Visualizzazione post con etichetta Ho sognato di essere un eroe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ho sognato di essere un eroe. Mostra tutti i post

martedì 19 giugno 2012

Intervistato da Peter Pan

- Ciao, sei davvero Peter Pan? Posso toccarti le orecchie a punta?

- Certo, tocca pure sono vere, e sono anche più appuntite di quelle del signor Spock.

- Per favore non metterti a svolazzare fuori dalla finestra. Ti ringrazio per avere accettato di vedermi, per me è un onore. Dunque io e i miei lettori vorremmo sapere che cosa ti ha portato a essere quello che sei.

- Non risponderò a nessuna noiosa intervista, però forse ne farò una a te.

- Che dici, Peter? Io non sono nessuno mentre tu sei un icona della…

- Ssssss. Allora comincio con le domande. Qual è il segreto della vita? Che cosa rende la vita degna di essere vissuta?

venerdì 15 gennaio 2010

Supereroe senza superpoteri

Ho perso i miei superpoteri. Prima potevo arrampicarmi sui grattacieli e viaggiare nel vuoto come un novello Tarzan. Potevo fare piroette a centinaia di metri dal suolo, certo che non mi sarei mai sfracellato sul vile asfalto, certo che pure in caso di imprevisti ci sarebbe stata un’asta di bandiera, un cornicione, un cartellone pubblicitario a cui mi sarei aggrappato magistralmente, e col sorriso sulle labbra. Potevo combattere i cattivi, quelli pericolosi e cattivi davvero, perché ero forte come dieci uomini o più, rapido a muovermi e ancora di più a pensare. Senza paura, senza incertezze sul bene e sul male. Senza quegli assurdi dubbi esistenziali che affliggono le persone normali e un po’ banali come voi. Avevo pure la mia brava identità segreta, ero un essere speciale. Ero un supereroe, prima che perdessi i poteri che mi hanno reso tale.

martedì 29 settembre 2009

Tamburi lontani



Tamburi lontani. Tamburi selvaggi. Tum tum tum. Suoni di terre incontaminate. Suoni di giungla. Giungla e avventura. Giungla e mistero. Giungla e pericolo, e sangue che scorre giovane nelle vene. Le miniere di re Salomone. Liane, vegetazione rigogliosa. Leopardi e pantere acquattati nell'ombra. Africa. Africa del mistero. Africa dell'avventura. Africa e savana. Distese d'erba cotta dal sole, mandrie di gnu e zebre. Laggiù un'acacia isolata, baluardo dell'ultimo ruscello in secca. Attenti alle iene e alle cariche dei bufali. Occhio ai leoni. Leoni con grandi criniere ruggiscono nelle calde distese assopite. Ci hanno fiutato, scappiamo. Fuggiamo prima di morire. L'unica è arrampicarsi sull'acacia sperando che non ospiti un leopardo. No, scappare è da vigliacchi. Guarda lì, c'è una donna in pericolo. E' caduta in un fiume infestato da coccodrilli giganteschi e famelici. Tum tum tum.

mercoledì 25 marzo 2009

I diari delle motocicliste



Celia. - Prepara la valigia, ragazza, lasciamo tutto e si va all'avventura.
Cleide. - Come all'avventura? Che accidenti ti sei messa in testa? Non sarà che ti sei rimbecillita con tutto quel karaoke? Hai fatto incazzare qualche vicino? Te l'ho sempre detto di non metterti a gridare le canzoni di Giusy Ferreri la domenica nell'orario della siesta.
Celia. - Nessun rimbecillimento, non ho mai visto niente con più chiarezza. Ho avuto come una rivelazione. Basta con questa vita da cani, si parte per quel viaggio in Sudamerica che volevamo fare.
Cleide. – Parli del viaggio in Sudamerica a cui accennai tre anni fa per scherzo? Tu sei picchiata in testa. Non possiamo partire, chi li sente il Capitano e tuo marito? E il lavoro? E poi cosa ci facciamo in Sudamerica?
- Gli uomini si arrangeranno per una volta. E per quanto riguarda il mio lavoro, il vero lavoro è raggiungere ogni mattina la mia scuola in mezzo alle pampas campidanesi ed evitare di farti sbranare dal preside o dai genitori degli studenti. Ci staremo una bellezza tra Patagonia e Ande, credimi. E poi lo sanno tutti che lì ad Alghero parlate spagnolo alla perfezione, non avremo nessun problema.

