mercoledì 25 ottobre 2006

Peggio i cani cani o i cani umani?


Non ho mai avuto a che fare con i cani in vita mia, se non in occasioni spiacevoli. Trovo i cani rumorosi, molesti e spesso ne ho paura. C'è un parco dalle mie parti in cui un grosso cartello avverte che non sono ammessi i cani e ogni volta che lo vedo penso che sia la migliore idea avuta da quelli del parco, che tra l'altro è tranquillissimo. Prenderei a calci negli zebedei i proprietari di cani grossi e notoriamente aggressivi che li portano in giro senza museruola. Prenderei due volte a calci negli zebedei i padroni dei cani sopra descritti quando, accorgendosi della tua apprensione causata dalla belva assassina a loro affidata, ti dicono ridacchiando: “E’ bravissimo, non farebbe male a una mosca”. Salvo accorgersi poco dopo che l’angioletto a quattro zampe ha sbranato vivo un povero bastardo che passava di lì.
Veramente ammazzerei i padroni di certi cani. I padroni, non i quadrupedi. Sono quasi trent’anni che sono costretto a passare per una stradina che a un certo punto si restringe costringendoti a rasentare il cancello di un’abitazione. Ebbene, da quel cancello sono trent’anni che salta fuori un demoniaco botolo che ti ringhia sul viso (il figlio di una cagna – non è sempre lo stesso per ovvi motivi temporali - sale su un muretto per essere a livello della tua faccia). In realtà il cane non salta fuori ogni volta, ma solo una su dieci o una su venti. Però ogni volta che sono costretto a percorrere i venti metri della cancellata sono sempre in apprensione, attendendo il proditorio attacco canino (che, come nei film dell’orrore, si verifica sempre quando meno te lo aspetti). Non so chi abiti nella casa del botolo, ma se qualcuno la radesse al suolo e mettesse ai ceppi gli inquilini, ne godrei. Se Gesù ha preso quaranta frustate, rifletto inoltre, alcune dozzine di carezze col gatto a nove code sarebbero una medicina sacrosanta per la schiena di certe persone.
Facevo un tifo del diavolo per il bravissimo ministro Sirchia quando dichiarò guerra ai cani di grossa taglia e ai loro padroni di immensa scostumatezza. E’ un’indecenza che tu debba trovarti davanti pit bull e soci a ogni angolo di via, senza museruola e spesso senza guinzaglio. E’ un’indecenza che tu ogni volta debba cambiare strada per non trovarti a tu per tu con le fauci del mostro canino. E’ un’indecenza che tu debba far finta di niente quando il carognesco cane portato a spasso ti abbaia contro, mentre l’ancor più carognesco padrone se la ride sotto i baffi per come ti sei irrigidito.

Ultima sui cani (ma potrei scriverci un romanzo su questo argomento). Nel mio palazzo vivevano il più stronzo padrone di cani della città e la belva canina più aggressiva e assetata di sangue umano, un pastore tedesco che avrebbe fatto una gran figura al guinzaglio di un nazista con le croci uncinate fin dentro il culo. Il mio palazzo non ha l’ascensore. Ciò significa che sia il cane che io (e gli altri inquilini dello stabile) dovevamo incrociarci spesso e volentieri per le scale. Il peggio del peggio era quando il nazista e la sua belva calavano dall’alto e tu eri costretto a salire (l’idea di darti a una fuga subitanea ti sembrava umiliante), schiacciandoti alla ringhiera nell’illusione di sfuggire alle fauci canine. Non scorderò mai il ghigno satanico del padrone del cane, quando ti assicurava che la sua creatura schiumante di rabbia era incapace di torcere un capello umano (l’assicurazione veniva data sempre quando il pastore tedesco ti si avventava addosso approfittando della favorevole ubicazione settentrionale).
Naturalmente sia prima di scendere le scale sia, soprattutto, quando dovevi salirle, tu tendevi l’orecchio alla maniera dei Comanche per cogliere indizi che tradissero la presenza della belva assassina, pronto a posticipare uscita o rientro per tutto il tempo necessario. Ma talvolta questo pur lodevole artificio si dimostrava insufficiente a evitarti incontri ravvicinati del tipo terzo o quarto. E dovevi affrontare il mostro da posizione svantaggiosa, sorbendoti per di più il sarcasmo del nazista proprietario di cani.
Questo andazzo è andato avanti per anni. Poi un giorno capitò un fatto epocale. Mi affacciai alla finestra notando che due cani di grossa taglia si affrontavano in una lotta senza quartiere. Seguivano l’aspra contesa gran parte degli inquilini del caseggiato, affacciati come me alla finestra. Ben presto fu evidente che il pastore tedesco del nazista aveva la peggio in quello scontro, dovette battere in ritirata umiliato e parecchio malridotto. In quel momento accadde qualcosa che mi fece capire che io non ero il solo – per mia mancanza di coraggio come avevo creduto fino ad allora – ad aver sofferto degli incontri ravvicinati con la belva ospite del mio palazzo. Infatti, quando fu evidente la disfatta del cane scostumato, si levò un applauso fragoroso da tutte le finestre, accompagnato da cori di giubilo per la sorte toccata all’odiato cane, il cui padrone, una volta tanto non sghignazzava, ma doveva subire i ghigni altrui.

