giovedì 22 novembre 2007

Grande figlio di dentista


Mi sono svegliato alle tre di stanotte in preda a uno stato d'animo non precisamente sereno anche se creativo. Meditavo di scrivere un nuovo post così intitolato: "Piscio sul mio dentista - Ode pop". Mentre mi agitavo nel letto ho pure buttato giù mentalmente alcuni versi della mia composizione poetica, devo dire che c'era un certo brio nella costruzione dei versi, c'era persino qualche eco della beat generation letteraria, si intravedeva un antico sottofondo di blues non alieno da un certo rhythm. Poi stamattina sono rinsavito. Insomma, mi sono detto, il Capitano è il Capitano. Ha una sua figura intellettuale da difendere. Non può scrivere un post intitolato "Piscio sul mio dentista". Anche se è un ode pop, magari poco ode e abbastanza pop come è nel suo stile. Anche se ha lontani echi di Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti. Anche se nella sua costruzione poetica si intravedono la dannunziana "Pioggia nel pineto" e ombre del bobdylaniano Mr Tambourine Man. Anche se il suo dentista in realtà è ormai il suo ex dentista. Anche se questo suo ex dentista meriterebbe di essere deportato a Guantanamo o perlomeno di essere preso a calci nei cosiddetti con le scarpe più appuntite tra le migliaia di paia in dotazione a Elton John. Anche se qualcuno dovrebbe trivellargli il didietro come lui cercava di massacrare il suo assistito. No, davvero, il Capitano non può scendere così in basso, mi sono detto stamattina emergendo dalle spettrali suggestioni dei domini di Morfeo.

Tuttavia c'è stato un figlio di buona donna in camice che ieri ha cercato di uccidermi, no? C'è stato questo prode Capitano che ha rintuzzato il proditorio attacco come un Aiace junior se non senior, no? Il sanguinario drago armato di tenaglie, trapani e strumenti di tortura di ogni tipo non ha vinto, non è vero pure questo? Quindi?

Quindi sono qui che aspetto l'ispirazione per scrivere l'ode pop. Non c'è fretta.

