua Padania, terra da non intendersi assolutamente in senso leghista, alla dotta trattazione degli idiomi galloitalici che fanno da sfondo alla sua produzione narrativa. Il filo conduttore della produzione artistica gucciniana è la memoria, l'ancoraggio alle sue radici culturali, la tradizione popolare. In ogni caso mi affascina l'uomo, con la scorza di saggio montanaro, che si dimostra profondo conoscitore di vita e di esperienze senza perdere il suo animo di bambino.
Tuttavia, è nei concerti si impara ad amare realmente il cantautore modenese. Ad assistere ad una sua esibizione musicale si rimane sorpresi dall'età dei partecipanti, gran parte dei quali sono giovanissimi. Eppure Guccini è sulla scena da quasi quarant'anni. Ho assistito a diversi suoi concerti e ogni volta la sensazione è sempre la stessa, quella di andare ad incontrare un amico. Francesco è un grande affabulatore, dotato di un sense of humor tutto emiliano, dove l'ironia si unisce all'indignazione e talvolta all'invettiva, senza mai trascendere in banalità o volgarità. Un compagnone, il perfetto complice da osteria che ti arringa su donne e politica mentre mette giù un re di coppe, uno che se lo incroci per strada non esiti a fermarlo per fare due chiacchiere. Ho spesso pensato di andare a Pavana per incontrarlo, e forse, un giorno o un altro, lo farò. Mi piace il Guccini che tu citi, Capitano, quello degli eroi sfortunati e dei cavalieri erranti, mi piace quel pathos che ti fa sentire un brivido lungo la schiena, mi piace il Guccini di Ritratti: Piazza Alimonda, Ulisse, Che Guevara, Cristoforo Colombo. Ma spesso mi metto all'ascolto di pezzi dove l'attenzione è rivolta ai volti meno noti, gli sfigati, gli incompresi: il Matto, Cencio, il Frate, eroi a loro modo, gente che vive sopra il conformismo ma ne è spesso vittima. Mi piace anche il Guccini delle rare canzoni d'amore, cantate quasi con pudore e senza traccia di banalità. Il Guccini delle domande consuete, convinto che" fare domande sia meglio che azzardare risposte, perché interrogarsi presuppone ricerca, e a rispondere si rischia l'arroganza". In fondo, ha sempre senso cercare l'isola incantata, ma è necessario guardarsi bene dal non trovarla.
Questo articolo è anche da Cleide.

martedì 28 agosto 2007

Vecchia scuola francese salvaci dalle brutture moderne

Siamo alle solite. Meglio la letteratura di oggi o quella di una volta, il cinema di oggi o quello dei tempi andati, le canzoni moderne o le melodie di qualche anno fa?

E’ sempre difficile rispondere a simili quesiti, anche quando crediamo di avere una risposta certa. Io mi limito a osservare che mi annoio spesso nell’ascoltare la musica moderna, specie quando si tratta di sciropparmi qualche banale e pacchiano video tratto da Mtv o da canali analoghi, facente leva sulla riproposizione ossessiva delle cosce – per carità, ben fatte – di Christina Aguileira o Beyoncé. E mi limito a osservare che alcuni movimenti musicali del passato, come ad esempio quello degli chansonnier francesi degli anni Sessanta e precedenti, conservano la loro forza di attrazione a distanza di decenni.

E ora largo alla pattuglia di chansonnier francesi qui citati. Eccoli in sequenza. Qui sotto Edith Piaf “Non, je ne regrette rien”. Jacques Brel “Ne me quitte pas”. Yves Montand “Les feuilles mortes”. MIrelle Mathieu che canta la Marsigliese. Nella colonna laterale Charles Trenet “La mer” e Gilbert Becaud “Nathalie”.


P.S. Mi è stato fatto notare che i molti video appesantiscono l'apertura della pagina. Quindi ho deciso di caricarne due per volta, alternandoli. Così ne posso mettere pure di più. State in campana per non perdervi gli chansonnier d'Oltralpe! :-)

venerdì 25 maggio 2007

Radio Capitano Libero


Ragazzi, ho pensato: dato che stiamo mettendo musica tanto varrebbe farlo sul serio. Ho deciso quindi di trasformare per il week-end il mio blog in una radio libera, la Radio del Capitano. Metterò una canzone nuova ogni paio d’ore scegliendola dal mio vasto repertorio musicale. Cercherò di dire qualche parola nei commenti sui pezzi che propongo, avendone il tempo. Gli interessati possono pure richiedere una canzone specifica. Io cercherò di accontentarli se posso.
Il titolo della canzone appare nel box sulla colonna laterale. Chi non vuole ascoltare può mettere in pausa. Allora parte la radio del Capitano, oh yeeeessssss!!!!

