
Devo muovermi, ho voglia di precipitarmi sul re nero che vedo in fondo alla scacchiera. Ma come può, un semplice pedone come me sperare di minacciare il più importante pezzo degli scacchi e magari sperare di vincere la partita in cui è impegnato?
Se lascio la rassicurante seconda traversa, dove posso contare su un'adeguata protezione da parte dei miei potenti compagni di gioco, diventerò facile preda degli scalpitanti cavalli avversari, bramosi di avventarsi su qualche temerario lacché da gioco. Senza contare con quale facilità potrebbero spazzarmi via le torri nere quando getteranno nella mischia il peso della loro potenza congiunta. Eppure devo avanzare sulla scacchiera, è un desiderio impellente, persino vitale. Per qualche assurdo motivo penso che pure un insignificante pedone come me avrà il suo momento di gloria in questa partita, ma è certo che l'ansia della battaglia mi gioca brutti scherzi. I pedoni non vincono le partite, possono essere solo sacrificati per acquisire vantaggi tattici. Siamo carne da cannone, siamo quelli delle disperate cariche con la baionetta, la feccia del nostro schieramento.
Sono nervoso, ma rassicurato dalla vicinanza della mia regina e dalla scorta di tutto rispetto offerta dai i due splendidi cavalli bianchi davanti a me. Voltandomi, tuttavia, mi accorgo che la regina e l'alfiere neri non hanno finito di portare la distruzione nell'accampamento dei miei colori e paiono bramosi di altre vittime da catturare.
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La terribile regina avversaria si è incuneata in profondità nelle disastrate linee difensive dei colori bianchi. Dio mio, la crudele assassina ha appena annientato una torre nell'angolo sinistro del mio accampamento. Il grido di morte della torre attraversa il campo di battaglia facendo rabbrividire tutti i pezzi della scacchiera a prescindere dal loro colore. Non posso fare niente per portare aiuto alla torre agonizzante, posso solo tremare nella mia casella e pregare di non imitarne la fine. La partita o meglio la battaglia è persa, solo un pazzo potrebbe credere il contrario. Il mio schieramento, già parecchio a mal partito per la perdita di una torre e di un alfiere, e con la torre superstite sul punto di essere catturata, è obbligato a muovere il re, messo sotto scacco nella prima traversa dalla cupa e sanguinaria regina avversaria. Il re bianco si avventura nella seconda traversa, entrando in un territorio minaccioso in cui pare alla mercé di qualunque pezzo nero.
Ormai l'unica soluzione è arrendersi e implorare la clemenza avversaria, il che è pura illusione a giudicare dalla sete di sangue della regina nera. Tuttavia uno dei due cavalli che mi spalleggiano al centro della scacchiera non si dà per vinto. "Ecco, tocca a te", mi dice solenne, "diventa anche tu immortale come questa partita".
Di certo non ho capito bene o forse il mio compagno di gioco ha perso il senno a causa dei massacri indiscriminati di cui è testimone. "Io diventare immortale? Sei impazzito? Ciò che posso fare è sacrificarmi per farti guadagnare una o al massimo due mosse."
"Dice sul serio", conferma il secondo cavallo bianco dimostrando che la follia si è diffusa a tutti i pezzi equini. "Su, spostati da quella casella. Possiamo ancora vincere questa partita."
"E io a che vi servo? Sono solo un pedone senza importanza. Non valgo niente, non sono niente."
"Sciocco, sei il pedone che vincerà questa partita e la renderà immortale. Forza, vai in e5."
Faccio appello al mio coraggio e muovo un passo in avanti.
Questa scena è ispirata a una partita reale ricordata a distanza di secoli, caratterizzata dal sacrificio di molti pezzi per giungere a una vittoria fulminante e inattesa. Chissà se qualcuno è in grado di individuare la partita a cui mi riferisco, qualche piccola indicazione l'ho data.