Ho appena letto una notizia che mi ha colpito moltissimo. E' morto Pietro Mennea, straordinario campione della velocità. Ora lo so, Mennea era parte di me. Mi piaceva come correva, anche se ci sono stati campioni che correvano meglio. Ma mi piaceva come era fatto. Ispido, chiuso, con una rabbia dentro che sapevi riversava nelle sue falcate sulle piste di atletica. Mennea caratterialmente era il contrario di Bolt, anche se Bolt è un campione extraterrestre. Bolt ride nelle interviste e Mennea digrignava i denti e litigava col microfono se non trovava nessun intervistatore con cui farlo. Bolt festeggia le vittorie facendo danze che sanno di carnevalata e a volte di pagliacciata esibizionistica, Mennea ti fissava con uno sguardo iniettato di sangue che sembrava dire: già, ho vinto, e allora? Mennea si allenava durissimamente (celebri le sue sedute di allenamento che spaventavano i calciatori dell’epoca), sei ore al giorno, tutti i giorni, anche a Pasqua e a Natale, e non ha mai fatto uso di doping, come si vedeva dal suo fisico magro, asciuttissimo, nervoso, alla Bruce Lee più che alla sollevatore di pesi. Bolt speriamo che pure lui non abbia fatto uso di doping, ma i dubbi sono tanti. Mennea, Mennea, Mennea, Mennea, Mennea, Mennea, Mennea, Mennea: grosso modo questa fu la telecronaca del mitico Paolo Rosi sul rettilineo che diede la medaglia d’oro a Mosca al corridore barlettano. L’invocazione continua del suo nome mentre si concludeva la sua strepitosa rimonta sull’inglese Wells.
giovedì 21 marzo 2013
giovedì 9 agosto 2012
Legalizziamo il doping
Il doping di Schwazer. La notizia di ieri era la conferenza stampa del marciatore italiano dopato, Alex Schwazer. Schwazer è stato trovato positivo all’Epo, sostanza proibita che già aveva sancito la fine della carriera di Pantani e forse della sua vita. Il marciatore ha pianto a dirotto nella sua esternazione pubblica e ai giornalisti ovviamente non pareva vero inzuppare il pane in quelle lacrime dandosi arie di onesti fustigatori del malcostume altrui (naturalmente i giornalisti televisivi presenti, targati Rai o Mediaset, hanno avuto una lieve amnesia sulle raccomandazioni, i sotterfugi e gli intrallazzi con cui sono stati assunti al lavoro, senza esclusione alcuna). Vedendo le lacrime di Schwazer e l’indegna gogna mediatica cui è stato sottoposto (il marciatore ha sbagliato e deve pagare, ma che c’entra la gogna?) mi sono detto che se fosse stato presente alla conferenza stampa un signore non comune vissuto duemila anni fa forse avrebbe commentato: “Chi è senza doping scagli la prima pietra”.
lunedì 25 giugno 2012
Viva L’Italia che non ha paura
Vedere l’Italia che attacca in continuazione, padrona del campo, dispensatrice di passaggi e tiri in porta. Vedere l’Italia che bivacca nell’aria di rigore avversaria. Vedere gli altri arroccati in difesa, che hanno paura di noi. Vedere l’Italia che ha coraggio, che non fa calcoli meschini, che guardia gli avversari negli occhi a testa alta, che fa svariare la palla sulle fasce a suo piacimento come un direttore d’orchestra. E vedere l’Italia tirare i calci di rigore alla fine della partita, e ricordarti della canzone di De Gregori, di “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”, e pensare che De Gregori aveva torto: è proprio da questi particolari che si giudica un giocatore, è proprio dal coraggio con cui tiri un calcio di rigore alla fine della partita che si giudica di che stoffa sei fatto, di che materia è fatto il tuo cuore.
lunedì 14 giugno 2010
Come dentro un film di Sergio Leone
Ripropongo qui il post che scrissi quattro anni fa dopo la vittoria al mondiale di Germania, con relativi commenti.