martedì 20 novembre 2007

In fondo all'anima cieli immensi

Mio Capitano. Cielo grigio su, foglie gialle giù, zaino in spalla e tanta voglia di lei, madama avventura. La domanda non è se, ma dove. Non se abbiamo fantasticato un giorno - quando in testa avevamo più sogni che capelli - di piantare tutto e inseguire i capricci della nostre mente smaniosa, ma dove desideravamo andare.
Per me la risposta è semplice. America. La sola America possibile, quella del West, del detective Marlowe e di Hollywood, ossia dell'unico posto al mondo, lo pensavo tanto tempo fa e lo penso tuttora, in cui il cinema diventa talvolta magia. C'era un tempo in cui mi vedevo aggirarmi per le lunghe autostrade del West, in mezzo ai grandiosi paesaggi che facevano da sfondo ai film di John Ford, o vagare tra i grattacieli di New York a naso in su, sperando di cogliere le capriole dell''Uomo Ragno alle prese con la perfidia di Elektro, Octopus o Goblin padre. Idolatravo l'America, anche se ne vedevo i difetti. Egoismo, arrivismo, magnati succhiasangue, scandali politici e guerre sbagliate. E però c'erano pure l'idealismo di Kennedy o del New Deal, i movimenti dei diritti civili, le rivolte universitarie, la contestazione alla guerra del Vietnam, il rhythm & blues.
Ebbene avevo e ho tuttora una zia in America. Per molti anni il fatto di poter contare nella mitica New York di una base in cui farmi ospitare ha scatenato la mia immaginazione. Davo per certo di far visita un giorno alla mia parente, magari in compagnia di amici con cui mi sarei poi avventurato in un attraversamento da costa a costa fino a Los Angeles. Mi vedevo arrivare zaino in spalla nelle cittadine del West e fare colpo sulle procaci ragazzone americane con la mia zazzera partenopea e la maglietta arrotolata sulle robuste braccia abbronzate. Certe volte ho proprio sognato di notte di andare a casa di mia zia, di muovermi da solo per le strade di New York. A quel tempo mi informavo quasi ogni giorno sul costo del biglietto aereo per una trasvolata oceanica. L'ho trovato sempre ben superiore alla capacità delle mie tasche, anche quando c'erano offerte e sconti. Poi un giorno ho smesso di pensare al costo del biglietto aereo. Semplicemente sapevo che non sarei andato più in America. E anche se ci fossi andato, la mia vacanza non sarebbe stata mai quella vagheggiata da adolescente. C'era un tempo per ogni cosa e quel tempo era passato. Ci sono molti sogni nella vita. Solo pochi si realizzano. Be', non si può avere tutto e forse è bene che sia così.
Cleide. Io non ho avuto la zia d'America, ma voglia di avventura tanta. Sogni grandi come case e coraggio e forse sconsideratezza da vendere. Colombia, Perù, Cile per arrivare in Patagonia. Tutta l'America latina. Il Messico, i paesi centroamericani. Nella mia mente solcavo nazioni come se fossero strade. Forti le gambe e ancora più forti i sogni. Però mi vedevo con il mio fedele zaino in spalla soprattutto sui terreni accidentati del Cile, in mezzo alle andine facce scolpite dei discendenti incas, su montagne dove il tempo pareva essersi fermato insieme con le tue angosce. Sapevo di avere la forza e l'ardimento necessari per percorrere il continente sudamericano da cima a fondo, magari accompagnata dalle struggenti melodie degli Inti llimani o dalla voce unica Violeta Parra che ringraziava la vita al mio posto per avermi condotto in terre dove il cuore degli uomini batte più forte.
Non so da dove nasca la mia passione per l'America latina. Magari dal fatto che il solo dialetto parlato nel mio angolo di Sardegna è la lingua catalana. Magari dal fatto che ho mangiato pane e spagnolo fin da quando ero alta così. Spesso penso che in un'altra vita quel lontano continente mi apparteneva. Forse sono stata una sacerdotessa maya o un'umile lavandaia azteca, chissà. Sono tuttora iscritta al sito di Gianni Minà e niente mi rende più felice che impossessarmi dell'ultimo libro di Isabel Allende, Angeles Mastretta e Marcela Serrano o crogiolarmi al caldo e luminoso canto di Gloria Estefan.
Ricordo l'emozione di quando il mio professore di letteratura spagnola e ispanoamericana - un romanzesco personaggio peraltro amico fraterno di Pablo Neruda - mi presentò Luis Sepulveda. Mi trasformai in un attimo in un'ebete a bocca aperta. Qui davanti a me c'era questo straordinario essere dallo sguardo magnetico che mi fissava di tanto in tanto come se mi conoscesse. E qui pendeva dalle sue labbra una fanciulla pietrificata che si chiedeva se avrebbe mai riacquistato il dono della parola. Sepulveda parlò a me e ai miei compagni di corso di suo nonno Gerardo, un anarchico Andaluso fuggito in America latina per scampare a una condanna a morte. Ci disse di quand'era guardia personale del presidente Allende. Dio mio, quell'uomo era stato a braccetto con Allende, era stato arrestato durante la dittatura di Pinochet subendo le infami torture il cui ricordo echeggiava in quell'aula universitaria sassarese! La storia siamo noi, cantava De Gregori. Può darsi, ma la storia per me quel giorno era soprattutto quest'uomo placido che aveva visto in faccia una delle peggiori dittature del secolo e non aveva avuto paura. Ho ancora il romanzo Il mondo alla fine del mondo con una sua bellissima dedica, scritta dopo chiacchiere, caffè e tequila.

Questo post è stato scritto anche da Cleide.

lunedì 19 novembre 2007

Il bellissimo sedere della figlia del tarallaro

Riporto una conversazione avvenuta nell’ufficio postale del mio quartiere, situato in quel di Napoli. Non ho aggiunto o modificato niente. Non ho accentuato il lato folkloristico. La conversazione, intercorsa fra tre signori ultrasettantenni, è stata praticata a voce alta o altissima, talché solo un sordo situato nel perimetro dell’ufficio postale avrebbe potuto non udirla.