Ecco le canzoni che ho trasmesso negli ultimi giorni:
Beach Boys "Don't worry baby".
Aguaviva "Poetas andaluces".
Scott Mackenzie "San Francisco"
Joan Baez "Where have all the flowers gone"
Procol Harum "A whiter shade of pale".
Ronnie Milsap "Lost in the fifties tonight"
Mecano "Figlio della luna".
Franco Battiato "L'era del cinghiale bianco".
Johnny Cash "One"
Dal musical "Hair", "Goodmorning starshine"
The Exciter - "Tell him" (ascoltabile pure nel film "Il matrimonio del mio migliore amico").
Sezen Aksu (popstar turca) - titolo sconosciuto dall'album "Deliveren".
Giorgio Vanni - Dragon Ball (la canzone originale).
Canzone araba dal titolo sconosciuto.
Sigla del telefilm "Mork e Mindy" - "Na-no na-no"
"Woobinda" dal telefilm omonimo.
Gianni Morandi - Fatti mandare dalla mamma.
Il banco del mutuo soccorso - 750 mila anni fa... l'amore? (dall'album "Darwin").

mercoledì 23 maggio 2007

School of Rock ( cioè of Pop)


Ho visto che qualche amico del blog aveva difficoltà a situare le ultime tre canzoni che ho postato tra ieri e oggi. Quindi provo a dare qualche piccola spiegazione.

La prima canzone si chiama “Poetas andaluces” ed è eseguita dal gruppo spagnolo degli Aguaviva, anno del Signore 1970, almeno stando al mio libro delle classifiche musicali.
A differenza di ciò che diceva qualcuno, è una canzone importante, assolutamente non allegrotta, basata sui versi del poeta Rafael Alberti. Non è del tutto sparita dalla circolazione, dato che l’ho ascoltata pochi giorni fa in sottofondo a un servizio televisivo sulle anteprime automobilistiche.

Il secondo pezzo dovrebbe essere noto anche alle pietre, essendo la famosissima “San Francisco” di Scott Mackenzie. Canzone del 1967, successo planetario, celebrava l’apogeo del movimento degli hippies, da noi chiamati pure figli dei fiori. Era il periodo della massima contestazione alla guerra al Vietnam. I giovani si rifiutavano di prestare il servizio militare, bruciavano le cartoline militari e avevano atteggiamenti fortemente anticonvenzionali come accadeva nel film Hair che descrive proprio quegli anni. L’università di San Francisco, Berkeley, era il centro di questo movimento di contestazione globale, basato su pacifismo, amore libero e uso di droghe “psichedeliche” (cioè capaci di espandere la coscienza, condizione molto ricercata in quegli anni) che andavano dalla cannabis al Lsd. Come è noto ai più, gli hippie fondarono delle comuni agricole fondate sul più spinto collettivismo sia in economia che negli affetti; in teoria nelle comunità dei figli dei fiori non esistevano le coppie fisse, ma tutti amavano tutti (nella realtà si vide che quel modello sociale era fallimentare economicamente e che vi prosperavano la gelosia o l’antagonismo sentimentale che si volevano eliminare). La California in quell’epoca era la Mecca mondiale di ogni movimento giovanile più o meno innovativo (in certa misura lo è ancora, ma non a quei livelli). Molti giovani dell’epoca vivevano “Sognando California”, come accadeva nella canzone dei Dik Dik che era la cover della più celebre “California Dreaming” dei Mamas and the Papas (1966).

La terza canzone che ho diffuso sul blog, “Where Have All The Flowers Gone” quella nella versione di Joan Baez, è una delle più note canzoni pacifiste di tutti i tempi, risalente anch’essa agli anni Sessanta. L’hanno cantata tutti, ma tutti tutti. Solo io ne ho sette o otto versioni diverse. Quella della Baez, quella parlata di Marlene Dietrich (diva del cinema prestata alla musica), quella rock’n roll di Johnny Rivers, quella dei Mamas and The Papas, quella di Peter, Paul e Mary, formidabile trio hippie che andava fortissimo nei Sessanta, quella di Arlo Guthrie o del Kingston Trio. Ne ha fatta una pure Bob Dylan. Davvero non si può tenere il conto degli innumerevoli esecutori di questa magnifica melodia.
L’autore si chiama Pete Seeger, noto per essere uno dei precursori dei temi ecologisti, si impegnò per la depurazione delle acque del fiume Hudson. Seeger si dichiarava apertamente comunista in piena guerra fredda, posizione che chiaramente non gli facilitava l’esistenza nell’America maccartista. Ha scritto una serie di canzoni indimenticabili. Oltre a quella citata, “If I had a hammer”, in Italia cantata da Rita Pavone con il titolo di “Datemi un martello” o “We shall overcome”, basata su uno spiritual, che era il pezzo forte di Joan Baez. Seeger ha portato al successo internazionale brani tradizionali come ad esempio l’antica canzone cubana “Guantanamera”.

