giovedì 5 ottobre 2006

Donne, vi offro un mio servizio a pagamento


Donne, vi offro un mio servizio a pagamento. Non vi spaventate, o meglio non vi eccitate. Non vi voglio spupazzare o strapazzare in posizioni orizzontali. Scordatevi la foto del post. L’ho messa lì per pure esigenze pubblicitarie (tuttavia se qualche donzella volesse avanzare proposte inerenti alla foto io la analizzerò con la massima apertura mentale, pronto a sacrificarmi per aiutare il prossimo bisognoso).
Prima vi spiego le modalità economiche della prestazione d’opera che vi offro. Poi la illustrerò nel dettaglio. Dunque il mio servizio è molto economico perché aborrisco la rapacità del moderno capitalismo. Vi costerò solo duecento euro una tantum. Potrete anticipare i primi cento sul conto corrente che poi indicherò, il resto a lavoro completato. Se dimostrate di essere in difficoltà economiche, vi farò uno sconto. E ora ecco la mia rivoluzionaria proposta.

Guardiamoci negli occhi, o Figlie di Eva, voi siete qui sul blog per trovare l’anima gemella. Forse non pensate a questa eventualità dalla mattina alla sera e a volte vi convincete che l’importante per voi è comunicare e sfogarvi scrivendo. Qualcuna di voi dall’immaginazione ardita magari ritiene pure che il blog le serva per una sorta di autoanalisi casereccia o di esplorazione dell’io profondo. Però in fondo sapete benissimo cosa ci fate qui. Cercate l’omo, il masculo, il consumatore di Denim, in azzurri abiti principeschi se possibile, ma anche in tenuta da tamarro se il fato ingrato si ostinasse ad avversarvi. Per i maschi ronzanti nell’etere vale un discorso analogo a mio avviso, ma qui esuliamo dal mio presente annuncio.
Il vostro problema, o fanciulle virtuali di ogni età, è che voi il moroso, lo spasimante più o meno virtuale e più o meno appassionato, già ce lo avete. Ce lo avete tutte, dalla prima all’ultima (esclusi i soliti rarissimi casi di eccezione grammaticale). Vi va pure bene, questo vostro ruspante viveur virtuale, ci avete parlato, lo avete già incontrato, vi siete date perfino alla pazza gioia con lui. Se già avete lo spasimante e se vi sta bene così com’è, io a cosa vi servo, vi chiederete? Perché mai dovreste ammollarmi duecento cocuzze se avete un moroso già rodato, sperimentato e perfino collaudato con successo a letto? Ci arrivo subito.

Parliamo prima di uno dei vostri principali punti dolenti, o creature di Dio. Avete il boy friend, ma siete troppo cedevoli con lui. Non sapere duettare come si conviene nel gioco dell’amore. Siete quasi sempre voi a chiamarlo, voi che lo cercate. Lui fa il difficile. Si fa pregare. Sembra farvi un favore ogni volta che vi parla. Questo vi addolora e alla lunga inficia il vostro rapporto. Il vostro spasimante virtuale perde il rispetto e un giorno vi lascia. Dovreste resistere alla tentazione di chiamare in continuazione il vostro moroso. Dovreste farvi desiderare, padroneggiare il gioco. Però non ci riuscite. Resistete un po’, ma alla fine il telefonino la vince. Chiamate per prime e vi condannate alla deportazione nella parte debole della coppia, la parte che soffre. Qui entro in ballo io. Per duecento miseri eurozzi vi metterò nella condizione di farvi chiamate dal vostro spasimante. Lo indurrò a cercarvi, a fare il primo passo.
Come è possibile? Io vi scriverò una media di tre lettere al giorno. Saranno mail bellissime, brillanti e piene di passione. Quando riceverete le mie mail pregne di sentimento vi scorderete del vostro spasimante. Non penserete nemmeno per scherzo di digitare il suo numero. Sarete sedotte senza scampo dalla mia prosa e dal mio ardore. Resterete in questo piacevole stato d’animo per un minimo di due settimane e un massimo di quattro. Dopo questo lasso di tempo perderete in fretta interesse per il sottoscritto (per motivi che in questa sede non ci interessano), ma sarà proprio in quel periodo che il vostro antico boy friend, quello già rodato e sperimentato con successo, vi chiamerà a telefono. Sarà lui che farà il primo passo. E avrà un tono ben diverso da quando lo chiamavate voi ogni ora. Sarà ai vostri piedi, vi colmerà di attenzioni. Si trasformerà nell’innamorato dei Baci Perugina. Vi chiederà come mai non vi siete fatte vive, non è indispensabile menzionare il mio impareggiabile sex-appeal letterario.
Pensateci, o donne, duecento piccole cocuzze per garantivi un amante fidato che torna all’antico ardore. E’ un’offerta strepitosa. Affrettatevi ad accettarla perché è in fase di lancio.