lunedì 23 ottobre 2006

Il clamoroso ritorno del mio angelo custode


La lettera di protesta. - A chi la devo scrivere, questa dannata lettera? A san Pietro, all’arcangelo Gabriele?
- Guarda, nel mio ufficio di tuo indefesso consulente esistenziale, ti esorto a ponderare certi…
- … ma come cazzo parli, stramaledetto pennuto celeste? Ufficio, consulenza! Nel caso tu lo abbia scordato, se facessi vedere il mio naso a dieci chilometri da Wall Street mi prenderebbero a calci in culo come l’ultimo dei barboni. L’unica giusta che hai detto è che sei un fesso…
- … come cercavo di segnalarti prima del tuo zotico intervento, in qualità di tuo angelo custode ti ammonisco a riflettere, nell’auspicabile interesse della tua armonia psicofisica, di rifuggire dall’impulsività. Inoltre oso dire che il tuo inidoneo modus vivendi inficia palesemente la possibilità di procurarti un’adeguata...”
- “… gnocca! Fica, bernarda, passera! Questo è ciò che cerchiamo. Cerchiamo un buon posto in cui parcheggiare…
- Ma che dici?
- … in cui posteggiare, situare, allocare…
- E ora che significa quel tuo gesto sconcio con il braccio?
- … riporre, introdurre, incuneare? Insomma dimmi tu dove lo devo mettere questo affare qui sotto prima che ci crepi sotto il naso per mancato utilizzo!
- Non ho parole per stigmatizzare la tua grossolanità.
- Non tentare di svicolare con quella tua parlantina da Oscar il maggiordomo di Elisabetta! La lettera di protesta è già bell’e fatta. Devo trovare solo il destinatario. Ma tu ce l’avrai un principale da qualche parte, no? Ho capito, taglio la testa al toro e scrivo a Lui, il Capo in persona.
- Ma caro ragazzo, tu sragioni. Il Superiore ha già un sacco di gatte da pelare! Pensa al Medio Oriente, alle guerre, all’effetto serra, alle scalate bancarie fatte dai furbetti di quartiere e dai furbastri da city finanziaria… Per tacere dei test nucleari coreani e dei vaneggiamenti di quello squilibrato iraniano. Come puoi pensare che il Comandante perda il Suo prezioso tempo per cercarti, ehm, la ragazza che non sei capace di trovarti?