Primo signore ultrasettantenne guarda il deretano francamente vistoso di una ragazza che paga alla cassa e proferisce, rivolto agli amici non adolescenti: "Che culo, avite visto che forma e mazzo? Chi sa che se magnene, sti guaglione e mo', tenene tutte quante 'o culo gruosso e belle."
Secondo signore replica imbarazzato con voce che vorrebbe essere bassa, ma che risulta udibile in gran parte del quartiere: "Sssss, chella è a figlia e Giggino o tarallaro" (il tarallaro in questione, ossia un venditore di speciali biscotti pepati chiamati taralli, è un personaggio con cui evidentemente i tre protagonisti del nostro racconto hanno non poca familiarità).
Terzo signore (intervenendo con tono saggio a voce altissima): "Che significa, po' essere pure figlia a me, si tene ‘o culo belle, tene ‘o culo belle".
La ragazza dal culo pieno e provocante che fa venire il prurito alle mani a qualunque maschio dotato di alito vitale, avendo finito di pagare alla cassa e riconoscendo uno dei tre ultrasettantenni, dichiara: "Bonasera, don Vince'."
Don Vincenzo saluta senza esternare la sua ammirazione alla fanciulla retrodotata, malgrado i timori dei numerosi ascoltatori della Posta (cioè tutti i clienti ivi presenti). Dopo che la ragazza retrodotata si è allontanata, così medita: "Chi s’’o penzava, ch'a figlia e Giggino ‘o tarallaro faceva nu mazzo accussì bello!"

Traduzione dei dialoghi napoletani quivi riportati:
1 - Che culo, avete visto che forma di paniere? Chissà che mangiano queste ragazze moderne, hanno tutte il culo grande e bello.
2 - Sssss, quella è la figlia di Giggino il tarallaro.
3 - Che significa! Può anche essere mia figlia: se ha il culo bello ha il culo bello.
4 - Chi se lo pensava che la figlia di Giggino il tarallaro faceva un didietro così bello!

L'invasione degli ultracorpi virtuali


L'invasione letteraria inizia così. Ci sono la moglie, l'amico di sempre, il fratello, il salumiere sotto casa che non sono più loro. Cioè sembrano la moglie, l'amico, il fratello, il salumiere sotto casa. Ma non sono qualcosa d'altro. Lo sai, lo senti. Hanno la stessa faccia, lo stesso sorriso, la stessa cicatrice sulla caviglia o sullo stesso preciso angolo di spalla. Ti sanno raccontare persino particolari della tua vita che nessun altro potrebbe conoscere. Ma non sono loro. Sono entità aliene e probabilmente ostili.

Questo è il tema del mio preferito romanzo di fantascienza, L'invasione degli ultracorpi. Da ragazzo devo averlo letto qualche decina di volte. Non avrei mai pensato che un giorno, nella vita reale, si sarebbe potuta creare una situazione analoga. In effetti, lo sappiamo, anche nel virtuale, soprattutto blog e chat, non tutti i nostri interlocutori sono quelli che dicono di essere. Magari uno giura di vivere in un posto e invece staziona agli antipodi, dice di essere maschio e si scopre che ha qualche curva in eccesso, lancia gorgheggi giovanili pur essendo in età pensionabile, si dice bello, alto, magro, ottimista e di sinistra o squassato da un drammatico problema personale o familiare quando invece... La situazione è tale che spesso ci poniamo interrogativi pure su persone virtuali conosciute da tempo e con cui magari ci siamo fatti un mucchio di risate da compagnoni di bisboccia. Quel tipo, sì, il simpaticone che snocciola tutte quelle battute briose, sarà chi dice di essere? O ancora, sarà maschio o femmina, uno o trino (nel senso che interpreta almeno tre o più diverse personalità sul blog o in chat)?

