Emma credeva nell’amore a prima vista.
Ci credeva con tutta l’anima. Credeva che due persone potessero incontrarsi un giorno e guardarsi, non occorreva parlare, frequentarsi o conoscersi, anzi lei considerava questi dettagli del tutto irrilevanti. Era sicura che queste due persone, una volta guardatesi, sarebbero rimaste innamorate per tutta la vita. Per tutta la vita. Anche se non si fossero più viste da quel giorno, cioè da quello sguardo.
Emma era la mia professoressa di italiano delle scuole medie.
Era una donna fatta di puro acciaio. Intimidiva qualsiasi individuo adulto sul suo percorso, dai bidelli al preside, ai genitori venuti a colloquio. Non era sposata. Era zitella quando la parola single non esisteva. Credo ne soffrisse, anzi ne sono certo. Sapeva di essere una donna mille volte più appassionata, intelligente e bella dentro della pur ammiratissima coscialunga professoressa di inglese. Sapeva che avrebbe potuto rendere un uomo mille volte più felice di quello che regalava pellicce costose alla professoressa di matematica. Però forse era la prima a capire che i maschi, soprattutto quelli virili e maledetti che lei adorava, i Darcy allontanati dal suo orgoglio e dal loro pregiudizio, erano intimiditi da lei.
Il suo tempo non era questo. Era il Romanticismo del primo Ottocento. Si sarebbe trovata a suo agio in qualsiasi romanzo di Jane Austin. Cime tempestose? Lei era cima ed era tempestosa allo stesso tempo. Il suo habitat? Sedersi in un salotto letterario in cui criticare il principe di Metternich insieme con poeti romantici e nobili pasionarie del Risorgimento.
Conosceva l’Iliade dal primo verso all’ultimo e ce ne faceva leggere brani anche contravvenendo al programma scolastico. Non si stancava di decantare la traduzione di Vincenzo Monti e si coloriva in viso e diventava perfino bella, lei che non lo era mai stata, quando ci magnificava la mirabile costruzione sintattica dei brani in cui si parla dell’armatura di Achille o del coraggio inenarrabile di Ettore che va alla morte. Amava di un amore che non conosceva freni tutto il ciclo cavalleresco, dalla Chanson de Roland alla saga della Tavola Rotonda (quando citava Parsifal, le luccicavano gli occhi). Adorava Wagner e talvolta ce lo faceva ascoltare in classe, con un vecchio grammofono e un 33 giri che forse di giri ne aveva il doppio. Sigfrido e Brunilde? Erano i suoi più cari amici. Shakespeare, Eloisa e soprattutto Tristano e Isotta? Di sicuro li incontrava nei suoi sogni.
Amava i grandi uomini della storia. I condottieri, i letterati, i musicisti. Napoleone sopra ogni cosa, ma anche Cesare, Manzoni, Foscolo. Annibale, che aveva tenuto in scacco quasi da solo il più agguerrito esercito della storia. Se poi questi grandi uomini avevano avuto pure una vita tormentata, amori potenti e sfortunati, allora lei li adorava.
Lei non insegnava materie scolastiche, ci comunicava emozioni allo stato puro. Ci insegnava a vivere. Aveva un tale ascendente su alcuni di noi che un giorno scrissi una ventina di fitte pagine per un compito facoltativo (dovevo essere in seconda media) sul ciclo dei cavalieri di re Artù.
Eppure il ricordo che mi rimarrà di questa donna eccezionale è legato a un episodio speciale. Giorno di interrogazioni e due ore di italiano continuative per attuarle. Io non ero preparato e secondo i miei calcoli ero il primo della lista di vittime da chiamare alla cattedra. Speranze di sfuggire all’interrogazione, trattandosi del sergente di ferro Emma? Nessuna. Speranze di cavarsela imbrogliando e cianciando alla come ti viene? Nessuna, trattandosi di Emma. Non c’erano trucchi o santi a cui votarsi. Bisognava solo aspettare la fine. La vergogna. L’onta estrema. Io ero uno dei suoi allievi preferiti. Avrei preferito la morte al farmi pescare a balbettare banali scuse in sua presenza.
Eppure quel giorno avvenne il miracolo. L’Onnipotente ebbe pietà di me o la ebbe questa splendida e sfortunata creatura che Lui aveva generato in uno dei suoi momenti migliori. Quel giorno Emma si mise a parlare dell’amore a prima vista. Lo spunto era dato da chissà quale poesia trecentesca su una dama che un giorno incontrava un cavaliere che amò per tutta la vita in seguito a uno sguardo incendiario. Emma la Figlia dell’Amore tirò fuori tutto il suo repertorio, quel giorno. Tutto il ciclo cavalleresco, tutta l’epica omerica e Wagner e Sigfrido e il cuore virtuoso di Parsifal. Tirò fuori tutto l’amore infinito e purissimo che aveva dentro e ne aveva tonnellate più di ogni altra persona a questo mondo.
Passarono le due ore senza che io dovessi affrontare l’onta dell’impreparazione.
Passarono molti molti anni senza che io scordassi le appassionate parole della Figlia dell’Amore a Prima Vista.