L'angelo custode di ufficio. - Eh no, babbeo di un angelo ! La donzella non la trovo perché mi metti i bastoni tra le ruote. Ma se riesco a mandare la lettera di protesta a Chi di Dovere, ti mettono spalare la merda dei beati…
- Povere orecchie mie!
- … mentre io trovo un’opportuna sistemazione per il mio smorto amico. Guardalo lì. Se lo lascio avvilire un altro po’, questo qui si lascia morire di stenti. E sono sicuro che appena si sarà diffusa la notizia della sua prematura dipartita, fameliche moltitudini femminili mi si fionderanno addosso per violentarmi.
- Ora esageri.
- Altroché! Sciami donneschi si avventeranno sul mesto cadavere tentando di rianimarlo.
- Cerca di controllarti.
- Si accaniranno sulle sue spoglie senza pietà. Gli praticheranno la respirazione bocca a bocca, il massaggio cardio-uccellifero, l’elettroshock coglionifero.
- Sta’ calmo. Ti fa male agitarti così.
- … E alla fine, quando le inappagate Figlie di Eva comprenderanno che niente potrà ridare vita al Lazzaro inguinale, lo divoreranno per la rabbia. Se lo sgranocchieranno fino all’ultimo brandello. Ah, come soffro!
- Se non me lo proibisse la mia specchiata deontologia angelocustodesca, a quest’ora ti avrei già abbandonato alla tua negatività!
- E che ti sto chiedendo da un’ora, sottospecie di gallinaceo celeste? Ah, ma non pensare che io scordi la mia lettera di reclamo. Eccola qui, inizia con “Carissimo Dio”...
- Primo errore. Lui non sopporta questo tono intimistico da chatline, è un tipo all’antica e non ti sognare di rivolgergli formule come “xké”, “azzzzz” o peggio ancora “wow” perché è capace di fulminarti seduta stante…
- E allora la scrivo così: “Spett. Egr. Ill.mo Sig. Onnipotente Creatore del Cielo e della Terra…”
- Ottimo inizio, se cerchi di farti assumere part-time presso l’Assessorato alla Balneazione di Vietri a Mare o nelle esattorie palermitane degli eredi dei fratelli Salvo.”
- “… vorrei ricusare gli uffici dell’angelo custode che graziosamente Ella mi ha assegnato alla nascita a cagione della sua acclarata incapacità. Chiedo rispettosamente che detta figura assistenziale sia sostituita da altro angelo custode o, ove ciò non sia possibile, che io sia sollevato dall’obbligo di convivere con questa categoria professionale.”
- Ah-ha! E poi dici che sono io quello che parla il burocratese! Credi di stare impugnando la sentenza di una Corte d’Assise? Inoltre non puoi cambiare l’angelo custode come faresti con il tuo avvocato! Cosa credi che quando ne hai preso uno a calci in culo te ne assegnino un’altro di ufficio?

Usufrutto della sgnacchera in usucapione. - E ora che accidenti fai?
- Strappo la tua lettera, non vedi? Basta con le bambinate.
- Tanto ho tutto qui in testa. Dopo la riscrivo pari pari e la spedisco.
- E dove, di grazia? All’indirizzo ufficio_angelicustodi@paradiso.com? No, lasciamo perdere le recriminazioni. Ho giusto alcune proficue idee per, come dire, lenire il tuo disagio psico-ambientale.
- Se significa che sai come procurarmi una gnocca sono tutto orecchi.
- Prima di tutto, penso che dovremo stilare una lista di… ecco, potremmo dire di possibili cooperatrici esistenziali.
- Stai mica parlando di fare un elenco di donzelle che te la danno?
- Io non mi esprimerei mai in tal guisa, ma per una volta soprassediamo pure sulla tua libera fraseologia. Insomma quante, ehm, pollastre umane conosci inclini a… cedertela in usufrutto?
- Parli di usufrutto mediante testamento, rogito o usucapione?
- Non mi sembra il momento per il tuo spirito di bassa lega. Allora la scrivi?
- La lista delle cooperatrici? Ce l'hai una penna con molto inchiostro?
- E' un'altra delle tue battute?

Continua...

giovedì 19 ottobre 2006

Quante persone verranno al mio funerale?