Per molto tempo sono stato convinto che sì, esistevano gli ultracorpi da internet, cioè trasformisti virtuali che si spacciano per chi non sono. Ma dovevano essere casi sporadici. Dopotutto, mi dicevo, magari può essere divertente per un po' prendere i panni di un personaggio interessante o bizzarro, apparire più affascinanti o misteriosi di come ci percepiamo. Però mentire sul blog o sulla chat dovrebbe essere una pratica di cui ci si rompe le scatole in fretta. Al contrario una mia conoscente un giorno mi fece capire che forse mi sbagliavo. Un suo amico stimato professionista, mi raccontò, si aggirava da mesi sulla chat fingendosi donna, pur non essendo in alcun modo omosessuale. Non ricordo quale fosse la giustificazione di questo signore. Forse voleva esplorare lati remoti della sua personalità o divertirsi come se interpretasse un eccitante ruolo a teatro... forse era soltanto un poveraccio che non c'aveva ‘na mazza da fare. Il mio commento nella circostanza credo sia stato più o meno: questo è un mondo di pazzi!

Mi resi conto che forse ero troppo ottimista sul tema qui trattato quando scrissi il post L'identità segreta dei blogger, in cui sostenevo che alcuni blog aggiornati con poca frequenza nascondevano una seconda o una terza identità di personaggi virtuali magari altrimenti noti. Il mio post ebbe un'accoglienza caldissima. In realtà è il post in cui ho ricevuto più commenti, oltre cento. Soprattutto si trattava di commenti non taroccati, cioè non prodotti da un paio di persone che usano il blog come una chat, ma da molti blogger spesso sconosciuti, che scrivevano riflessioni lunghe e meditate, come se l'argomento in questione fosse da loro molto sentito (cioè come se si fossero spesso imbattuti in interlocutori virtuali che gli avevano mollato qualche fregatura).

Da quel momento ogni tanto mi arriva per mail o per altre strade qualche soffiata sul fatto che il tal personaggio o la talatra tizia potrebbero essere tutt'altra persona. O mi si informa che alcuni blogger, di sesso, età e personalità opposte, in realtà ne potrebbero essere uno solo. Alcune valenti investigatrici del web sono alacremente all'opera per svelare i misteri dei sotterranei non del Louvre, ma del blog. E pare che le vicende e i personaggi di questi paraggi virtuali diano loro sempre materia per dubitare del prossimo.

Chiudo con un appello e una sfida: spettro trasformista del blog, fantasmino dispettoso dalle cento web-personalità, se ci sei batti un colpo, anche due, in questo blog. Manifestati a me, che ti evoco! :-)

mercoledì 14 novembre 2007

Io che sono Dio, io io


Io che sono Dio, io, io , io, io, io.
Io che sono così sofisticato da non poter usare nemmeno il pronome io, io, io, io.
Io perfetto, io giusto, io buono.
Io onnisciente, io onnipotente, io onnipresente.
Io che sono sopra l’amore e la vita, il fato e la predeterminazione.
Io che tutto ho visto e tutto conosco,
Io che ho creato ogni cosa e pure chat e blog, log, log, log, log.

Io che mi manifesto anche se voi fate di tutto per non vedermi. Io che vi ho indicato la Strada, anche se vi impegnate per ignorarla. Io che ho creato, in un tempo che non era un tempo, quel frivolo pensiero che vi attraversa la testolina in questo preciso istante. Io che in quel tempo non tempo ho determinato sul vostro viso quel sorrisetto sarcastico o quell’impercettibile inarcare di sopracciglio, iglio, iglio, iglio.
Ma se vi ho generato io, potreste domandarmi cari figli mortali, perché vi avrei fatto così arroganti, ignoranti, prepotenti, furbi e codardi? No comment, omment, omment, ent, ent. O forse il quesito era perché voi mi avete creato così imperfetto e vendicativo? No comment. E perché mi presenterei a parlare proprio su questo blog? No comment, ment, ment, ent, ent.
Perché non mi presento su blog più frequentati come quello di Beppe Grillo o di qualche altra star virtuale? E chi è questo Grillo, illo, illo, illo…?