lunedì 7 maggio 2007

Scrivo una canzone


Un'amica mi ha chiesto, molto per gioco e un po’ sul serio, di scrivere il testo di una canzone. Lei potrebbe sottoporla al giudizio di certi suoi amici musicisti.
Ho deciso di accettare, molto per gioco e un po’ sul serio, la sfida lanciatami. La nostra amica afferma che dovrebbe trattarsi di un testo non romantico (ho notato in effetti che non ha una vena molto romantica sul suo blog), che dovrebbe comunicare un messaggio chiaro e semplice da apprendere.
E’ evidente che non è per nulla facile scrivere i versi di una canzone così. Solo in questo paese ci devono essere milioni di persone in cerca di parole semplici ed efficaci da assemblare in musica. Comunque un tentativo si può sempre fare, male non farà.
Non so nulla di come si scriva una canzone. Nell’appendice di una grammatica in mio possesso si parla per lo più di versi endecasillabi o settenari e si spiegano pure le regole per calcolare le sillabe in modo corretto (contano molto gli accenti). Ieri notte faticavo a prendere sonno nel letto e ne ho approfittato per ripetermi nella mente alcune vecchie canzoni di Mogol-Battisti. In effetti contando e ricontando i versi parevano spesso endecasillabi (“Che ne sai tu di un campo di grano?” “Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi”). Bennato sembra preferire in qualche occasione i versi novenari: ”Un giorno credi di esser giusto”, “Quanta fretta, ma dove corri?”. De Gregori ricorre talvolta ricorre al settenario (“Ma io non ci sto più / gridò lo sposo e poi””).
Insomma giocare un po’ senza montarci al testa non ci farà ammalare. Mi metto quindi a scrivere il testo di questa canzone e vediamo che cosa ne esce fuori.
In ogni modo se qualcuno sa qual è la struttura media della canzone moderna (quante strofe, quanti versi per strofa, quante sillabe in genere per verso, quali rime)… sono qui che ascolto e ringrazio.

mercoledì 21 marzo 2007

Cantare a squarciagola dopo l'allenamento


L’allenamento sulla cyclette è appena finito. E’ stato duro, sono sempre fuori allenamento, ma l’ho portato a termine. Ho ascoltato a tutto volume canzoni ritmate utili per fare sport: gli Aqua, i Blondie (“Call me” o “Maria”) Gloria Gaynor (“I am what I am” e altre); ma anche roba come “Dragostea”, Sophie Ellis Bextor in “Murder on the dancefloor”, o pezzi svelti degli anni Settanta dalla Sheila & B. Devotion di “Love me baby” al “Good morning starshine” del musical Hair. Sono esausto, sudato e affannato. Ma poiché in questo preciso momento dopo l’allenamento ho voglia di cantare a squarciagola e poiché l’allenamento ha annientato, sia pure per poco tempo, le mie in genere robustissime inibizioni sociali, non c’è nessuna forza su questa terra che possa impedirmi di rilasciare la mia voce a più non posso.
L’attività fisica ottiene pure un secondo e forse perfino più incredibile effetto. Cioè libera la mia gola da ogni timore ed esitazione e le permette di affrontare con fermezza tetragona anche i passaggi canori più difficoltosi, quelli dove le stecche si sprecano. Ancora sudato, prendo il telecomando del lettore cd e cerco una canzone che mi permetta di esercitare al massimo la mia brama di cantare senza rete di protezione. Per un po’ di tempo le mie simpatie canterine sono andate a “We can’t hide it anymore” di Larry Santos e a qualche brano degli anni Ottanta. Di recente le mie preferenze del dopoallenamento si sono indirizzate su “Un attimo di pace” di Eros Ramazzotti.