Dalla finestra ho visto un corteo funebre passare nella strada di sotto. Era molto sobrio, una macchina nera davanti e alcune persone, poche, che seguivano l’ultimo viaggio del loro caro scomparso (ricordo soprattutto una signora vestita di chiaro che portava un bambino nel carrozzino). La visione del corteo funebre mi ha turbato, cioè mi ha turbato soprattutto la scarsezza del seguito umano. Ho pensato: succede così, vivi molti anni, fai sogni degni di un supereroe, conosci tante persone, ti innamori a ripetizione della gente più assurda… poi muori e al tuo funerale si presentano una dozzina di persone che hanno l’aria di volersi trovare altrove.
La scena vista dalla finestra mi ha colpito tanto da spingermi a scrivere questo post di getto. Mi sono chiesto come sarà il mio funerale quando sarà il momento. In verità mi è sembrato di vederlo per un attimo mentre mi sporgevo dal davanzale. Facevo l’ultimo viaggio in una macchina mortuaria semplice, economica, con poche persone al seguito, forse perfino meno di quelle del funerale di stamattina. Non mi dispiaceva, mentre avevo quella visione, di essere morto (capita a tutti prima o poi), ma trovavo davvero avvilente che così poche persone avessero sentito la mia mancanza. Insomma, è un’ingiustizia andarsene nell’indifferenza altrui. So che può sembrare un pensiero ridicolo: se sei giunto al capolinea della vita, che cavolo te ne frega se al tuo funerale di presentano tre individui sbadiglianti o folle da stadio?
Ho provato sentimenti analoghi anche girando sul blog, specie imbattendomi in siti abbandonati da tempo (eventi che mi inducono sempre a pensieri luttuosi). C’è una ragazza che ha abbandonato da alcuni mesi, ho parlato spesso con lei, le piacevano le canzoni di “Mary Poppins” (soprattutto lo “Spazzacamin” o quella della pillola che va giù con un poco di zucchero). Sul suo blog abbandonato ci sono si è no cinque commenti e due glieli ho messi io. D’altra parte ci sono i morti “fortunati” come chi ha abbandonato il blog da anni e trova ancora chi gli lascia segni del suo passaggio.
C’è chi muore ricordato e benvoluto e chi non trova manco un disgraziato che gli metta un crisantemo appassito sulla tomba.

lunedì 16 ottobre 2006

Se mi ami, non ti amo


Sono vestiti di nero funerale, si strappano i capelli a ciocche, si lamentano e singhiozzano. Fanno pena. Ti fanno sentire in colpa perché non soffri come loro, anche se non ridi di gusto da tre anni, da quando il tuo vicino di casa odioso si è rotto una gamba cadendo per le scale. Come, che cosa gli è capitato? Questi pietosi individui nerovestiti amano ma non sono riamati. Il fato si è accanito contro di loro, facendogli incontrare i più canaglieschi e irriconoscenti partner sentimentali che calchino il suolo terrestre. Hanno avuto la sfiga di trovare sul loro cammino uomini (o donne) senza cuore, che li hanno spremuti ben bene per poi involarsi. Che sfortuna, che iella!
Ho sempre faticato a capire i lamenti della gente meravigliata del non amore altrui. Perché si lamentano costoro, ma soprattutto perché si stupiscono? E se non ci fosse niente di strano nell'amare una persona senza esserne riamati (senza esserne riamati nella stessa misura)? E se anzi quella fosse la regola dei normali contatti sentimentali umani? Se fosse addirittura obbligatorio che la persona per cui perdi la testa debba riamarti in misura inversamente proporzionale?