Siamo al momento prima dei rigori finali. Facciamo conto che quella di ieri non sia una partita di pallone sia pure importante, ma un film di Sergio Leone. Facciamo anche conto che la partita giocata – tempi regolari e supplementari – non conti. Non ce ne importa niente di ciò che è successo finora, delle giocate fantasma di Totti, dei nervosismi di Zidane, della strenua difesa di Cannavaro, delle incursioni di Henry. E’ un film di Sergio Leone, abbiamo detto. Sono finiti i tempi supplementari e si avvicina il duello finale dei calci di rigore. I visi dei protagonisti in campo sono tirati, le mani fremono come alla ricerca di una Colt 45 con cui chiudere la partita, gli occhi scrutano il disco di rigore su cui si deciderà la contesa.
Basteranno pochi minuti per vedere chi alzerà al cielo la coppa più prestigiosa del calcio (ma anche i più ingenui telespettatori hanno capito che nello stadio di Berlino si gioca qualcosa di più importante di una partita di pallone). Noi però non vogliamo soffrire tanto a lungo. Vogliamo conoscere in anticipo il risultato finale. Abbiamo un solo modo, dato che abbiamo detto che questo è un film di pistoleri nostrani. Dobbiamo basarci sui primi e primissimi piani dei duellanti. Sulle inquadrature che ci riportano ai duelli decisivi di Per un pugno di dollari, del Buono, il brutto, il cattivo o per finire del capolavoro C’era una volta il West. Dobbiamo immaginare che gli occhi di Pirlo siano quelli di Charles Bronson, che gli sguardi di Materazzi somiglino a quelli di Clint Eastwood e che, in ordine, quelle di Del Piero, De Rossi e Fabio Grosso siano le smorfie di Henry Fonda, Lee Van Cleef e Eli Wallach.
lunedì 17 agosto 2009
Aboliamo lo sport professionistico
Pensieri. Che occhi strani e che arcate sopraccigliari pronunciate, ha Bolt! Che viso strano hanno lui e gli altri partecipanti a questa finale dei cento metri. Ho sentito dire che assumere elevate dosi di testosterone può alterare i lineamenti di un atleta. Sarà vero? Certo che questi atleti sembrano i personaggi di qualche film di fantascienza, non necessariamente i buoni. Si saranno dopati? Avranno preso ormoni della crescita, testosterone o chissà quali altre porcherie?
giovedì 19 giugno 2008
L'Italia di oggi e l'Italia campione del mondo
L’Italia che si è qualificata alla seconda fase del campionato europeo di calcio è forte? E se sì, quanto è forte? E’ forte come quella che ha vinto il mondiale in Germania come in un film di Sergio Leone? Potrebbe ripetere l’impresa nelle non lontane Svizzera e Austria?
Tentiamo un’analisi prima tecnica e poi psicologico-ambientale. Una riflessione tecnica ci dice che la squadra italiana è quasi la stessa della Germania. E’ cambiata la coppia dei difensori centrali, Panucci e Chiellini contro Materazzi e Cannavaro, ma si tratta di un reparto che non influisce sull’identità e sul gioco della squadra. Per il resto ci sono gli stessi uomini tranne Cassano al posto dello spento Totti del Mondiale. L’Italia austro-svizzera sviluppa un discreto gioco d’attacco che crea diverse palle gol, per ora non realizzate dai nostri attaccanti e talvolta subisce il ritorno degli avversari come accadeva in Germania. Buffon sembra in palla dopo aver esorcizzato un rigore e rintuzzato un tiro quasi imparabile nella serata francese, però ancora non dà l’idea di essere l’extraterrestre che due anni fa fece passare solo un’autorete e un rigore quasi fermato dalla forza del suo sguardo saracinesca. Grosso spinge sulla fascia come sa, Zambrotta sembra ancora un pizzico sotto le sue possibilità, il centrocampo è rodato, Cassano gioca come un giocatore di biliardo, triangola e converge al centro che è uno spettacolo, gli manca solo il tiro. Toni è un asso a sparacchiare fuori, ma l’impressione è che se si sblocca potrebbe farci volare.
mercoledì 5 marzo 2008
La nazionale delle nazionali
Portiere: Gianluigi Buffon (Germania 2006)
Terzini: Giuseppe Bergomi (Spagna 1982); Giacinto Facchetti (Messico 1970)
Difensori Centrali: Franco Baresi (Stati Uniti 1994); Fabio Cannavaro (Germania 2006).