Una delle prime volte che ho sperimentato questa mia fenomenale capacità di ridestare gli estri di amanti distratti, è stata con la signora scopatrice del sabato sera descritta qui. La signora in oggetto era felicemente sposata, con prole numerosa, e aveva un amante a cui dedicava le sue attenzioni nei week-end. Era soggiogata dalla mia prosa e dalla mia superiore passionalità partenopea, ma aveva specificato che con me non ci poteva fare niente a causa di insormontabili distanze geografiche. Tuttavia continuava a conversare con me virtualmente e io mi chiedevo perché (pensavo che il mio fascino inusitato annichilisse qualsiasi barriera geografica o razionale). A un certo punto la mia interlocutrice mi confidò che il suo scopatore del sabato sera faceva il difficile per darle una ripassata nel giorno leopardiano, si faceva pregare. Tuttavia da qualche tempo lei riusciva a resistere alla tentazione di chiamarlo e di umiliarsi per prima (curiosamente questo periodo era iniziato da quando aveva cominciato a conversare con me)… In verità era accaduto un evento ben strano: di recente era lo scopatore dei week-end che la chiamava con insistenza, ma la nostra eroina, profittando della sua recente forza d’animo (qualità caratteriale sempre contemporanea alla nostra conoscenza virtuale) resisteva alla grande. Lo avrebbe fatto spasimare un altro po’ e poi avrebbe risposto alle pressanti richieste del Ripassator Scortese quand’egli fosse stato cotto al punto giusto.
Resomi conto di questo stato di cose, mi congedai dalla mia interlocutrice virtuale indirizzandole formule non contemplate nel galateo linguistico. Avendo poi rilevato che questo scenario si ripeteva, con varianti di minor conto, con altre partner, mi sono chiesto: perché non mettere a frutto questa mia dote straordinaria? Procurandomi tre o quattro clienti al mese (sono di parche abitudini esistenziali) la mia sopravvivenza sarebbe assicurata senza tribolazioni.

martedì 3 ottobre 2006

Salvate il napoletano che muore


Qualche riflessione che ho fatto sulla parola “vaso” (bacio nel napoletano tradizionale, termine ormai in netto regresso se non in contesti scherzosi), mi dà l’opportunità per un più articolato rilievo sull’uso moderno del dialetto partenopeo.
Il napoletano sta cambiando, com’è naturale che sia per ogni lingua viva che assume nuovi vocaboli e ne rigetta altri non più adeguati alla sensibilità degli utenti di quella parlata. I nuovi vocaboli hanno la particolarità di rendere a poco a poco omogeneo il napoletano alla lingua italiana. Questo fenomeno non è altro che un’appendice della globalizzazione che prende piede in tutto il mondo; cioè tendono a sparire tradizioni e usi localistici col risultato di appianare tutta la cultura a un modello standard valido in gran parte del globo.
Ho già detto che l’antico “vaso” è nettamente in disuso e usato nel napoletano moderno più che altro in situazioni ironiche. La stessa sorte sta seguendo una serie di termini antichi propri della tradizione partenopea, che lasciano il campo a vocaboli più intonati all’italiano (e a mio avviso meno espressivi e belli). Stanotte riflettevo su alcuni di questi termini che cadono in disuso.