lunedì 23 marzo 2009

Turbini e tempeste io cavalcherò



Raffiche di vento maligno cercano di strapparmi dal timone della nave a cui sono saldamente ancorato. Scrosci di acqua gelida mi tempestano il viso dall'alto, rinforzati dalla violenza delle onde mugghianti che mi si avventano addosso dopo aver scavalcato con facilità le murate della nave. Il mondo intorno a me è buio come l'inferno. O meglio lo sarebbe se non fosse di percorso di continuo dalla luce spettrale dei lampi, che mostrano uno scenario da tregenda contro cui è vano opporsi. Ecco un rimbombo spaventoso che per un attimo sembra annichilire persino la furia del mare. Ecco un nuovo bagliore demoniaco che viene a strapparti dall'anima l'ultima scintilla di fiducia sopravvissuta alla tragedia incombente. Ecco un pezzo di pennone che rovina sul ponte della nave strappato dalla violenza della burrasca, abbattendo uomini e cose. Attraverso gli occhi sferzati dalla pioggia tambureggiante, individuo i marinai scalzi e impauriti che si aggrappano a ripari alla buona imprecando contro il cielo e allo stesso tempo invocando la sua clemenza. Mi reggo al timone con ogni brandello di energia. Se lasciassi la presa per un solo istante, la frenesia del mare non mi lascerebbe scampo. Cerco di rinfrancare l'equipaggio, anche se sono il primo a pensare che nessun essere dotato di raziocinio potrebbe conservare l'ottimismo in questi frangenti disperati. Ecco una nuova serie di folgori che si inabissano ai lati del veliero come scherzando con la nave e i suoi attoniti passeggeri prima dell'attacco finale, che ormai non può tardare. Le tenebre si diradano per mostrare montagne d'acqua che corrono da levante a ponente rovesciandosi le une sulle altre con clamori disumani. Ormai il mare è salito tanto verso il cielo che è impossibile capire dove finisca l'uno e dove cominci l'altro. Una cupa massa liquida simile all'artiglio di un nume adirato spazza il ponte della nave, ghermendo un marinaio imprudente e soffocando il suo grido di morte tra i flutti densi come bitume. Nessuno pensa di portare soccorso al malcapitato perché è chiaro che chiunque perda contatto con l'imbarcazione è un uomo morto.

martedì 25 novembre 2008

L’ultimo uomo sulla terra

Io e mio nipote ci siamo fatti delle gran chiacchierate, specie quando lui era più piccolo. Le nostre chiacchierate non sembrano mai fatte tra zio e nipote, ma tra due compagnoni quasi coetanei. Il mio giovane parente ha sempre avuto il pallino di mettermi in una situazione delicata o per meglio dire inquietante e di farmi spiegare come avrei reagito. Per esempio mi chiedeva se sarei stato capace di fare una rapina in banca o di sopravvivere in un carcere americano da film, di quelli alla Alcatraz; oppure se mi ritenevo in grado di tirare avanti in un campo di concentramento o di svolgere l'attività di killer professionista. Mio nipote non si accontentava mai di risposte generiche, ma voleva sapere i particolari: dove mi sarei procurato l'arma per la rapina in banca e i complici come li avrei scelti e che tipo di piano avrei seguito e come avrei fatto, nel carcere americano, a non farmi sgozzare o a farmi fare peggio. Mi faceva decine di domande e solo in parte cercava risposte, piuttosto desiderava che io mi immergessi totalmente nello scenario da lui suggerito.

Una delle sue domande preferite era: - Quanto riusciresti a sopravvivere se tu fossi l'unico sopravvissuto al mondo, dopo una catastrofe nucleare o un'epidemia?

venerdì 9 maggio 2008

Come sconfissi la dragolavatrice

Io e la mia lavatrice ballerina ci guardavamo come Wild Bill Hicock e Jesse James per le strade di Abilene accarezzando le nostre sputafuoco. Sapevamo che un giorno sarebbe venuta la resa dei conti e che quel giorno solo uno di noi avrebbe ballato e zompato nella mia cucina. Tuttavia ci temevamo, io e la mia dragolavatrice. Il giorno in cui ci saremmo sfidati sarebbe stato un giorno di lacrime e sangue, di bestemmie e dolori. Ieri è giunto il giorno della verità. E' stato uno scontro senza esclusione di colpi, che ho affrontato con eroismo indefesso. Io e la macchina assassina abbiamo tentato di ucciderci a vicenda. Ma poi uno solo è sopravvissuto ed è qui per raccontarvi quell'impresa epica. Solo il Capitano è scampato all'OK Corral tenutosi a casa sua, sia pure a prezzo di durissime batoste, tali a da fargli temere a un tratto che la dragolavatrice sputatuoni avrebbe prevalso.

Ho una lavatrice che balla per la cucina. Non è un caso raro, molte lavatrici fanno le bizze quando arriva la centrifuga. La mia ballava così forte che col tempo ha sfondato le mattonelle. Il peggio era però il rumore impossibile, il ruggito mostruoso sprigionato quando iniziava la centrifuga.

martedì 22 aprile 2008

Lo scudiero che vinse la guerra


Devo muovermi, ho voglia di precipitarmi sul re nero che vedo in fondo alla scacchiera. Ma come può, un semplice pedone come me sperare di minacciare il più importante pezzo degli scacchi e magari sperare di vincere la partita in cui è impegnato?

Se lascio la rassicurante seconda traversa, dove posso contare su un'adeguata protezione da parte dei miei potenti compagni di gioco, diventerò facile preda degli scalpitanti cavalli avversari, bramosi di avventarsi su qualche temerario lacché da gioco. Senza contare con quale facilità potrebbero spazzarmi via le torri nere quando getteranno nella mischia il peso della loro potenza congiunta. Eppure devo avanzare sulla scacchiera, è un desiderio impellente, persino vitale. Per qualche assurdo motivo penso che pure un insignificante pedone come me avrà il suo momento di gloria in questa partita, ma è certo che l'ansia della battaglia mi gioca brutti scherzi. I pedoni non vincono le partite, possono essere solo sacrificati per acquisire vantaggi tattici. Siamo carne da cannone, siamo quelli delle disperate cariche con la baionetta, la feccia del nostro schieramento.