Centrocampisti: Bruno Conti (Spagna 1982); Sandro Mazzola (Messico 1970); Roberto Baggio (Stai Uniti 1994); Gianni Rivera (Messico 1970).
Attaccanti: Paolo Rossi (Spagna 1982); Gigi Riva (Messico 1970).
In panchina:
Portiere: Dino Zoff (Spagna 1982).
Difensori: Antonio Cabrini (Spagna 1982); Marco Materazzi (Germania 2006).
Centrocampisti: Marco Tardelli (Spagna 1982); Andrea Pirlo (Germania 2006).
Attaccanti: Angelo Domenghini (Messico 1970); Roberto Boninsegna (Messico 1970).
Allenatore: Arrigo Sacchi (Stati Uniti 1994).
Migliore partita: Italia-Germania 4-3 (Messico 1970)
Miglior giocatore: Gigi "Rombo di tuono" Riva (Messico 1970)
Ho stilato questa squadra ideale sulla base delle nazionali italiane arrivate in finale nei campionati del mondo di calcio dal 1970 a oggi.
venerdì 23 febbraio 2007
Marco Pantani eroe nella bufera

Però anche il tempo si è accanito contro l’esile Marco Pantani. Piove, cioè nevica, e fa freddo. Più si sale e più il tempo peggiora. Gli elicotteri addetti alle riprese aeree sono incatenati a terra dal maltempo. Ormai le figure dei ciclisti sono sempre meno nitide e tutto lascia pensare che un banco di gelida foschia più denso degli altri possa inghiottire da un momento all’altro il gruppo di testa. Le condizioni meteorologiche avverse a detta di tutti gli esperti sono favorevoli alla ben più possente corporatura della maglia gialla della competizione ciclistica.
Oggi tutto congiura contro il campione di Cesenatico, del resto nessuno credeva sul serio che potesse vincere il Tour dopo aver dominato il Giro d’Italia suscitando un entusiasmo che in Italia non si vedeva dai tempi in cui le vittorie ciclistiche impedivano le rivoluzioni. Vincere Tour e Giro nello stesso anno? Assurdo, come potrebbe il pur simpatico Pirata, eguagliare un’impresa riuscita solo a un pugno di assi come il Campionissimo Coppi o il Cannibale Eddy Merckx?
Anche le immagini trasmesse dalla televisione mostrano che la tappa è segnata. Il gruppo è dominato dalla sicura pedalata del tedesco Ullrich, che fa l’andatura torreggiando anche fisicamente sugli avversari, mentre Marco Pantani si vede e non si vede, una figuretta sparuta e timida seminascosta nel gruppo dei gregari. La pioggia rinforza via via che si sale sulla vetta alpina, una bruma che sa di inverno ammanta le riprese televisive come se fosse un filtro fotografico. A tratti scrosci di nevischio ti sferzano la faccia intirizzita frustati da raffiche di vento maligno. Quale luglio, questo pare il più carognesco gennaio! Tutti davanti o dentro gli schermi televisivi sembrano pensare la stessa cosa: mi spiace, Marco, ci hai tentato, ma questa non è proprio la giornata per te, questo non è il Tour per te, cerca di pedalare in difesa e vedi se riesci a conservare la tua attuale posizione, perché un secondo posto al Giro di Francia è comunque un eccellente risultato.
Però ecco a un tratto che accade qualcosa che ribalta ogni nera previsione. Una sparuta sagoma esce dal gruppo e lancia in una sola volta la sua sfida alla montagna, alle intemperie e agli uomini. Il Pirata scatta danzando sui pedali con la caratteristica andatura che lo rende simile a un ballerino con un senso sublime del ritmo.
Pantani va su.
Pantani va e nessuno riesce a stargli dietro.
Ulrich cede dopo poche pedalate. Leblanc non ci tenta proprio di stargli dietro. Gli altri corridori fanno la sola cosa che gli è consentita, guardare e magari ammirare o imprecare.