Bene, me ne cammino per la stanza per riprendere fiato mentre Ramazzotti intona i primi versi della canzone. In questo frangente penso sempre che sono troppo affannato (sbuffo come una mongolfiera) e che non ce la farò mai a cantare quando verrà il momento. Ma appena si presenta il ritornello, ecco che le mie corde vocali assorbono energie insperate da luoghi sconosciuti. E vadoooo suuuuuuu. Yeahhh.
Vado alla grande su “Fammi respirare solo un attimo di pace /questo sorso d’aria pura dentro me”. La mia voce si libera senza sforzo, alta, intonata, senza incrinature, sembra la voce di un altro. Dov’è la differenza tra me e Bocelli? penso con non so quanta lucidità
“Voglio solo dedicarmi agli affetti a me più cari / specialmente se si tratta di te”. E’ pazzesco, non perdo un colpo, vado al massimo delle mie possibilità e la mia voce è ferma, senza paura, soprattutto sento che ne ho ancora dentro, posso reggere ancora per un po’ su questi livelli forsennati. La finestra è aperta e rido pensando alle grandi distanze da cui sarà ascoltabile il mio sfogo incontrollato.
“Fammi assaporare questo attimo di pace / per sentirlo fino in fondo dentro me”. E’ stupefacente la sensazione di potenza che provo cantando a tutta gola nella mia stanza degli allenamenti! La mia voce rimbomba tra le pareti nitida, potente, non cede, resiste sulle note più acute. Sono io quello che canta? Sì, sono proprio io anche se è difficile crederlo. Guarda che ugola coraggiosa, guarda che forza!
“Oggi che anche i sogni atterrano e chiudono le ali / perché il tempo di volare non è, non è”. Qui si verifica un puro e semplice miracolo. Sono giunto al limite delle mie possibilità canore, le mie corde vocali sono state messe sotto pressione e stanno per cedere di schianto, ancora una sola nota e steccherò… eppure all’improvviso non canto più, è arrivata una parte che non riesco a imparare a memoria e curiosamente è proprio la parte della canzone su cui la mia povera gola esausta avrebbe steccato senza scampo.
“Vista la città dalla collina / sembra un gigantesco flipper / con tutte quelle luci.” Bene, continuo a cantare, anche se il ritornello è finito. Tra poco si andrà ancora su con la voce e sarò pronto ad arrivare fino in fondo senza tentennare di una virgola.

Ho già parlato delle mie esperienze canterine in almeno due post. Qui parlo di quando intono canzoni per bambini con i miei nipoti e a quest’altro indirizzo descrivo i punti in cui non puoi fare a meno di cantare. Ah, l’ultima volta che ho cantato dopo aver fatto cyclette mi è sembrato di sentire risate provenienti da fuori. Ma di sicuro mi sbagliavo. :-)

martedì 12 dicembre 2006

Dieci canzoni per me - Gli assi della coppia Mogol-Battisti


“Che ne sai tu di un campo di grano?” e “La paura di esser preso per mano che ne sai?”
Se qualcuno ha sentito versi più suggestivi e forti di questi in tutta la musica italiana, non solo quella leggera, si faccia avanti ora.
Le canzoni, l’ho sempre detto, sono soltanto emozioni in musica, da custodire in luoghi preziosi. So per certo che alcune delle melodie create dalla coppia Mogol-Battisti sono conservate nello scomparto più sacro della mia mente, quello dove riponi le cose che hanno lasciato un’orma profonda nella tua vita, l’area cerebrale che probabilmente si spegnerà per ultima quando verrà il momento.
E’ incredibile la quantità di canzoni belle che ha accompagnato la produzione musicale di questa incredibile coppia della musica leggera italiana. Ispirandomi al titolo di un successo battistiano, ho deciso di scegliere dieci canzoni, quelle a cui sono più legato nei sentimenti, per rappresentare la produzione di questi due giganti della melodia. Dieci canzoni per me posson bastare come dieci ragazze per Lucio. Le cito alla rinfusa perché mi è difficile fare una classifica musicale, ma soprattutto affettiva tra questi dieci pezzi.
Ricordo che ascoltavo ragazzino questi brani alla radio, durante la mitica “Hit parade” presentata da Lelio Luttazzi. Quando arrivava il momento delle tre canzoni più vendute speravo sempre, per usare il linguaggio luttazziano dell’epoca, che l’ultima creatura di Battisti, quasi sempre “regina” per mesi e mesi, non fosse retrocessa all’avvilente posizione di “damigella d’onore” (ossia al secondo o al terzo posto).
L’ultima questione da segnalare è che solo da poco tempo si sta imponendo l’idea che, a differenza di ciò che si è detto durante tutta la sua carriera, Lucio Battisti, pur non disponendo di un’impostazione vocale da cantante tipico, è stato un interprete efficace e originalissimo della quotidianità. Anzi probabilmente gran parte del suo successo è dovuto proprio a quello da sempre considerato il suo tallone d’Achille, cioè il suo canto, il solo canto che è riuscito a valorizzare al massimo “i giardini di marzo” e “le discese ardite e le risalite”, L’“acqua azzurra, acqua chiara” o le Francesche che non possono essere con l’uomo con cui le hai viste.