Sono nervoso, ma rassicurato dalla vicinanza della mia regina e dalla scorta di tutto rispetto offerta dai i due splendidi cavalli bianchi davanti a me. Voltandomi, tuttavia, mi accorgo che la regina e l'alfiere neri non hanno finito di portare la distruzione nell'accampamento dei miei colori e paiono bramosi di altre vittime da catturare.

***

La terribile regina avversaria si è incuneata in profondità nelle disastrate linee difensive dei colori bianchi. Dio mio, la crudele assassina ha appena annientato una torre nell'angolo sinistro del mio accampamento. Il grido di morte della torre attraversa il campo di battaglia facendo rabbrividire tutti i pezzi della scacchiera a prescindere dal loro colore. Non posso fare niente per portare aiuto alla torre agonizzante, posso solo tremare nella mia casella e pregare di non imitarne la fine. La partita o meglio la battaglia è persa, solo un pazzo potrebbe credere il contrario. Il mio schieramento, già parecchio a mal partito per la perdita di una torre e di un alfiere, e con la torre superstite sul punto di essere catturata, è obbligato a muovere il re, messo sotto scacco nella prima traversa dalla cupa e sanguinaria regina avversaria. Il re bianco si avventura nella seconda traversa, entrando in un territorio minaccioso in cui pare alla mercé di qualunque pezzo nero.

Ormai l'unica soluzione è arrendersi e implorare la clemenza avversaria, il che è pura illusione a giudicare dalla sete di sangue della regina nera. Tuttavia uno dei due cavalli che mi spalleggiano al centro della scacchiera non si dà per vinto. "Ecco, tocca a te", mi dice solenne, "diventa anche tu immortale come questa partita".

Di certo non ho capito bene o forse il mio compagno di gioco ha perso il senno a causa dei massacri indiscriminati di cui è testimone. "Io diventare immortale? Sei impazzito? Ciò che posso fare è sacrificarmi per farti guadagnare una o al massimo due mosse."

"Dice sul serio", conferma il secondo cavallo bianco dimostrando che la follia si è diffusa a tutti i pezzi equini. "Su, spostati da quella casella. Possiamo ancora vincere questa partita."

"E io a che vi servo? Sono solo un pedone senza importanza. Non valgo niente, non sono niente."

"Sciocco, sei il pedone che vincerà questa partita e la renderà immortale. Forza, vai in e5."

Faccio appello al mio coraggio e muovo un passo in avanti.

Questa scena è ispirata a una partita reale ricordata a distanza di secoli, caratterizzata dal sacrificio di molti pezzi per giungere a una vittoria fulminante e inattesa. Chissà se qualcuno è in grado di individuare la partita a cui mi riferisco, qualche piccola indicazione l'ho data.

venerdì 4 aprile 2008

Come è bella l'avventura


Immagina un mondo. Nuovo e sconcertante. Diverso da quello a cui sei abituato. Davanti a te pianure a perdita d'occhio si alternano a foreste popolate dagli alberi più esotici e strani. Attento a dove metti i piedi se non vuoi finire nelle sabbie mobili! E hai visto che animali strani ci sono in questo nuovo mondo? Bestie ombrose fornite di corazze e corni, pachidermi pelosi, scimmie enormi dalle fattezze umane e dall'umana malvagità capaci di stritolarti in un abbraccio mortale. Qui è tutto diverso, anche il colore del cielo ha tinte vermiglie inusitate dalle tue parti. Non ti distrarre. I fiumi sono infestati da alligatori enormi che non chiedono altro che fare un pasto ai tuoi danni. E non scordarti di quei mostri che ruggiscono nella notte. Però non puoi esitare. Devi assolutamente scoprire cosa c'è oltre l'orizzonte. In ogni modo non vuoi andare da nessun'altra parte perché qui sei felice. Questo nuovo mondo è pieno di pericoli, ma promette avventure ed emozioni a non finire. Qui è tutto diverso. Non ci sono uomini, almeno non ne vedi, ma sai che da qualche parte devono essercene. Vedi un albero e non appartiene a nessuno, forse è tuo, vedi una roccia e sai che non appartiene a nessuno, forse è tua pure quella, guadi un fiume e sei certo che quelle acque non hanno padroni. Niente di questo sconcertante mondo ha un padrone. Ti fermi un attimo su un tornante di un sentiero di montagna e osservi l'inviolato paesaggio sotto i tuoi occhi. In questo mondo nuovo, ti dici, forse è tua ogni cosa che vedi. O forse sei tu che appartieni a questo mondo. Sei in un universo in cui niente ti è precluso.

***

Sono sempre stato attirato dalle esplorazioni geografiche. Ci sono nomi e luoghi che hanno sollecitato la mia fantasia da che ricordo. Le Sorgenti del Nilo, il Passaggio a Nord-Ovest, i misteri dell'Amazzonia, la traversata dell'America dal Mississippi alle Montagne Rocciose.