Pantani va su sconfiggendo la tempesta in un modo che fa battere forte il tuo cuore.
Pantani sale come un angelo nella bufera.
Non la sentiamo, noi che siamo davanti al televisore… non la sentono nemmeno i corridori che arrancano sul massiccio alpino, ma ci deve essere una musica sottile che echeggia nella tempesta di neve, una musica che scandisce ogni pedalata di Pantani e gli permette di danzare in quel modo sulla bicicletta.
Ho visto due nazionali di calcio vincere il campionato del mondo contro ogni pronostico e superando ogni avversità, anche e soprattutto quella rappresentata dai giornalisti italiani, ho visto il grandissimo Milan di Arrigo Sacchi e Van Basten assicurarsi l’accoppiata Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale due volte, ho visto Maradona giocare a Napoli come se fosse il messaggero divino che molti ancora lo ritengono in questa città, ho visto la strabiliante Olanda di Johan Cruijff dare spettacolo come una squadra di extraterrestri, ho visto Pietro Mennea vincere la medaglia d’oro olimpica nei 200 metri dopo una spettacolare rimonta sul rettilineo finale che affrontò da ultimo o quasi. E poi Carl Lewis, Bjiorn Borg, Steffi Graf, Mark Spitz, Ray Sugar Leonard, Nadia Comaneci e i fratelli Abbagnale commentati da un Giampiero Galeazzi più pazzo di un drogato o più drogato di un pazzo….
Eppure nessuna impresa sportiva mi ha mai dato una gioia così perfetta, inattesa, duratura, perfino imbarazzante nelle sue manifestazioni, come quella conferitami dal capolavoro di Marco Pantani al Tour del 98. Nessun sorriso sportivo, lo so, supererà mai quello che mi sentivo sulle labbra quando Marco scattò nelle nebbie tempestose del Galibier, facendo il vuoto dietro e danzando sulla bicicletta come un essere sovrannaturale, un Fred Astaire della pedalata. La gioia perfetta che provavo era temperata soltanto dal dramma in cui piombò il tedesco Ullrich, lanciatosi all’inseguimento del folletto di Cesenatico e schiantato dal ritmo forsennato dell’antagonista. Vedere la maglia gialla arrancare sulla bicicletta, distrutto nel fisico e nell’animo, vanamente spronato e sostenuto dai suoi compagni di squadra, baciato dal suo luogotenente Riis come se fosse il figlio prediletto caduto in disgrazia, dava tutta la misura della grandezza dell’impresa del Pirata in quel freddissimo giorno di luglio al Tour.
Non credo che proverò mai più una gioia così totale e piena per un’impresa sportiva.
giovedì 6 luglio 2006
A un passo dal tetto del mondo

Il campo ha parlato pure questa volta? La riposta è sì. Sussurrava con meno forza rispetto alla partita con l’Ucraina, ma dopo i primi minuti di gioco ha detto e io l’ho sentito con queste orecchie: “Siete più forti della Germania. Amate di più il pallone e il pallone ama di più voi. Se l’arbitro non permette un gioco rude o violento, la vittoria non potrà sfuggirvi nonostante giochiate in trasferta.”
Ci siamo dimostrati più forti della Germania. Abbiamo creato molte più occasioni da gol. Abbiamo tenuto palla e l’abbiamo fatta girare. L’unica incognita erano i possibili calci di rigore. Ma dato che stavamo giocando meglio e che nei tempi supplementari eravamo più freschi e vogliosi di vincere, io ero ottimista di passare il turno pure in questa circostanza.
Le pagelle
Buffon 8. Saracinesca abbassata. Mai una sbavatura. Le grandi squadre – o meglio le squadre vincitrici di grandi manifestazioni - hanno sempre grandi portieri noi ne abbiamo uno eccezionale.
Zambrotta. 8,5. Il solito replicante superumano. Insuperabile in difesa, ha seminato il panico nelle sortite offensive. Una traversa per lui.
Grosso 9. Gol stupendo e di eccellente fattura. Ha un piede d’oro, nessuno crossa come lui. Il migliore in campo a mio modo di vedere.
Cannavaro 8,5. Questo è il voto massimo che può prendere un difensore che non faccia gol, ed è suo.