Per esempio c’è il verbo ‘nfonnere (bagnare) che cede il passo al più moderno bagnà (io già molti anni fa mi rifiutavo di dire che uscendo sotto la pioggia mi ero ‘nfuso). ‘O chianchiero e ‘a chianca arretrano di fronte a macellaio e macelleria, arretra pure il “don” di eredità spagnoleggiante con cui ci si rivolge ai signori chiamandoli per nome. Ecco ancora un’altra serie di termini che sono in fase calante, sia pure in certi casi ancora vivi nell’accezione scherzosa: segue tra parentesi la traduzione italiana che è lo stesso termine adoperato nel napoletano moderno senza pronunciare la vocale finale.
Alleggerito (digerito), nenna (bambina, il termine è ancora usato in contesti vezzeggiativi), ciato (fiato), crisommola (albicocca), purtuallo (arancia), perzeca (pesca), addumannato (domandato), allero (allegro), casciulella (cassetta), denocchie (ginocchia), caiola (gabbia), ‘ntrasatte (all’improvviso), palomma (farfalla), propeto (proprio), ciorta (fortuna), puteca (negozio), suoccio (uguale).
Anche i nomi delle persone subiscono lo stesso fenomeno di spersonalizzazione delle tradizioni. Oltre al fatto che i nomi assegnati ai nuovi napoletani sono i Marco, i Manuel e le Alessia e le Valeria che furoreggiano nel resto d’Italia... se per caso hai un Antonio lo chiami Tony e non ‘Ntuono, se hai un Gennaro sopravvissuto lo definisci Genny, non Ennà, Assunta è Susy e Anna non è certo Nannina. Austino, Vecienzo, Gerozzo, Tatore, Marittiello, Cuncettì, Puppenella, ‘Mmaculata, Franchetiello… dove sono finiti tutti questi nomi?

Ormai a Napoli si apre una scatola e non una buatta, si prende una pentola e non una caccavella, sferri un pugno e non una cagliosa. E se hai delle monete le metti nel salvadanaio, mica nel carusiello. Se ti voglio far ridere, ti faccio il solletico, non ti ciculeo. I bambini napoletani moderni non raccolgono ritrattielli, ma figurine, non giocano con le pazzielle, ma con i giocattoli, possono essere invidiosi e non mmiriusi e infine, se devono dar fuoco alla casa, usano i fiammiferi e non i micciarielli.
Quelli che riporto, si sa, sono solo alcuni esempi di un più vasto fenomeno di avvilimento linguistico del dialetto napoletano (come di altri dialetti).
Riflessione finale. Nello scrivere l’ultimo post in dialetto, quello intitolato “Damme nu vaso primma ca moro”, spesso sono stato a disagio. I termini che mi salivano alla bocca erano spesso simili a quelli italiani (fenomeno di livellamento che peggiorava a causa della cattiva resa scritta dell’idioma napoletano di cui ho già parlato altrove). Io invece volevo che fosse visibile la forza espressiva peculiare e unica del mio dialetto, cioè della mia lingua.

lunedì 2 ottobre 2006

Italiano contro napoletano


Ne dico un paio sull’evoluzione linguistica del dialetto napoletano e di come esso sia costantemente insidiato dalla lingua italiana. Con l'avvertenza che l'idioma della mia città è considerato quasi sempre una lingua vera e propria.
Quando ero bambino o ragazzo a quanto ricordo la forma espressiva principe delle mie parti era il dialetto. L’italiano si parlava solo in contesti formali o ufficiali come la scuola o in determinati ambiti di lavoro. Già per chiedere informazioni stradali a un estraneo si ricorreva a una forma dialettale un po’ meno stretta, sostenuta da alcune parole o locuzioni in italiano. Se si interagiva con personale municipale per richiedere documenti personali la forma di comunicazione era data perlopiù da una parlata mista, dove comunque il napoletano, specie dopo le battute iniziali, prevaleva. Ricordo che un evento davvero raro, così raro da apparire ridicolo, era udire una persona conversare per strada nella lingua ufficiale nel nostro Paese.