Ricordo che una volta comprai un libro sulle esplorazioni. Era una selezione del Rider's Digest in formato enciclopedia con tante splendide illustrazioni. E con straordinarie cartine geografiche mostranti il percorso degli antichi esploratori. A ogni pagina trovavi nomi avvolti nel mito. Livingstone e Stanley, Magellano e Verrazzano, Baker, Boungaville, Cook, MacKenzie che scoprì il fiume canadese omonimo, Lewis e Clark, Hudson che morì di fame e freddo abbandonato dai suoi marinai nella baia che porta il suo nome. Il libro era corredato di immagini indimenticabili, paesaggi esotici, dipinti d'epoca che mostravano uomini ardimentosi pagaiare in canoe minacciate da rapide e scogli, da indigeni ostili, predatori voraci e da quasi ogni altro pericolo di questa terra. Ricordo che una di quelle figure rappresentava un accurato spaccato della Golden Hind, la nave con cui Francis Drake mise a ferro e fuoco i possedimenti spagnoli del nuovo mondo.

Il libro iniziava dai viaggi del cartaginese Annone lungo le cose africane occidentali e finiva alle esplorazioni nello spazio, ma ciò che mi attirava soprattutto erano i viaggi via terra nell'Africa Misteriosa alla ricerca delle sorgenti del Nilo o le ardimentose spedizioni nel selvaggio Nordamerica per raggiungere il Pacifico via terra. E poi c'erano gli straordinari vichinghi di Erik il Rosso, uomini d'acciaio che affrontavano in gusci di noce oceani tempestosi e freddi che secoli dopo avrebbero annientato mostri del mare come il Titanic; Mi contrariava parecchio il fatto che quegli eroi fossero giunti in America secoli prima di Colombo senza che nessuno avesse mai celebrato la loro impresa come meritava. Ricordo che lessi tutto il libro aspettando con trepidazione il punto in cui il giornalista-esploratore Stanley si sarebbe rivolto a un suo famoso collega avventuriero, nel cuore di un'Africa inesplorata e pericolosa, con le celebri parole. "Mister Livingstone, I suppose".

Ho ancora quel volume eccezionale e lo sto sfogliando mentre scrivo questo post. Sarà un caso, ma sorrido come tanti anni fa osservando il dipinto di un enorme elefante che barrisce minaccioso verso un battello a vapore sul fiume Zambesi. Un sorriso analogo mi strappa l'immagine di Lewis e Clark, inghiottiti da una tormenta di neve insieme all'indiano Scioscione che faceva loro da guida sulle Montagne Rocciose. La voglia di fermarsi e arrendersi è evidente, ma poco più su di quella montagna maledetta magari sarebbe apparso l'agognato spartiacque che li avrebbe condotti al Pacifico. Bisogna continuare.

venerdì 22 febbraio 2008

Un eroe in cerca di autore


Sono un eroe. Uno di quelli veri, di quelli di una volta. Rischio la mia vita per voi se mi pare giusto. Credo in molte cose che fanno rima con libertà. Mi indigno quando mi devo indignare e piango per gli ultimi, i disperati, i calpestati. Non pensiate di trovarvi di fronte a un noioso moralista da antico regime. So ridere e giocare, posso essere il più allegro compagnone da osteria, so pure alzare il gomito quando c'è da spassarsela. Cosa voglio? Voglio quello che vogliono tutti. Vivere. Fatemi vivere, signori sceneggiatori e scrittori. Mettetemi in un film o in un romanzo. Fatemi saltare da un grattacielo aggrappato a una corda per salvare un bambino. Fatemi strappare la mia amata alla morte dopo una sparatoria all'ultimo sangue con una banda di gangster o pistoleri. Fatemi amare una donna. Perché so come si fa. E so esserle fedele. Per tutta la vita, se necessario.

Sono pronto ad aspettare il treno di mezzogiorno per affrontare i cattivi che vengono a uccidermi, anche da solo, anche soltanto per una questione di onore... Onore, merce di altri tempi. Datemi una parte. Mettetemi a mollo nell'Atlantico dove affonda il Titanic, speditemi a Casablanca a cantare la Marsigliese ai nazisti e a farla suonare ancora a Sam. Fatemi fare qualcosa, signori sceneggiatori e scrittori. Lo so, sono tempi difficili per gli eroi. Nessuno li vuole. La gente si mette a ridere quando vede uno così stupido da rischiare la vita per un mondo ammattito dominato da pedofili, mafiosi, multinazionali, fanatismi di ogni specie. Affrontare la morte per gli altri? Che assurdità, dice la gente. Gli eroi sono buoni solo per finire su You Tube, dove fanno sghignazzare gli scostumati ragazzini d'oggi anche più delle videocarognate del bullismo giovanile.

Però io posso cambiare. Voi potete cambiarmi. Mettetemi pure qualche vizio per rendermi più simpatico. O come si dice oggi per rendermi più moderno. Ad esempio procuratemi problemi con la droga, fatemi bere forte o fare il guardone, fatemi avere gli incubi di notte. Fatemi persino divorziare da Mary Jane come accade a Spider-man o morire, almeno all'apparenza, come Capitan America, toglietemi ogni soldo dalle tasche, datemi un figlio con una malattia rara o una comunissima frustrazione, fatemi corrompere dal denaro o tradire la mia donna. Ma non calcate troppo la mano. Lo so che la tendenza della moderna fiction - Dio mio, che orrenda parola - è di capire il Cattivo, di scusarlo, vezzeggiarlo persino a causa del triste destino che lo ha reso così arido nei sentimenti. E' dagli sciagurati anni Settanta che si cerca di svilire gli eroi per renderli, così si dice, più umani. Ma lasciate sempre che ci sia una differenza tra me i cattivi della storia. Non fate che le complessità psicologiche siano così cavillose che alla fine del romanzo o del film non si sa per chi tenere. Non rendetemi mai come quell'ubriacone di Sean Penn. Ci sono i buoni e i cattivi. E' sempre stato così dal'inizio del mondo. E' come se ci fosse una invisibile linea di demarcazione. Io sono dalla parte dei giusti. Di quelli che sfidano la morte. Sono uno dei Trecento, sono Ettore che va alla morte, Robin Hood e Salvo D'Acquisto. Forse sono un rottame di un mondo che non esiste più. Però sono fatto così e non voglio cambiare.