Ultima domanda: per quale motivo avrei creato l’universo? Che cosa ci guadagno? Potrei avvalermi della facoltà di non rispondere o appellarmi a qualche Quinto Emendamento, potrei persino argomentare che sono così perfetto che nemmeno io talvolta capisco gli scopi delle mie azioni, né se scopi vi siano. Ma vi dirò, cari e manchevoli figli terreni, pensate di essere immortali, eterni, onnitutto e onnisempre. E poi pensate di dovervene restare soli per sempre ad ascoltare l’eco dei vostri pensieri, anche perfettissimi, issimi, issimi, issimi, issimi.
Non è certo una prospettiva, iva, iva, iva, allegra, egra, egra, egra.

domenica 11 novembre 2007

Accadde domani

Oggi è il 12 novembre. La temperatura si mantiene entro le medie del periodo a Napoli. Il tempo è parzialmente soleggiato, dalla finestra posta a levante è possibile notare alcune alte nubi stratificate. Non si rilevano sostanziali discordanze tra la temperatura reale e quella percepita. La visibilità è buona, il vento soffia a una velocità di 11 chilometri all'ora dal quadrante nordorientale. La probabilità di pioggia prevista dal satellite meteorologico è dello zero per cento, il che fa immaginare che sarebbe buona cura per i napoletani portare con sé un robusto e ampio ombrello. Le ore di luce sono nove virgola sei, più che sufficienti per recarsi a san Gregorio Armeno per acquistare i presepi e i pastori che danno lustro a quella via.
Ah, tra esattamente un mese e mezzo è Natale, giorno per cui il satellite prevede bufere e tormente di melassa dei buoni sentimenti.

venerdì 9 novembre 2007

La taglia


Il vostro affezionato Capitano, in associazione con alcuni benemeriti enti scientifici, mette non una taglia, ma una lauta ricompensa su un determinato tipo umano il cui studio farà avanzare il progresso culturale. Potranno intascare non la taglia, ma la lauta ricompensa coloro che segnaleranno all'attenzione di questo blog esemplari bipedi dotati dei seguenti requisiti.

1) Un reddito annuo non inferiore ai 250 mila euro, ossia a 500 milioni delle vecchie lire.

A dire vero io non conosco intimamente nessuna persona che accumuli tale cifra in un anno. I miei fratelli guadagnano come normali stipendiati che fanno tripli salti carpiati per giungere a fine mese. Ho una valente cugina che fa la maestra elementare, alcuni parenti impiegati statali, un paio di amici professori di scuole medie, un amico fisico e un cugino ingegnere e persino una mia antica innamorata liceale a senso unico (nel senso che io mi struggevo e quella manco mi calcolava) internista d'ospedale... tuttavia nessuno di questi personaggi si avvicina anche di poco al reddito quivi indicato. E' vero che ciò potrebbe essere dovuto a una mia frequentazione sociale non particolarmente fortunata. Mentre per altri individui, anche su questo blog, non dovrebbe essere difficile avere conoscenti che incamerino ogni anno i discreti milioncini suddetti. Passiamo al punto due necessario per riscuotere la taglia, cioè la ricompensa.

2) Un atteggiamento di sinistra a tutti i costi. Un supposto progressismo sbandierato e gridato in ogni situazione e circostanza.