Pensieri e parole. Un pezzo straordinario, insuperabile. Oltre ai versi di apertura del post, questo brano può contare su “E di un mondo tutto chiuso in una via / e di un cinema di periferia / che ne sai della nostra ferrovia, che ne sai?”. E ancora di più ti colpisce quando ti confida che “Tu sola sai / se è vero o no / che credo in Dio”. Nessun pensiero e nessuna parola potranno rendere giustizia a questo splendore di canzone.

L’aquila. Amavo questa canzone nella versione di Bruno Lauzi, che è poi quella più conosciuta e di successo (detestavo Lauzi, all’epoca mi sembrava un vecchio arnese da far pena, ma non quando cantava questa canzone). I punti straordinari di questo pezzo: “Un’automobile corre / e lascia dietro sé / del fumo grigio e me / e questo verde mondo nel quale mi confondo”. Il massimo della suggestione qui: “”Ma un’auto che va / basta già a farmi chiedere se io vivo”.

Vendo casa. Inaudita e delicatissima canzone portata al successo dai Dik Dik. Una casa polverosa, piatti sporchi in cucina, un giardino in disfacimento, la soddisfazione di chi gode delle tue disgrazie. Muore la casa che ha visto un amore finito per sempre. Le ultime parole: “Questa casa è tutta da bruciare”.

I giardini di marzo. Forse la più poetica canzone battistiana. Piena di atmosfere autunnali e vulnerabilità amorose. “All’uscita di scuola i ragazzi vendevano libri”, “Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è”. E’ già moltissimo, ma un amante delle grandi distese come me non poteva tacere dei “Fiumi azzurri e colline e praterie / dove corrono dolcissime le mie malinconie”.

La canzone del sole. L’immediatezza del messaggio semplice e fulminante. “Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi / le tue calzette rosse”: chi ha mai potuto scordare questo attacco? E che dire delle “Due arance ancor più rosse” o di “Cos’è rimasto in fondo agli occhi tuoi / la fiamma è spenta o è accesa”? Era la canzone di Battisti che mi piaceva di più da ragazzo insieme a “Fiori rosa, fiori di pesco”.

Fiori rosa, fiori di pesco. Ispirata pare a un non felice esperienza di Mogol, il quale trovò la sua innamorata in atteggiamenti poco ortodossi con un terzo individuo. La cantavo a perdifiato specie dove il ritmo aumenta. Ancora oggi non posso evitare di liberare la voce quando arrivano i versi “Posso stringerti le mani? / Come sono fredde tu tremi / No, non sto sbagliando mi ami / Dimmi che è vero”.

Emozioni. Da sempre considerata la più lirica canzone del duo Mogol-Battisti. Chi non ha mai immaginato cosa si provi a guidare come un pazzo a fari spenti nella notte “Per vedere se poi è tanto difficile morire”?

Il mio canto libero. “In un mondo che / non ci vuole più / il mio canto libero sei tu”. Inutile sprecare aggettivi roboanti. Mi si stringeva il cuore quando ascoltavo questo pezzo alla radio, schiacciandovi quasi l’orecchio sopra e avrei gridato quando Lelio Luttazzi annunciava che l’eroico Lucio Battisti, rintuzzando l’attacco dei malevoli avversari canori, aveva conservato per l’ennesima settimana consecutiva il gradino più alto della Hit Parade.

Il vento. Canzone portata al successo dai Dik Dik basata su due-accordi-due. E’ uno di quei pezzi malinconici da ascoltare quando sei in vena di sentirti sconfitto in amore, ma ciononostante eroico. “Cara, son le otto del mattino e tu ancora stai dormendo” e io ho fatto le valigie e sto per uscire per sempre dalla tua vita senza una parola.

Due mondi. Tratta dal misconosciuto album “Anima latina”, E’ una canzone che nessuno, ma proprio nessuno cita quando si parla dei migliori pezzi di Battisti-Mogol. A me è sempre piaciuta un sacco soprattutto per via del travolgente ritmo caraibico.

7 e 40. Trascinante canzone degli esordi. Il merito in questo caso pare quasi tutto di Battisti,che con la sua musica e la sua interpretazione vocale riesce a dare corpo e fascino pure a un testo di Mogol che non pare tra i più ispirati. Bella da cantare.

Molte altre bellissime canzoni di Battisti sono rimaste fuori da questo elenco, ma bisognava fare una scelta e io l’ho fatta seguendo le “Emozioni”. :-)