Se vi serve un eroe, uno di quelli di una volta, signori sceneggiatori e scrittori, io sono qui. Fatemi vivere in una storia sulla carta o sul grande schermo. Non ho paura, io. Forse la paura l'avete voi. Forse è tutto questo mondo impazzito che ha paura degli eroi come me.

mercoledì 6 febbraio 2008

Volo sull'invidia della gente


Volo, non ci credo nemmeno io, ma sto volando, senza veicoli o motori, volo a braccia tese sopra il mondo come un uccello. Posso andare in alto e picchiare in basso, posso deviare di qui e di là con un semplice spostamento delle braccia o delle gambe. E' incredibile la sensazione di libertà che provo librandomi nell'aria. Rido e rido, e canto come un ubriaco. Non ci sono uomini quassù o di sicuro mi prenderebbero per pazzo. Naturalmente si chiederebbero pure se siano più pazzi loro a vedere un tizio che vola come se fosse un supereroe dei fumetti.

All'inizio ho avuto paura, non sapevo come controllare la direzione del mio spostamento in aria, perdevo quota, ero spaventato, ho evitato per un pelo di schiantarmi contro un grattacielo che mi si è parato all'improvviso davanti. Poi ho capito come controllare questa mia straordinaria capacità. Ho imparato a volare, a virare, persino a fare capriole come un novello Peter Pan. Magari più tardi cercherò anch'io una seconda stella a destra.

Ho giocato per un po' a sorvolare i paesaggi metropolitani, ma poi mi sono spostato fuori dalla città, dove il mondo è più libero e dove sono più libero io. Sotto di me scorrono le cime delle foreste di abeti rossi e pini montani. Ecco laggiù lo sciabordio delle acque di un lago da cartolina, ecco distese e distese d'erba che sorvolo sentendomi parte del mondo come mai mi è successo finora. E' fresco quassù, ma non fa freddo, il vento d'alta quota ti porta odori fragranti che certo nessun essere umano ha mai sentito prima. Posso fare tutto. Cabrare a folle velocità verso il mondo là sotto e poi virare verso l'alto come nessun aereo potrebbe mai fare, e posso sforacchiare le nuvole, tuffarmi nei nembi o accodarmi a uno stormo di oche migratrici.

Sotto di me c'è un piccolo aereo da turismo. Procede a velocità limitata. Picchio in basso e mi metto in rotta di collisione con il barbaro invasore del cielo. Procedo senza paura verso il muso dell'aereo. Ecco che vedo il pilota in viso. E' spaventato. Ha la faccia di un piccolo imprenditore della pasta con l'hobby del brivido in cielo. Ora glielo do io un bel brivido! Viro all'ultimo momento quando il pilota ha già chiuso gli occhi per prepararsi all'impatto. Ci sarà da ridere quando racconterà in giro dell'uomo volante che stava per schiantarsi sul suo velivolo. Ma forse il reuccio dei tortellini e della pasta all'uovo è abbastanza intelligente da tenere la bocca chiusa e sembrare sano di mente. Sotto di me pianure senza fine, praterie placide e orizzonti lontani. Dio mio, che profumo di libertà c'è quassù!

Un momento, che succede? Mi sento di colpo impacciato. Ho come le vertigini, c'è qualcosa che non va, mi prende la nausea. Non riesco più a controllare la direzione del volo. E c'è di peggio. Perdo quota come una mongolfiera bucata. Cerco di concentrarmi per riprendere la mia gioiosa traversata del cielo. Niente. Più mi agito e più in fretta precipito. Annaspo nell'aria come se volessi aggrapparmi al cielo che mi rigetta. Più ho paura e peggio caracollo nel vuoto. Muovo le gambe, smanaccio le braccia, provo persino a darmi slancio con la schiena verso l'alto. Tutto inutile. Precipito come un novello Icaro. Non riesco a capire quale sia stato il mio peccato di superbia, forse quello di essere stato felice come nessuna formica umana è mai stata. Ormai sono un corpo morto. Vedo avvicinarsi a tutta velocità il suolo. C'è una larga autostrada a quattro corsie più in là, ma io mi andrò a sfracellare su un suolo desertico che ospita cactus e cani della prateria. Vorrei gridare, magari sentirò meno dolore nell'impatto imminente, ma all'ultimo faccio un tentativo disperato, mi do lo slancio con la schiena e inverto la direzione di caduta. Non precipito più. Risalgo verso il cielo e la felicità. Sono vivo. E sono felice.