Per fare luce su questo aspetto delle relazioni umane dobbiamo ovviamente prima cercare di capire cos’è l’amore e come e quando esso si manifesti. Quand’è che qualcuno ci fa innamorare e perché?
Inutile dire che tentare di definire l’amore nell’angusto spazio offerto da un post – quando non ci sono riuscite le migliori menti di questo pianeta spargendo fiumi di inchiostro – è un’impresa più che ardua. Siamo quindi costretti a essere sintetici e ad accettare alcuni presupposti logici senza dimostrazione. Il punto da cui mi pare si debba partire è che l’amore è una strategia volta a favorire la riproduzione della specie umana e che riveste una tale importanza nell’esistenza di ciascuno di noi proprio perché la spinta riproduttiva è la principale esigenza di qualsiasi essere vivente. Se accettiamo questo presupposto interpretativo, dovremo senz’altro arguire che se riteniamo di svolgere al meglio la funzione di procreazione assegnataci dall’evoluzione, siamo senz’altro più innamorati.
Semplifichiamo molto. Come deve essere il nostro ideale partner sessuale affinché noi percepiamo di svolgere al meglio la nostra funzione riproduttiva, innamorandoci senza freni? Il suddetto individuo deve avere due caratteristiche specifiche, a mio avviso. Deve essere (quanto più) bello, intelligente, affettuoso, giovane e ricco… cioè deve possedere le proprietà utili a tramandare geni favorevoli alla discendenza e ad allevarla con adeguati mezzi materiali, morali e intellettuali. Inoltre deve essere percepito da noi come un partner “possibile”, una persona con cui (considerati i nostri requisiti estetici, psicologici e sociali, che ciascuno di noi sa valutare con invidiabile precisione) possiamo ragionevolmente aspirare a vivere. Una persona che rientri nella nostra circoscritta zona di caccia sentimentale. A tal proposito è probabile che i soliti Brad Pitt e Angelina Jolie - due attori a ragione o a torto molto ammirati da entrambi i sessi - siano un pizzico al di fuori delle nostre logiche aspettative sentimental-riproduttive e quindi difficilmente potremmo innamorarci di loro.

Fin qui filerebbe tutto liscio. Ci basterebbe trovare uno di questi partner desiderabili e “possibili”, superare la robusta concorrenza di altri individui che vogliono accaparrarsi la stessa preda e quindi vivere felici e innamorati con il nostro Lui (la nostra Lei). Per fare un esempio rozzo ma efficace l’amore è come comprare con ciò che abbiamo in tasca (molto o poco che sia) una macchina di valore superiore al nostro status sociale. L’amore è la percezione di aver fatto un “affare” conveniente in campo riproduttivo. Un grande amore è probabilmente la sensazione di aver concluso un affarone. Un grande amore è una Ferrari o una Porsche che per qualche incredibile evento della vita siamo riusciti a fare nostre anche se fatichiamo ad arrivare a fine mese.
Tuttavia c’è un problema in amore. Bisogna essere in due per praticare questa attività bramata dagli uomini. E se noi abbiamo una sfera di interesse in cui cercare un partner sentimentale, anche lui ha una sua sfera di interesse. E anche lui amerà di più o di meno il suo partner a seconda che questi si ponga in alto o in basso sulla scala della desiderabilità in campo riproduttivo (e questa scala di desiderabilità è stranamente corrispondente a quelle delle molte gerarchie – estetiche, sociali, intellettuali, economiche – esistenti nella comunità umana). Tornando al nostro esempio automobilistico, noi abbiamo la percezione di aver fatto un affarone accaparrandoci con i nostri pochi soldi, cioè con le nostre delimitate qualità estetico-intellettual-sociali, la Ferrari o la Porsche o comunque una macchina al di sopra delle nostre possibilità… Ma chiediamoci: se la Ferrari e la Porsche avessero una personalità umana, avrebbero la stessa percezione? Anche loro penserebbero di aver fatto un affare vivendo e interagendo con noi? Non è molto probabile. E’ facile invece quelle macchine di lusso si sentirebbero un tantino declassate ad avere incrociato la loro esistenza con dei disgraziati come noi. La Ferrari e la Porsche, se fossero umane e potessero provare emozioni, probabilmente ci amerebbero meno di come le amiamo noi e ci lascerebbero in fretta a favore di acquirenti umani alla loro altezza sociale, anzi, se possibile, perfino un pochino più su.
Ogni volta che noi amiamo molto o, peggio ancora, moltissimo una persona, quindi, quell’individuo, per i motivi spesso esposti provocatoriamente in questo post, deve amarci poco o pochissimo.