Nel rione dove vivevo io all’epoca - era un po’ più malfamato di quello dove sono ora, ma sempre nello stesso quartiere – c’erano alcune famiglie di origine triestina (credo fossero profughi istriani che dopo la guerra furono distribuiti in varie parti d’Italia). Ricordo in particolare un ragazzino sui dieci anni. Non ho mai saputo il suo vero nome, tutti lo chiamavano “taliano” (italiano) per il fatto che si esprimeva in un italiano perfetto e inusitato dalle mie parti. Davvero era un’assurdità sentire quando questo “taliano” apriva la bocca e parlava. L’assurdità era rinforzata dal fatto che questo ragazzo triestino era stato arruolato, per motivi incomprensibili, nella mi più pericolosa banda giovanile del mio rione e forse dell’intero quartiere, cioè la Banda dei Chiattoni (nome fuorviante perché i delinquenti membri della banda non erano affatto grassi)… Il capo della banda, Gerozzo (Ciro), venne ammazzato a 18 anni in una spedizione punitiva (un giorno forse parlerò di questo autentico demonio e della tremarella che ti veniva, anche se eri grosso il doppio di lui, se solo ti passava a cinquanta metri).
Più tardi, ai tempi del liceo, la situazione era più o meno questa nel mio quartiere. Le ragazze tra loro parlavano quasi sempre in italiano (anche se dimostravano di saper usare perfettamente il dialetto, il quale doveva essere la loro forma di comunicazione principale in famiglia). I ragazzi conversavano tra loro sempre in napoletano, sforzandosi di ricorrere a una parlata più raffinata quando si rivolgevano al gentil sesso. In classe ovviamente si parlava nella lingua di Manzoni.

Di recente la situazione pare molto cambiata. Non è raro ascoltare nel mio quartiere, pur essendo il dialetto la parlata ancora maggioritaria, conversazioni in italiano. Non molto tempo fa sono rimasto sbalordito quando ho udito due bambini di sette o otto anni, palesemente appartenenti alla classe degli scugnizzi partenopei, parlare tra di loro in italiano. Mi sono detto qualcosa come “Sta cambiando tutto”.
I figli delle mie sorelle sono stati educati a parlare solo in italiano (e questo gli ha provocato problemi a scuola, perché per essere accettato dal gruppo devi saper utilizzare pure il napoletano). I miei nipoti hanno fatto il percorso inverso al mio: hanno imparato il dialetto a scuola e l’italiano in famiglia.

Al più presto la seconda puntata sulle modifiche linguistiche nella parlata napoletana. :-))

sabato 30 settembre 2006

Damme nu vaso primma ca moro


Damme nu vaso cu sta vocca zuccarella,
damme nu vaso roce ca sape e fravole cumm’atté,
damme nu vaso primma ca moro
e damme nu vaso, famme campà pur’ammè.
Nu vaso che te costa?
Puro si nun me vuo’ bbene,
puro si nun me può suppurtà,
damm''a vocca toia e famme arricrià.

Ma t’è vista che femmena ca sì?
L’e viste chilli capille luonghe e lisce?
E chill’uocchie chine e cielo
e chelli braccia ianche e secche
‘ngopppa a stu pietto maniariello
ca me fa fregnere ‘ncuorpo?
L’e capite ca me facesse accirere pe nu vaso tuoio?
Pe nu vaso e sta vocca bella?
Nun sto pazzianno, uagliò,
me manca ‘o ciato solo a ce penzà.

E mmane toie, po’, nun se ponno raccuntà.
So’ ‘e mmane e na’ reggina
e n’angelo r’’o paraviso,
so accussì peccerelle e fine ca facessero nnammurà
pure ‘e muorte e Puceriale.
E quanno te miette ‘o smalto russo,
maronna mia, i’ te magnasse tutt’’e dete.

Si’ proprie na ‘nfamona,
tutto stu bbene e Dio t’’o ttiene pe’ tté,
quanno putisse fa arriciatà tant’uommene
ca se so’ scurdate ‘o doce e ll’ammore.
E damme nu vaso, famme campà pur’ammè.
Famme campà cinche minute ‘mmocca a Dio,
Fa’ chest’opera e carità.

Questa è la traduzione dal napoletano, sempre con l’avvertenza che la traduzione del dialetto lo avvilisce e che quindi sarebbe bene leggere solo la versione originale.

Dammi un bacio con questa bocca di zucchero,
dammi un bacio dolce che sa di fragola come te,
dammi un bacio prima di morire,
dammi un bacio, fa’ vivere pure me.
Un bacio che ti costa?
Pure se non mi vuoi bene,
pure se non mi puoi sopportare,
dammi la tua bocca e fammi felice.