E volo, volo, volo libero, volo libero, libero. Libero.

venerdì 10 novembre 2006

Balla con me balla balla


Ecco, mia cara, sei pronta? Prima di tutto dobbiamo scegliere la musica. La musica è importante. Su questo punto comunque non transigo. Ho già pronto il disco con i successi di Sinatra. Sei d’accordo con me? Ma bene. Allora penso che apprezzerai pure il brano che ho scelto per noi. Non può essere che “My way”, è scontato.
Brava, mi piace il tuo vestito. Lungo, elegante. Come è morbido al tatto! Anche quella scollatura ti dona molto. Scusa, ma come facevi a sapere che preferivo vederti in nero? Stai d’incanto, sei molto classica come piace a me. Anche i capelli tenuti su vanno bene. Sei bella, non devo ricordartelo, e che buon profumo hai! Se tiro su con il naso mi sento venire le vertigini, no, non è il profumo, sei tu che mi fai vacillare. Sei tu, mia cara.
Ecco, Frank è partito sullo stereo. Allora, cosa devo fare? Sì, questo me lo ricordo. Ti passo una mano dietro la schiena così, poi ti tengo l’altra mano. Come vado? Lo so, sono un po’ teso, ma chi non lo sarebbe tenendo tra le braccia una donna piacente come te e specchiandosi in quegli occhi chiari come faccio io? Ora cominciamo ad ondeggiare, culliamoci al ritmo della Voce per antonomasia della musica leggera.
Dio mio, come mi piace ballare con te, non riesco a credere che stia accadendo davvero, peccato non poter scattare una fotografia per avere un ricordo di questo momento unico. Aspetta, voglio sentirti più vicina. Ti spiace se ti stringo un pochino di più? Lasciamo che i nostri corpi si si cerchino e si tocchino. Sì, stai davvero bene tra le mie braccia. Questo è ciò che volevo, non ho bisogno d'altro, vorrei che il tempo si fermasse ora. Vorrei solo registrare e fissare per sempre questo ballo straordinario come nell’Invenzione di Morel, ed essere felice per sempre come dovrebbe accadere nel romanzo di Bioy Casares. Cioè, no, mi accorgo che manca ancora qualcosa per rendere perfetto questo momento. Ti spiacerebbe molto abbandonare la testa sulla mia spalla? Sì, così, poggiami una guancia sul petto come stai facendo. Brava, abbandonati a me con quell’aria romantica e fatti cullare dalla musica. Come sei leggera tra le mie braccia! Dai l’impressione che potrei sollevarti come una piuma, e vorrei farlo, lo sai che vorrei farlo.
Ora purtroppo la canzone sta per finire e con essa pure questo ballo. Tra poco arriveranno le fatidiche parole “And did it my way!”. C’è solo il tempo di darti un bacio mentre continuiamo a ballare, C’è solo il tempo di assaporare il miele delle tue labbra, mentre ti stringo e ti sento mia, e di farlo “alla mia maniera” come Sinatra.

Chi ha detto che non so ballare? Chi ha detto che non ballo mai? Tutte calunnie sparse da gente invidiosa che può solo sognare ciò che ho fatto ora. Forza, ragazze, fatevi sotto. Shall we dance? :-)

sabato 4 novembre 2006

Eroe per sette minuti e mezzo


Diciamo che parte una colonna sonora, una musica che ti fa ribollire il sangue e ti rende desideroso di affrontare stuoli di nemici per difendere la donna del tuo cuore. Diciamo che la musica appena partita è uno dei più trascinanti motivi mai succedutisi sullo schermo, una specie di ballata di sapore irlandese, ottenuta con violini e percussioni degne di una danza della pioggia Sioux. Diciamo che ti trovi in un accampamento urone e che gli indiani lì riuniti vogliono bruciare viva la donna che ami, ossia Cora, ossia la splendida Madeleine Stowe al suo meglio. Diciamo che con un sotterfugio riesci a far scampare questa leggiadra creatura alla morte, ma che qualcun altro deve morire al suo posto, un maggiore inglese distintosi, prima di questo gesto impavido, solo per grettezza intellettuale e conformismo sciovinistico.
Ora però abbiamo un problema grosso come una casa. La musica trascinante continua a echeggiare, i violini della colonna sonora ti parlano, ti blandiscono, ti esaltano. Non si può rimanere con le mani in mano mentre si ascolta una simile musica, devi fare qualcosa di eroico. Però sei fortunato. Magua, il vendicativo e sanguinario indiano autore di imprese scellerate, si è da poco allontanato dal villaggio urone con Alice, la sorella della tua amata. Non c’è nemmeno da pensare cosa fare, con una musica così. Prima di tutto spari al coraggioso maggiore inglese offertosi come vittima sacrificale, per risparmiargli l’agonia al palo della tortura. Quindi inizia la tua corsa, che ti fa arrampicare per sentieri scoscesi in mezzo a boschi cupi e purissimi. Accanto a te Cora, davanti tuo fratello acquisito Uncas e tuo padre adottivo Chingachgook