Materazzi 8. Attentissimo, perfino corretto. Sono più i falli che ha ricevuto che quelli fatti. Insieme a Cannavaro ha annullato il temuto Klose.
Pirlo 9. Inizio in soridina e poi come si dice è salito in cattedra. Ha distribuito palloni d’oro fino al 120esimo minuto. Meglio un asino vivo che un professore morto, si dice nel calcio: e se il professore vivo come Pirlo?
Gattuso 8,5. Corsa, corsa e corsa. Palloni, palloni e palloni recuperati. Lucidità. Cavalcava nel centrocampo che era uno spettacolo.
Camoranesi 7. Viene da più parti indicato come il peggiore dei nostri. Non sono d’accordo. Ha giocato bene finché ha avuto fiato. Il suo problema è che regge un solo tempo. Il nostro modulo con la sua presenza è quello giusto.
Perrotta 7. E’ il voto mimimo da assegnare in una semifinale vinta in casa degli alemanni in cerca di Lebenstraum ai nostri danni. Corre e fa paura ai tedeschi, il suo problema è la pochezza nel concludere.
Totti 7,5. Arretra a centrocampo lasciando isolato il povero toni, ma procurandoci la superiorità numerica nel settore critico del terreno di gioco. E’ il Totti visto fin qui al mondiale. Ordinato, buon suggeritore, intelligente distributore. Latitante in fase conclusiva.
Toni 7. Si è dannato l’anima per sostenere da solo il peso dell’attacco azzurro. Non ha concluso molto, ma ha fatto il massimo di ciò che era legittimamente lecito attendersi da uno che giocava contro due o anche tre avversari.
Gilardino 8. Sarà un caso, ma siamo tornati a dominare la partita, dopo una fase di stanca quando è entrato il fresco Gilardino. Splendida azione personale coronata da un palo. Assist vincente a Del Piero nel finale.
Iaquinta 7,5. Vivo e vivace. Ha costretto sulla difensiva il suo avversario diretto. Molte azioni in velocità sulla sua fascia di competenza.
Del Piero 8. Venti minuti per lasciare il suo sigillo su questa partita storica. Brillante, efficace. Protagonista di molte azioni d’attacco nel finale.
L’allenatore Lippi 9. Ha indovinato tutti i cambi. Ha dato personalità e carattere alla squadra. E’ meglio di Bearzot e di Pozzo, deve solo dimostrarlo con la conquista del titolo mondiale.
Ai crucchi sconfitti: Parassiten, Succhiasanguen e Papponen sarete voi. Vi faremo mangiare ancora un mucchio di pizze alla napoletanen!
venerdì 30 giugno 2006
Italia formato mondiale

Abbiamo battuto nitidamente l’Ucraina, sopravanzandola in ogni zona del campo e in ogni situazione tattica. Si è visto fin dall’inizio che musica avrebbe suonato la partita. Siamo entrati con lo spirito giusto nel clima agonistico, attenti e aggressivi, e chiunque capisse di calcio, quindi anche i giocatori dell'Est Europa sul terreno di gioco, si è reso conto che c’era una squadra più forte a cui la vittoria non poteva sfuggire.
Non ho palpitato come contro L’Australia. La mia gioia è stata inferiore proprio perché il premio non è stato tanto sofferto. L’Ucraina ha fatto qualche tiro nel secondo tempo, ma non ha mai avuto alcuna possibilità di eliminarci dal mondiale. Lo strepitoso gol di Zambrotta, che forse un portiere super come Buffon non avrebbe fatto passare, ci ha messo la partita in discesa.
Le note positive. Andiamo in semifinale senza soffrire e senza giocatori ammoniti per la seconda volta (temevo moltissimo per Zambrotta che mi sembra il nostro uomo più importante, più di Totti e di Toni, nel finale io lo avrei sostituito per sottrarlo al rischio di un’ammonizione fortuita). Abbiamo ritrovato un goleador come Toni, l’unico bomber con la presenza fisica necessaria per permettere il modulo a una sola punta che sembra quello più confacente alle nostre caratteristiche tecnico-tattiche. Segnali positivi pure da Totti, anche se è ben lontano dall’essere il campione dal piede assassino che tutti aspettiamo (non ha quasi mai tirato in porta e nel finale è ricaduto nella perniciosa tentazione del pallonetto-cucchiaieggiante). Sopra ogni cosa è tornato il gioco arioso e veloce che latitava dalla prima partita col Ghana.