Ma ti sei vista che donna che sei?
Li hai visti quei capelli lunghi e lisci?
E quegli occhi pieni di cielo
e quelle braccia bianche e snelle
sopra questo seno piccolo
che mi fa vibrare dentro?
L’hai capito che mi farei uccidere per un tuo bacio?
Per un bacio di questa bocca bella?
Non sto scherzando, ragazza,
mi manca il fiato solo a pensarci.

Le tue mani poi non si possono descrivere.
Sono le mani di una regina,
di un angelo del paradiso,
sono così piccole e sottili che farebbero innamorare
pure i morti di Poggioreale.
E quando ti metti lo smalto rosso,
madonna, ti mangerei tutte le dita.

Sei proprio senza cuore,
tutto questo ben di Dio lo tieni solo per te,
quando potresti far felici tanti uomini
che hanno dimenticato com’è dolce l’amore.
Dammi un bacio, fa’ vivere pure me
Fammi vivere cinque minuti vicino a Dio,
fa’ quest’opera di carità.

martedì 26 settembre 2006

Contrordine: gli uomimi preferiscono le cervellone alle oche


Tenetevi forte perché sto per fare una dichiarazione epocale. Qualcosa che sconvolgerà le vostre conoscenze e coscienze. Un’affermazione che farà giustizia di luoghi comuni e falsi miti propagandati in ogni cantuccio di questo mondo asservito alla filosofia dei reality show. Vi avverto, non sarete più gli stessi di prima dopo aver letto questo post. Io vado allora, eh? :-))
Ecco la mia sconvolgente dichiarazione. A differenza di ciò che si dice a ogni latitudine e di ciò che forse anche voi credete, cortesi amici del blog, gli uomini non preferiscono le oche, ma le donne intelligenti. Quelle che hanno cervello e pensano. Quelle che sanno fare conversazione e aprono la bocca senza dire banalità, ma esprimendo pensieri articolati.
Ma come, direte voi? Sei impazzito? Lo sanno tutti che i maschi vanno in estasi quando possono accompagnarsi a un velina mezza scema o a una calendarista che non azzecca un congiuntivo manco per sbaglio. E che si tengono alla larga dalle Rita Levi Montalcini anche quando hanno vent’anni e sono carucce. Ci stai a prendere in giro?

Sono serissimo. In effetti anch’io, a furia di leggere questo luogo comune in ogni dove avevo finito per convincermi che fosse vero (l’ho letto solo pochi giorni fa in un paio di post schiaffati in prima pagina). Poi ho pensato. Dove sta scritto che gli uomini hanno un debole per le oche? Perché dovrebbero tenersi alla larga da una donna che pensa? In quel momento ho avuto come una rivelazione dall’alto. I maschi, e dunque anche questo vostro indegno narratore, non si tengono alla larga dall’intelligenza femminile, ma dall’aggressività che spesso a essa è connaturata.
Da qui sono venute intuizioni a grappoli. Il maschio, è notorio, non si eccita (non per sua scelta, ma per motivi evoluzionistici) in presenza di comportamenti aggressivi. Un cipiglio battagliero non suscita desiderio sessuale, ma piuttosto facilita il rilascio dell’adrenalina necessaria per prepararsi a uno scontro o a un confronto spigoloso. L’aggressività altrui mette in moto il sistema di lotta-fuga, non certo i circuiti cerebrali legati alla riproduzione e all’affettività. Anche se talvolta nei film di Tinto Brass o nelle barzellette si vedono maschi godere in presenza di bellicose virago che li frustano e li seviziano, questo è ben raro che accada nella realtà. Il comportamento aggressivo (che sia manifesto o occultato dalle buone maniere) quindi tende a essere un potente antagonista dell’apparato sessual-affettivo. Non a caso è stato osservato che il comportamento degli innamorati somiglia a quello dei bambini, con coccole e moine puerili volte proprio a disinnescare l’aggressività e quindi a favorire l’affettività e il desiderio sessuale, in altre parole l’amore.