Certo, devi fare l’eroe, però seguendo la musica. La musica in questa storia è tutto, specie in questi straordinari sette minuti e mezzo. La colonna sonora ordina e tu obbedisci. Violini e percussioni ti dicono cosa fare e tu lo fai. Dopo due minuti la musica cambia, tornando al tema principale del film, meno tambureggiante, più epico. Hai il tempo di guardarti intorno per ammirare la bellezza dei paesaggi. Guardi le valli e i dirupi, l’acqua tersa di un ruscello e le scarpate che ti tolgono il fiato, il verde unico degli alberi e il cielo del Grande Nord. Tuttavia ecco il rientro in grande stile della ballata pseudoirlandese: bisogna riprendere l’inseguimento del gruppo urone. Uncas uccide alcuni indiani e affronta il vendicativo capo urone (Magua vuole uccidere Alice e Cora per vendicarsi del loro padre, il colonnello inglese Munro). Magua comunque è un brutto cliente. Anche la colonna sonora sembra capirlo, poiché si fa funerea, rallenta per tutto il tempo necessario a Magua per uccidere Uncas e ad Alice per gettarsi disperata da un dirupo. Ancora qualche secondo di ritmi bassi per valorizzare la natura grandiosa in cui si svolge questa scena e per percepire il muto dolore di Chingachgook e Cora. Poi ecco i violini riprendere a martellare. Sono passati ben sei minuti, dall’inizio della musica che guida i tuoi slanci ardimentosi. Ne resta solo uno e mezzo per compiere l’atto eroico reclamato dalla situazione. Novanta secondi sono pochi, ma possono bastare per farti correre, con ampie falcate e totale sprezzo del pericolo, imbracciando due fucili i cui colpi freddano altrettanti uroni. Con un fucile sottratto a un indiano, tieni sotto mira i rimanenti accoliti di Magua, mentre Chingachgook affronta l’assassino del figlio nel duello finale e lo uccide. E’ finita. Magua ha esalato l’ultimo respiro in primo piano. La musica trascinante si è spenta.
Però c’è una coda, per te spettatore ed eroe per oltre sette minuti. Ancora per qualche secondo percepisci al tuo fianco una donna affascinante come Cora. Ancora per qualche secondo sei parte dei più splendidi paesaggi creati su questa terra. Ancora per qualche secondo sei felice.

Oggi pomeriggio mi preparavo il caffè quando il televisore ha intonato una melodia che non manca di farmi vibrare l’anima. Per l’ennesima volta ho ripreso il dvd dell’Ultimo dei Mohicani e mi sono rivisto i famigerati sette minuti e mezzo che mi fanno battere il cuore.

domenica 23 aprile 2006

L'ultimo legionario

Sono morto? No, non ancora, ma ci manca poco. Anche se è ormai notte, quasi vedo il mio petto squarciato da un colpo di daga numidica. E’ un colpo mortale, il veterano cartaginese che me l’ha vibrato sapeva il fatto suo. Probabilmente era uno dei fedelissimi di Annibale già dalle vittorie del Ticino e del Trebbia; forse è uno che ha riso alla disfatta romana sul lago Trasimeno, quando il diavolo cartaginese ha annientato l’intero esercito del console Flaminio. La più totale disfatta romana di tutti i tempi. Almeno fino a oggi qui a Canne. Oggi la vergogna dell’Urbe ha toccato il suo punto più alto.

martedì 18 aprile 2006

Voglia di avventura

“Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall’inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va”.
Se qualcuno ricorda un incipit più efficace e suggestivo di questo (si parla di letteratura in generale e non solo di fantascienza) questo è il momento di parlare.

Lessi Il giorno dei trifidi di John Wyndham al tempo del liceo, in un Oscar Mondadori con prefazione di Fruttero & Lucentini. Fui fulminato fin dall’inizio. Provavo quasi un dolore fisico per non poter scorrere le righe più in fretta e ricordo che dovevo faticare per reprimere l’impulso di girare le pagine per vedere come andasse a finire una certa situazione non ancora letta. Il romanzo che lessi apparteneva a un mio compagno di scuola e, per non restituire il prestito, rammento che inventavo continue scuse. Infine quello desistette dai tentativi di rimpossessarsi della sua proprietà, lasciando l’agognato volumetto nelle mie mani (lo risarcii della perdita con un romanzo della trilogia galattica di Asimov).

Breve nota. I miei gusti in fatto di fantascienza si dividevano e si dividono equamente tra due filoni. Quello delle grandi invasioni aliene: organismi di altri mondi, sempre animati da voglia di genocidio o sopraffazione distruttiva, cercano di assumere il controllo del mondo sterminandone gli abitanti. E quello avventuroso-catastrofico, molto in voga qualche decennio fa, tempo di guerra nucleare vista come possibile e forse probabile: l’incuria o la sete di potere degli uomini generano un cataclisma che distrugge gran parte della civiltà e tu (tu lettore che ti identifichi nel protagonista) devi sopravvivere in mezzo a difficoltà di ogni tipo. Il giorno dei trifidi appartiene al secondo filone fantascientifico. Ecco in breve l’inaudito inizio.