Le note negative. Quasi nessuna tranne il protrarsi dell’involuzione tecnico-atletica di Pirlo.
Ora però si fa sul serio. Alla prossima partita dobbiamo affrontare lo spauracchio Germania, che io vedo favorita su di noi per il fattore campo (in un prossimo commento cercherò di spiegare in termini bio-etologici le ragioni dell’importanza di giocare in casa). Per adesso però è tempo di gioire. Siamo arrivati in semifinale e già questo è un notevole risultato. La prossima ce la giocheremo come sappiamo fare e, al di là dell'esito finale, posso già anticipare che gli alemanni non si divertiranno a giocare contro di noi, così come non si è mai divertito nessuno.
LE PAGELLE DEGLI AZZURRI
Buffon 7,5. E se vincessimo le partite perché noi abbiamo Super Gigi e gli altri no? Buffon avrebbe preso il tiro di Zambrotta; il portiere ucraino probabilmente avrebbe lasciato passare almeno due conclusioni dei suoi compagni nella ripresa.
Zambrotta 8. Il migliore dei nostri. Un ciclope. Non sembra neppure umano. Ha segnato, dato assist da gol, salvato un gol fatto sulla linea di porta. Se Harrison Ford gli facesse il test per svelare i replicanti, forse Zambrotta non lo supererebbe.
Cannavaro 7. Non sbaglia niente. Impeccabile. Una sicurezza. Il campione assoluto nell’anticipare gli attaccanti.
Barzagli 6,5. Ottimo per un quasi debuttante. Una sola svirgolata in area a causa di un fallo precedente che gli aveva lasciato il segno. Io lo farei giocare pure contro la Germania al posto di Materazzi, che ha la spiacevole abitudine di entrare fuori tempo e farsi espellere.
Grosso 6. Il peggiore della difesa, anche se ha svolto con diligenza il suo compito. Nel secondo tempo la sua fascia di competenza ha palesato qualche falla.
Pirlo 6. Sembra in involuzione tecnico atletica. Gamba lenta e lento pure il pensiero. Stavolta aveva l’aggravante di non essere marcato a uomo e di aver giocato una partita resa facile dal gol.
Gattuso 7. Un combattente. In crescita atletica. E’ giudicato dalla Fifa uomo del match ed è riuscito perfino a non beccarsi il secondo cartellino giallo.
Camoranesi 7. La sua presenza eleva il tasso tecnico della nostra squadra. Alcune incursioni e gran controllo di palla. Il modulo di gioco con la sua presenza sembra quello migliore.
Perrotta 6,5. Molto vivo, ottima corsa. Si propone continuamente. Spreca qualche situazione favorevole in attacco scivolando maldestro.
Totti 6,5. Tornato a suggerire con buona continuità. Non ha ancora liberato il tiro che fa male.
Toni 7,5. Due gol. Figliuol prodigo ritrovato, ci servirà moltissimo contro la Germania. Corre, contrasta e segna, cosa si vorrebbe di più da un calciatore?
Tutti i subentrati, Oddo, Barone e Zaccardo, sono non giudicabili perché entrati a partita decisa.
L’allenatore Lippi 8. Ha imbroccato la formazione e saputo concedere fiducia a Toni. Le sue polemiche con la stampa hanno alleggerito la tensione psicologica dei giocatori.
lunedì 26 giugno 2006
Ode a un eroe silenzioso
Mi dicevo, ripetendo la convinzione generale, che non c'era match. Fui sbalordito il giorno dopo alla notizia che Frazier aveva vinto l'incontro conservando il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. Però la notizia fu data in un modo forse poco obiettivo. Frazier, si diceva, aveva vinto ai “punti” come se questa fosse un’onta. Inoltre, si sottolineava, il povero Joe era andato in ospedale dopo l'incontro perché Clay gli aveva fratturato la mascella, qualcuno diceva “spaccato” per rimarcare l'evento.