Dopo questa riflessione tuttavia mi sono trovato a pensare che spesso l’intelligenza si accompagna all’aggressività. Non è una regola automatica e immancabile, ma di rado mi è capitato di conoscere una persona intelligente che non fosse pure aggressiva (anche se di quel tipo di spirito combattivo celato da buona maniere proprio della nostra società sofisticata). Ci sono, è vero, pure non pochi casi che sfuggono a questo principio. Il geniale Einstein non era molto aggressivo o litigioso a quanto ne so, o comunque lo era molto meno di certi scienziatucoli falliti che sono disposti ad accoltellarti se metti in dubbio qualche loro teoria.
Quindi ecco il ragionamento che sottopongo alla vostra riflessione. I maschi non sono intimiditi dall’intelligenza delle donne come comunemente si crede, ma solo all’aggressività che parrebbe essere il sottoprodotto di quella qualità umana. Parimenti non sono attratti dall’atteggiamento gallinaceo di certe svampite da rotocalchi, ma solo dalla mancanza di spirito antagonistico che è il substrato di questo tipo umano. Anzi qualsiasi maschio può e deve essere allettato da una donna brillante, perché accoppiandosi con lei genererebbe una prole più perspicace – l’intelligenza umana segue vari percorsi, ma uno è legato senza dubbio all’ereditarietà - e quindi adatta alla sopravvivenza (e sappiamo che è solo questo fine evolutivo che ci fa trovare o non trovare attraente un possibile partner sessuale).

Le donne esemplificate in questo post sono state immaginate uguali in tutto, aspetto, età, indole, tranne nell’intelligenza.

lunedì 25 settembre 2006

Io domani (parte prima)


E’ tutto buio. Mi fa paura, il buio. Da quando ero piccolo. Ho passato anni con la lucina accesa di notte. E’ un’abitudine di molti bambini, ma poi passa quasi a tutti. A me no. La mia lucina era accesa di notte anche dopo sposato e anche dopo che la mia prima figlia se ne è andata di casa. Dicevo che era una piccola mania innocua. Non ho mai confessato ad anima viva che il buio mi terrorizza, specie se prolungato.
Per ora comunque, al di là del buio, sto a meraviglia. Perché mi sento così voglioso di vivere? E se c’entrasse l'incidente del sogno? Di certo il brutto sogno è frutto dell’abbuffata di ieri sera. Mi sono ingozzato come un porco in un ristorante etnico, greco o turco, vatti a ricordare. Però forse non sono state brodaglie infuocate e trippa al peperoncino a mettermi fuori gioco. In effetti l’incidente che pensavo di aver sognato potrebbe essere accaduto davvero. Ecco, ora tutto mi è chiaro.

Tornavo da un fine settimana passato a folleggiare con la mia molto amante e poco segretaria. Avevamo preso una buona tirata di coca, io e Valeria. E credo di aver ammanettato la mia segretaria alla testiera del letto e di averla picchiata, ma solo un pochino. Niente frusta, stavolta. Le ho fatto uscire appena un filo di sangue dall’angolo della bocca a suon di ceffoni; il suo nasino delicato non ha ruscellato la solita fanghiglia rossa… d’altra parte uno come fa ad eccitarsi senza certi preliminari? Dunque ero su questa curva a doppio senso quando la mia Audi è impazzita. Ha sfondato il guardrail precipitando in una scarpata. Valeria, dolorante e sanguinante, è uscita fuori dall’auto capottata chiedendo aiuto. Sei stata grande, Valeria, avrei voluto dirle mentre correvo verso l’ospedale in un’autoambulanza a sirene spiegate. Mi hai salvato la vita con la tua prontezza di riflessi. Mi spiace ricompensarti per il suo eroismo scaricandoti a brutto muso come farò domani.