Qui il numero di candidati utili ai nostri scopi potrebbe ridursi di molto; di solito si pensa che uno che guadagni il po' po' di soldini segnalati (trattasi di oltre ventimila angioletti al mese) sia più propenso ad abbracciare idee e comportamenti di centro-destra che rivoluzionari. Quando ti pappi ogni mese quaranta milioncini del vecchio conio dovrebbe passarti ogni voglia di darti arie da Che Guevara o da Emiliano Zapata che guida i peones verso il ribaltamento sociale.
Be', non è detto che sia sempre così. Esiste un certo tipo umano con le tasche gonfie di bigliettoni verdi o similari e carte di credito sufficienti per giocarci a Scala Quaranta che fa un gran cianciare di progressismo, terzomondismo, antibushismo, antimperialismo, noglobalismo e di altre dozzine degli ismi più a sinistra che ci siano. Conosciamo i tipi. Sono personaggi sempre pronti a sottolineare che le loro letture sono più antisistema delle tue, le loro preferenze artistiche molto più contestatrici delle tue, le loro grida a favore di chi soffre e il loro sdegno contro le forze dell'oscurantismo molto più addolorati dei tuoi. Ti fanno sentire un mostro senza cuore quando ti accusano di non soffrire abbastanza per il maschilismo, il papismo, la xenofobia, i buchi nell'ozono o nel culo di lavoratori precari. Peccato che tu venga a sapere del cospicuo tesoretto bancario di questi immensi stronzoni quando non li frequenti più e non li puoi perciò più mandare affanculo come meriterebbero.

Il nostro secondo parametro ha ristretto abbastanza il campo dei soggetti candidati alla taglia, cioè alla ricompensa. Procediamo.

3) Permanenza continua e frivola sul blog o, in alternativa, sulla chat o sui gruppi di incontri virtuali.

Questa caratteristica dovrebbe ridurre non poco il numero dei soggetti da taglia. Infatti, mettiamoci un attimo nei panni dell'individuo ricercato. Guadagniamo un bel po' di soldini, quindi non ci manca il modo per impegnare proficuamente il nostro tempo libero: possiamo farci viaggi e vacanze, procurarci svaghi costosi o pagarci amanti occasionali o duraturi. Inoltre il nostro strombazzato progressismo dovrebbe farci utilizzare altro tempo ed energie per devolvere una parte del nostro benessere a favore dei deboli e delle cause con la ci maiuscola di cui ci facciamo paladini, almeno a chiacchiere. Come è possibile che nonostante ciò troviamo, noi riccastri, noi anticonformisti magnati magnoni e piagnoni, noi antipoveri fanfaroni della rivoluzione, il tempo di bivaccare giorno e notte sul blog, sulla chat o nel virtuale? Cerchiamo emozioni forti? Amori malandrini insaporiti dal gusto del proibito? Boh.

Bene la spiegazione della taglia è stata abbastanza esaustiva. Si cerca una persona ricca a partire da un certo reddito, primatista mondiale del progressismo parolaio e acquartierata senza soluzione di continuità tra blog, chat e virtuale. Chi avesse nominativi adatti si sbrighi a presentarli e a ritirare il ricco premio messo a disposizione da questo blog e dagli enti scientifici che lo sponsorizzano.

C'è una strada nel bosco napoletano


Sarà capitato pure a voi. Un giorno, per un miracolo o poco meno, trovate sul vostro cammino qualcosa di meraviglioso, che non sembra appartenere a questa dimensione imperfetta. Ma non avete nemmeno il tempo di gioire per l'inatteso dono del Cielo ed ecco che questo mondo boia ve lo ha già rubato. La cosa bellissima donatami dalla Provvidenza era una strada napoletana. Ma prima di spiegare come mi è stata sottratta devo fare una piccola digressione.

Ho l'abitudine di fare passeggiate soprattutto serali. Non è molto piacevole passeggiare nel mio angolo partenopeo di città. Anzi spesso è un'esperienza da dimenticare. Già è un'impresa guadare la stradina fuori dal mio rione: i biliosi automobilisti che passano di lì non ti permettono di passare nemmeno se incatenati nel traffico. Quando raggiungi la riva stradale opposta, quasi sempre ti imbatti in sciami di scostumatissimi post-scugnizzi che pretendono di passare sul marciapiede, per di più in senso vietato, con rombanti e molesti motorini. Dovunque tu vada, lo scenario non cambia. Sei assediato da macchine che attentano alla tua vita pure se cammini rasente al muro, tormentato da aria irrespirabile, oppresso da un paesaggio di palazzoni orrendi che divorano il cielo e i tuoi sogni, perseguitato dalla maleducazione di automobilisti e pedoni. Quando ti capita che le cose vadano un filo meglio, ecco che torme di cani, bastardi o accompagnati da padroni bastardi, ti ringhiano contro a ogni angolo di via costringendoti ad assumere il cipiglio di un domatore del circo Orfei per allontanare le loro fauci dai fondelli dei tuoi calzoni. Insomma il mio quartiere non è il luogo più consono per passeggiate rilassanti.