Quasi nessuno a quanto ricordo aveva detto che anche Clay aveva dovuto ricorrere alle cure ospedaliere. Chi lo aveva fatto lasciava intendere più o meno che il “pugile ballerino” aveva passato il tempo a raccontare barzellette al medico di turno prima di tornarsene a casa danzando. Scarsissimo rilievo era stato dato al coraggio di Joe Frazier, che aveva combattuto per gran parte del match con la menomazione alla mascella. L’informazione sportiva e non era talmente di parte che io ragazzino e un mucchio di gente come me ci convincemmo che il vero vincitore dell’incontro “del secolo” fosse stato Clay, e che Frazier rimanesse campione del mondo solo per imbrogli politici o mafiosi.
Solo molto tempo dopo venni a sapere che quella notte il gancio sinistro di Frazier aveva fatto miracoli e che, se situazioni poco chiare - leggi combine - c’erano state, quelle riguardavano soprattutto l’incontro del futuro Mohamed Alì (Clay cambiò nome diventando musulmano) con George Foreman. La disinformazione continua ancor oggi. Facendo una ricerca con Google su quel match, ho trovato notizie soprattutto sulla vittoria di Clay del 30 ottobre 1974, evento sportivo di certo meno importante di quello del ‘71 che metteva in palio il titolo dei massimi.
Joe Frazier era un pugile semplice e leale alla Cinderella Man, senza grilli per la testa. Uno che aveva preso tanti pugni nella vita e che il pugilato aveva salvato dalla criminalità e dalla galera. Un uomo modesto e di buon senso senza messaggi da lanciare, a meno che questi non riguardassero il suo silenzioso coraggio. Se fosse stato irlandese, sarebbe stato un perfetto personaggio per un film di John Ford. Oggi penso che il mondo sarebbe un posto migliore se ci fossero stati tanti Joe Frazier e molti meno individui linguacciuti e esibizionisti alla Cassius Clay.
Questo post è stato letto e apprezzato da un allenatore di boxe di quelli veri (uno che ha guidato un pugile al titolo mondiale). Ne sono lieto come se fosse piaciuto a Nino Benvenuti o all'allenatore di Rocky nel primo film della saga cinematografica. Sono davvero contento.
venerdì 3 febbraio 2006
La più grande partita di tutti i tempi
L’anno, l’Ottantanove, il 5 aprile. Il posto, lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, in campo Real e Milan. L’ora, le nove di sera o poco prima.L’occasione: la più grande partita di tutti i tempi, quella che aspetti da vent’anni. Quella che vedrai una sola volta nella vita.
E’ fatta, è il giorno della verità. Lo stadio di Madrid è gremito in ogni ordine di posti. I tifosi spagnoli si preparano a fare festa ai danni dell’ultima vittima sacrificale italiana (qualcuno di loro pensa che le squadre italiane sono state create per questo, per farsi massacrare con poco onore nella bolgia del Bernabeu dopo aver cullato assurde speranze di passare il turno di Coppa dei Campioni). Le squadre sono in campo. Flash dei fotografi. Cori assordanti basati sulla ripetizione della parola “matar”. Tensione. Tensione anche nella voce del telecronista della Rai. Ci fosse Garibaldi in tribuna Vip, direbbe: “Qui si fa l’Italia (quella nuova del calcio) o si muore”.
Da una parte i temutissimi giustizieri del Real. Ecco nel cerchio del centrocampo la figura dell’”avvoltoio” Emilio Butragueño, che già fissa rapace la porta in cui fatalmente piazzerà qualcuna delle sue fulminee zampate da opportunista. Un po’ più in là stazionano il portiere Buyo e il gelido alemanno Bernd Shuster. Il 46 di piede attribuito al potente giocatore tedesco non è certo l’arma più pericolosa che il munitissimo arsenale del Real Madrid può schierare questa sera.