Ti svegli una mattina in ospedale. Tutto ti sembra strano. Gli orologi hanno battuto le sette e poi le otto, ma non senti il minimo rumore di traffico. Eppure il tuo ospedale è in una delle strade più rumorose e trafficate di Londra, e sai con certezza assoluta che quel giorno non è domenica.
Hai gli occhi bendati e non vedi niente. Hai subìto un’operazione chirurgica agli occhi (difficile, non sai se continuerai a vedere) e proprio questa mattina aspetti che ti tolgano le bende. Con molte difficoltà raggiungi il campanello e lo suoni e poi lo suoni ancora. Niente. Non viene nessuno. Chiami a tutta voce. Neanche l’ombra di un’infermiera. E intanto ancora nessun rumore di traffico. Cogli ogni tanto scalpiccii confusi e suoni di lamenti lontani. A un tratto capisci che sei solo e che nessuno verrà mai da te.
Sei costretto a prendere una decisione rischiosa. Devi toglierti le bende dagli occhi, anche se ciò potrebbe essere deleterio per la tua vista. Lo fai e ti va bene. La vista è annebbiata, ma poi si schiarisce. Ci vedi ancora.
Vai fuori. Nessuno. L’ospedale è deserto. Hai paura. Sei solo. Nessuno a cui domandare nulla. Percorri stanze e corridoi senza vita. Per le scale incontri finalmente un dottore. Gli chiedi informazioni. Lui ti domanda sorpreso: ma lei ci vede? Strana domanda, ti dici, ma rispondi che ci vedi perfettamente. Ti chiede di aiutarlo a raggiungere la finestra più vicina. Lo fai. L’attimo dopo il dottore a cui hai chiesto informazioni si è gettato di sotto spiaccicandosi in strada (sei al quinto piano).

Esci finalmente in strada e ti rendi conto della tragedia. È capitata una catastrofe che ha reso ciechi tutti gli uomini. A quanto pare sei il solo che ci vede. Londra è in pieno caos. La vita civile non esiste più. Niente polizia. Niente legge. E oltretutto le strade sono invase da creature vegetali di origine aliena, i trifidi, che uccidono con aculei avvelenati chiunque abbia la disgrazia di trovarsi sul loro cammino (perché possono spostarsi).

Ora può iniziare la tua avventura.

domenica 16 aprile 2006

Mandrie di bisonti nella mia stanza


Mezzanotte è passata.
Un frastuono di migliaia di zoccoli che calpestano il grasso terreno della prateria invade la mia stanza. Il pavimento trema. Sono impaurito. Per la prima volta da molto tempo sposto lo sguardo dal monitor lcd del computer. La tastiera lascia a metà l’ultimo svogliato commento ispirato dall’amore perduto dell’ennesima blogghista dal cuore infranto. Il fragore degli zoccoli cresce e si fa rimbombo di tuono. Ora tremano anche il tavolo portacomputer e i doppi vetri delle finestre anodizzate. Quasi nello stesso tempo folate di vento odoroso di pioggia piombano tra le quattro pareti spoglie in cui sono prigioniero.

Mi alzo in piedi nell’attimo esatto in cui migliaia e migliaia di bisonti irrompono nel mio angusto mondo, distruggendo il computer e le quattro librerie gonfie di volumi economici. E’ un mare impetuoso di animali mugghianti che travolge ogni cosa, ma che per qualche motivo risparmia il letto su cui mi sono rifugiato per scampare all’impazzimento del mondo. I bisonti passano e passano. E’ un treno vivente di cui non si scorge la coda. Nello stesso tempo noto che i muri della mia stanza, annientati dalla violenza dell’assalto animale, sono spariti. E’ sparito pure il soffitto. Lo sguardo adesso è libero di vagare intorno senza ostacoli di sorta.
Sento la bocca atteggiarsi a un sorriso inspiegabile stimolato da emozioni ataviche. Sono immerso in un mare d’erba senza fine. Dovunque mi volti praterie fluttuanti si estendono fino all’orizzonte lontanissimo. Niente palazzi o segni di civiltà. Nessun rumore di traffico, solo il fischiare del vento e il veemente rombo degli zoccoli dei bisonti.
Laggiù un torrente con fresche acque. Ancora più lontano una traccia di fumo che sembra attestare una presenza umana.

Ecco finalmente qualcuno. Un calesse avanza su un tortuoso sentiero mal tracciato. Tiene le redini un uomo anziano con un cappello da cow-boy, affiancato da una ragazza con i capelli del colore del grano maturo. Quando il calesse passa nel punto più vicino alla mia stanza senza muri e alla mandria animale che tuttora calpesta il mio pavimento, la ragazza con i capelli color del grano mi sorride in un modo inequivocabile.
Sobbalzo sul mio letto sfatto. Appena i bisonti saranno passati, andrò alla fattoria della ragazza, deve essere nel punto da cui proviene il fumo, e vedrò se mi sorride ancora. Mi serve solo un cavallo sellato, ma sono sicuro che lo troverò al più presto.

Sento uno squillo acuto. Mi accorgo che il sorriso si attenua e poi scompare. Lo squillo acuto e sgradevole si ripete, uccidendo quel che resta del mio sorriso e spazzando via la mandria di bisonti dalla mia stanza spoglia. Il terzo e ultimo squillo annienta gli orizzonti lontani e le praterie sterminate. L’ultima cosa a sparire sono i biondi capelli della ragazza sul calesse.
L’antivirus ha completato la scansione del disco fisso. Tempo: nove minuti e quarantadue secondi. Una scritta sul monitor mi avverte: “Complimenti, non sono state riscontrate minacce sul vostro computer!”.
Si è fatto davvero tardi, è ora di andare a dormire anche se non ne ho voglia.