Ho già tentato diverse volte di alzarmi, ma non ci riesco. Niente di preoccupante. Per operarmi devono avermi anestetizzato e gli effetti si fanno ancora sentire. Comunque tra poco, ne sono certo, potrò alzarmi dal letto di ospedale in cui devo trovarmi e accendere la luce. Ho sempre pensato che sarei impazzito trovandomi un’ora al buio. E per completare quell’ora non ci deve mancare molto. Una volta sono rimasto chiuso in ascensore per mezz’ora senza vedere una lucina piccola così. All’uscita sono piombato in una crisi di pianto. Ci sono voluti sei mesi di terapia per liberarmi del nero seppia addensatosi dentro.
Dunque, a che pensavo? Ah, al fatto che da domani sarò un uomo molto migliore. Prima di tutto devo cominciare a trattare mia moglie come un essere umano. Dov’è finita la luce bellissima che illuminava il mondo intorno a lei? L’ho spenta io con le mie scappatelle. Talvolta sono stato crudele senza motivo. Ho lasciato a bella posta sulle mie camicie tracce di rossetto. Ho superato ogni limite di cattiveria quando ho sistemato in casa, in un luogo a lei facilmente accessibile, una foto di me abbracciato a una delle mie amanti occasionali. L'ho presa pure in giro quando Anna ha finto di non aver mai visto la foto del marito fedifrago. Mia moglie è stanca e imbottita di psicofarmaci. Forse pensa che la vita sia un tale inganno che viverla accanto a uomo codardo e traditore o altrove ha poca importanza.

Domani chiederò perdono ad Anna. E anche ai miei figli. Sono sempre stato una sorta di estraneo ostile per loro. Mai presente in caso di bisogno. Mai trovati cinque minuti per raccontare una favola prima di dormire. Chiederò scusa a Cristina per averla buttata fuori di casa dopo il suo matrimonio con un poveraccio che non giudicavo alla sua altezza, cioè alla mia. E lo stesso farò con il povero Roberto. Scommetto che non ha scordato le botte che gli dato quando, a soli tredici anni, mi ha dato dello schifoso nazista arraffasoldi.
Appena schiarirà giorno, l’ho detto, nuova vita. Basta con la mia spietatezza da squalo degli affari. Basta imbrogliare i clienti della mia agenzia di assicurazione. Ho toccato il fondo quando, con la complicità di un medico corrotto, ho fatto stilare un falso certificato medico per derubare del suo premio assicurativo il marito di una donna morta per cancro, un operaio in cassa integrazione di Genova. Il disgraziato si è suicidato a causa dei debiti contratti per le spese legali. Be’, appena possibile risarcirò i figli.
Ah, quante cose devo fare. Domani dovrò scusarmi con il mio ex socio di lavoro e dargli i soldi di cui l’ho derubato quando mi ha venduto la sua parte della nostra agenzia di assicurazioni. Gliel’ho pagata una miseria profittando del suo bisogno di contanti a causa di problemi familiari. Domani andrò a trovare, dopo quattro anni, la mia vecchia mamma che ho chiuso in un istituto per disabili con la scusa di cure più adeguate. Domani risarcirò i miei fratelli dell’eredità che gli ho sottratto con un testamento estorto a mio padre agonizzante. E riassumerò nella mia agenzia un’impiegata belloccia, una certa Marilena tutta curve, che ho licenziato due anni fa perché non voleva venire a letto con me.

Questo post è un mio racconto che avevo stampato su carta. Ho deciso di accorciarlo e pubblicarlo qui in due puntate. “Io domani”, come si ricorderà, è un’indimenticabile canzone di Marcella Bella.

giovedì 21 settembre 2006

Poesia, poesia, sembra che non ci sia


Un giorno di aprile ero cotto di una blogger. Volevo in tutti i modi persuaderla a vedermi con favore. Volevo rassicurarla sulla mia anima gentile (la mia anima talvolta è davvero gentile anche se in qualche caso soggetta a incresciosi cambi di umore). Ero fermamente deciso a mandarle poesie. Ma quali? Neruda, Byron, Garcia Lorca, la Dickinson o addirittura Catullo? (Non sono un grande esperto di poesia, ma qualcosa ho letto pure io.)
Ci pensai e capii quasi subito che solo un genere poetico poteva esprimere i miei sentimenti nella maniera in cui li percepivo, il dolce stil novo. Dopo lunga meditazione scelsi i versi che seguono. Di recente ho avuto qualche dubbio esistenziale riguardo all’effettiva utilità dell’invio di versi per conquistare il cuore di una donna, dato che ho visto individui illetterati e rozzi, di cui è dubbia perfino l’appartenenza al genere umano, bivaccare sulle spoglie di raffinate donzelle che avevano ceduto al loro fascino.