Non è finita. Ecco ancora, ripresa per un attimo a tutto schermo, la bruna sagoma del centravanti madridista Hugo Sanchez, il più grande giocatore messicano di tutti i tempi. Ah, Hugo, quanti dispiaceri ci hai dato! Per noi tifosi italiani sembri il becchino incaricato di sotterrare i nostri sogni di gloria. Hai assassinato l’Inter per ben due volte nella trappola mortale che chiamate stadio Santiago Bernabeu. Quante volte ti abbiamo visto fare i salti mortali con cui festeggi i gol! Le tue capriole sono uno spettacolo, degne di un acrobata da circo, ma noi qui in Italia non siamo mai riusciti ad apprezzarle quanto meritano. Anzi per molti di noi quello del tuo salto mortale in avanti è il momento di spegnere il televisore. Il momento di capire che tutto è perduto.
C’è il tempo di vedere in eurovisione l’ultimo dei protagonisti di questa serata, ma forse il primo. Ha un paio di grossi occhiali da sole che di recente inforca anche a mezzanotte nelle strade più buie di Milano e Fusignano. Sotto le lenti scure nasconde occhi che dardeggiano fuoco allo stato puro, li abbiamo visti qualche volta nelle interviste prima della partita e ci hanno impressionato. Quando fissa
la telecamera, consigliamo ai bambini di guardare altrove. E’ lui. Il Messia. Il pazzo. L’ayatollah del calcio. Colui che non conosce compromessi e diplomazia. L’uomo che si è messo in testa un’idea meravigliosa e anche assurda.No, non è Cesare Ragazzi, anche se avrebbe assoluto bisogno di un trapianto di capelli che gli vivacizzi il cranio pelato anzitempo. E’ Arrigo Sacchi. L’uomo rimasto bambino. Il nemico pubblico numero uno del gioco all’italiana. Il sognatore del gioco d’attacco da attuare nella patria del Catenaccio. Il Robespierre senza compressi che decapiterà e morirà decapitato.
Sacchi ha parlato molto negli ultimi tempi. Per alcuni dei suoi tantissimi detrattori (in questi primi quattro mesi del 1989 deve essere in assoluto il personaggio più odiato d’Italia, perfino più di Giulio Andreotti e Bettino Craxi messi insieme), ha parlato pure troppo. Ha detto, contro il parere di autorevoli critici sportivi alla Gianni Brera, che pure in Italia si può attuare il pressing, premessa indispensabile per il gioco d’attacco di cui lui è il primo fautore. Ha detto che il ruolo di “libero” per lui è morto e sepolto. Ha giurato che preferirebbe mille volte la morte a una delle classiche partite difensiviste del gioco all’italiana, con gli avversari che bivaccano nella tua area da rigore come Lanzichenecchi e tu difensore che quasi caschi in ginocchio chiedendo salva la vita. Ha detto che la difesa si deve attuare sulla linea di centrocampo e non nell’area di rigore (talvolta in quella piccola) in cui si rifugiano le tremebonde squadre del Belpaese. Infine ha annunciato, con una delle sue battute che tanto piacciono ai tifosi quanto fanno ingoiare litri di bile amara alla classe dei giornalisti quasi al completo, che se vede un suo giocatore correre indietro invece che in avanti entra in campo e gli spara un colpo alla nuca.
E’ vero, il Messia del Calcio ha parlato molto. Ora però, sotto gli occhiali da sole con cui nasconde la sua enorme tensione, anche lui deve temere di aver parlato troppo. Anche lui deve pensare che forse la sua carriera di allenatore è giunta al capolinea. Certo, è facile dire che per una squadra vera di calcio non fa differenza giocare in casa o fuori; ed è ancora più facile sostenere che quella squadra deve saper imporre il suo gioco sul suo campo e dovunque. Ma quell’affermazione non può essere vera quando vai a giocare nello stadio più difficile del mondo, contro la squadra più blasonata che esista. No, se Arrigo ha conservato un briciolo di raziocinio, anche lui starà riflettendo che la cosa migliore che gli può portare questa serata è una sconfitta di misura, ottenuta senza dover subire troppo la pressione dei padroni di casa… e forse pure questo è sperare troppo.
Basta, non c’è più tempo per pensare o avere paura. La partita ha inizio. Il fischio dell’arbitro risuona con una nota secca, che sa di campana a morte.