Però pure in questo angolo di mondo dimenticato dalla grazia divina puoi imbatterti in una specie di paradiso terrestre. Mi capitò qualche mese fa di trovare una stradina del tutto diversa dalle altre. Per cominciare era chiusa al traffico, nemmeno l'ombra di una vomitevole automobile, né l'eco di uno stridente clacson, fondo stradale pavimentato da un travertino da acquerello, un silenzio da praterie a ovest del Mississippi e lassù il cielo amico dei film di John Ford. Ti volti ai lati della strada e ti trovi immerso in bucolici spazi verdi con la famigerata erba a forma di spighetta di cui ho parlato qui e un vento tiepido che pare originato dalla regione dei grandi laghi africani. La stradina tranquilla era spesso attraversata da mamme che accompagnavano educati marmocchi alla vicina scuola elementare.

Per farla breve, fui conquistato da questo tesoro di via e ogni volta che potevo ci passavo per riconciliarmi con la vita. Tuttavia il destino aveva in serbo per me una sorpresa non lieta. Un pomeriggio sul tardi mi trovai a passare in quel luogo trovandolo tranquillo e poco frequentato come al solito, ma non deserto. C'era in effetti un'auto parcheggiata a metà della Strada della Felicità. Avvicinandomi mi resi conto che una fanciulla dai tratti delicati era adagiata nel sedile accanto a quello di guida. La fanciulla era disorientata, esibiva uno sguardo assente, pareva aver bisogno di aiuto. Per un attimo scattò in me l'impulso del cavaliere libero e cortese. Non fosse mai detto che l'intrepido Capitano lasciasse una fanciulla in difficoltà! Se necessario le avrei dato tutto il mio aiuto, avrei messo al suo servizio il mio coraggioso braccio difendendola da tutte le insidie partenopee. Tuttavia ero appena salito sul più bianco destriero della mia mente che avevo già deciso che no, non avrei aiutato a nessun costo la donzella in difficoltà. Aiutarla? Giammai!

Mi resi conto, in effetti, che la delicata fanciulla non era sola nell'auto, dato che impugnava una turgida estremità del corpo maschile non riconducibile a nessuno dei quattro arti umani. Presumibilmente il proprietario della turgida estremità era riverso sul sedile ribaltato e produceva qualche effetto sonoro che faceva Aaahhhh o anche Oooohhhhh. La fanciulla aveva stampata sul viso un'amletica espressione. Masturbare o non masturbare, sembrava chiedersi la Shakesperare's girl non in love, questo è il problema. Se sia più nobile d'animo lavorare di mano in quest'auto iniqua, o prender l'armi contro un mare di triboli e strattonare quest'uccello molesto. Segare, trombare, nulla più, e con una trombata dirsi che poniamo fine al cordoglio eccetera. Nella nostra pur non accogliente città, riflettei vagamente, si potevano svolgere certe inderogabili operazioni fisiologiche anche in posti che non fossero a un tiro di sputo da una scuola elementare. E magari in un luogo pure diverso dall'unico sentiero decente in cui puoi passeggiare nel raggio di svariate leghe partenopee.

Il risultato di questo incontro è che non sono passato più nella Strada della Felicità, anche se tecnicamente avevo e ho tutti i diritti del mondo di transitare da lì. Non vorrei davvero essere considerato un guardone da nessuno e d'altra parte non mi posso mettere i paraocchi come i cavalli. Però non ho mai smesso di imprecare contro questi sguaiati teppisti moderni che cercano in tutti i modi di sottrarti le cose belle non appena ti si presentano a portata di mano.

Vieni, c'è una strada nel bosco
Il suo nome conosco
Vuoi conoscerlo tu?