Dante "Tanto gentile e tanto onesta pare"

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Guido Guininzelli "Io voglio del ver la mia donna laudare"

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch'è lassù bello a lei somiglio.
...
Passa per via adorna, e sì gentile
ch'abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa 'l de nostra fé se non la crede;
e nolle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c'ha maggior vertute:
null' om pò mal pensar fin che la vede.

Guido Cavalcanti "Io non pensava che lo cor giammai"

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir' tormento tanto,
che dell'anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.

Ancora Dante "Ne li occhi porta la mia donna Amore"

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.

mercoledì 20 settembre 2006

L'amore è Ottocento


Dove abita l'amore di preferenza? In quale luogo, in quale epoca? Domanda difficile. Ognuno lo vede dove vuole. Per me l’amore più coinvolgente al cinema o nei libri è soprattutto quello vissuto e ambientato dell’Ottocento. Non saprei dire perché. Ho visto e letto spesso storie sentimentali ambientate in questo secolo che mi hanno catturato. L’amore nella fiction, televisiva o narrativa, per me è quello del secolo dei grandi cambiamenti, del romanticismo, delle macchine a vapore, del positivismo, del darwinismo, dell’industrialismo, del socialismo e di un sacco di altri ismi. Ci si può amare nei tempi attuali o in uno qualunque dei decenni dopo la guerra mondiale, ci si può amare negli anni Trenta o all’epoca del cinema muto, nel Settecento, nel Seicento, sui vascelli corsari in rotta per la Tortuga o nelle corti principesche del Rinascimento, intorno a una Tavola Rotonda, nella Firenze di Dante e Guininzelli o dove si voglia… però gli amori che più mi hanno colpito sono quelli dei tempi di Stendhal o di Flaubert, delle Cime Tempestose e delle Signore delle Camelie.
La storia televisiva che (almeno per quanto ricordo adesso) mi ha coinvolto di più dal punto di vista sentimentale è Il rosso e il nero di Stendhal, in una riduzione televisiva credo russa, c’era mi pare l’attrice Natalia Bondarciuk nel ruolo di Mathilde, la signora sposata che cede al fuoco passionale di Julien Sorel (ho cercato di trovare notizie su questo sceneggiato con Google, ma non ci sono riuscito, quindi mi dovrò accontentare dei miei ricordi). Rammento che mentre vedevo questo storia televisiva ero preso dall’elettricità che emanava dall’adulterio montante. Percepivo nitidamente l’atmosfera di peccato, il dolce sapore del proibito. Gli sguardi malandrini che volavano sullo schermo tra il seminarista e precettore Sorel e Mathilde - la bella e come si dice inquieta moglie del suo datore di lavoro - mi coinvolgevano in prima persona. Ho letto pure il romanzo e devo dire che, anche se è molto raffinato e descrive con maestria un’epoca storica, non comunica la stessa elettricità amorosa e passionale dello sceneggiato televisivo che ebbi la fortuna di vedere.
Ci sono state un mucchio di altre storie amorose legate all’Ottocento che mi hanno lasciato un’emozione duratura, Orgoglio e pregiudizio, L’educazione sentimentale, Jane Eyre la solita Madame Bovary, le molte Figlie di Capitani, per non scordarci pure i meno celebrati ma non meno intensi amori dei Michele Strogoff o delle Tigri della Malesia che hanno agitato i cuori in questo secolo straordinario. I titoli sono così tanti che non potrei citarli tutti anche se li ricordassi senza omissioni. Perfino in un romanzo di impostazione nettamente diversa da quella sentimentale come Frankenstein o il moderno Prometeo, l’amore viene attinto a piene mani dalla penna ispirata di Mary Shelley; il mostro creato dallo scienziato pazzo ama, perfino più di molti uomini di epoche successive.
La nostra mente come è noto a qualcuno opera delle semplificazioni per rendere visivamente una parola. Per esempio se io dico “cane” il cervello di chi ascolta questa parola riprodurrà l’immagine media di un cane archiviata nei suoi neuroni. Allo stesso modo ciascuno accosterà una sua immagine personale in riposta alle parole albero, fiore o, che ne so, yogurt. Ebbene penso che nella mia mente la parola amore sia associata in maniera irreversibile a un uomo in redingote ottocentesca che flirta con una signora in crinolina, possibilmente in un’atmosfera proibita.