L’esempio delle macchine di lusso è fatto a scopo ironico, ma non troppo. Inoltre è davvero raro che le Ferrari incrocino la loro esistenza con quella dei poveracci descritti nel post. In genere quando in amore si verificano queste difformità per così dire di status riproduttivo (status che come ho cercato di dire riguarda molti fattori e non sono quelli estetici, sociali o intellettuali), si tratta di differenze contenute anche se perfettamente evidenti alle due parti della coppia amorosa.
La logica deduzione del discorso che abbiamo impostato è che, ipotizzando la presenza delle citate (e ben delimitate) zone di caccia o di interesse sentimentali, alcuni individui saranno sempre e comunque esclusi dalle strategie amorose di altri. Non avranno alcuna possibilità, per l’insufficiente valore riproduttivo che rappresentano agli occhi di alcuni loro simili, di essere presi in considerazione come partner sentimentali. Per tutta al vita vivranno in un mondo “a parte” che sarà escluso da altri mondi. L’apartheid come si vede è una costante della società umana e pensare che tale efficace vocabolo debba essere utilizzato solo in campo razziale è una grossa ingenuità.

venerdì 13 ottobre 2006

Dio salvi la regina e il blog


Il blog ci fa bene o no? Conviene impiegare parte del nostro tempo, molto o poco che sia, nell’utilizzare questa forma di comunicazione virtuale? Io credo di sì. Credo proprio che il blog faccia bene a un gran numero di noi.
Ieri sera ho ricevuto la telefonata di una persona che non sentivo quasi da due anni. Mi sono reso conto mentre le parlavo che io ero cambiato. Mi sentivo più sereno, meno nervoso. Quei cambiamenti positivi – posto che esistano davvero nel modo in cui li ho percepiti – a mio avviso erano dovuti al fatto di aver comunicato sul blog negli ultimi mesi. Stare qui mi ha cambiato e credo che mi abbia cambiato in bene.

Qualche volta ho parlato male del blog e dell’insoddisfazione che può darci il cattivo uso di questo delicato strumento virtuale. Oggi ne voglio dire un gran bene. Ho già detto altrove dei vantaggi che il blog può apportare al tuo modo di scrivere. Di come ti induca alla sintesi e all’efficacia espressiva. Di come ti spinga a migliorarti nella parola e nella comunicazione. Il blog da questo punto di vista è un continuo tennis. Tu scrivi e ti rendi conto dai commenti che ricevi se ciò che dici è efficace o no (e in caso negativo cerchi di introdurre le opportune modifiche alla tua prosa per renderla più incisiva); leggi i post degli altri e capisci come e perché alcuni funzionano e altri no.

Ma il vantaggio grandissimo che ti dà il blog è quello di farti comunicare con altre persone (che in qualche caso smettono di essere figure virtuali per assumere fattezze concrete). Il blog è puro ossigeno per individui che si sentono soli o che hanno avuto scarse occasioni di relazioni sociali nella vita. Io prima di venire in questi lidi virtuali mi sentivo di certo più solo di come mi sento adesso. Soprattutto comunicavo con molta maggiore difficoltà con il prossimo. Certo non è che i cambiamenti che ho riscontrato in me siano epocali, e che se prima facevo l’orso ora mi metto a raccontare barzellette sconce al primo che incontro in strada. Però qualcosa è accaduto in me e io lo percepisco come un cambiamento positivo. Sono uscito dal guscio.

Ciò che mi preme sottolineare è che il blog ha influssi positivi anche nella vita reale, quella che vivi incontrando persone in carne e ossa e facendo esperienze concrete. La comunicazione virtuale ti rende più spigliato anche nelle vicende di tutti i giorni, meno titubante nell’aprirti con gli altri.
Sono certo che un’evoluzione simile alla mia, chi più chi meno, l’abbiano sperimentata anche gli amici virtuali che in questi mesi ho avuto l’onore di frequentare sul blog. Stare qui ci fa bene, credetelo. Dobbiamo solo imparare a farlo con la giusta dose di moderazione, il che non è detto che sia facile.
Lunga vita al blog e ai blogger (sperando che non debba pentirmi presto di queste parole. :-)).

mercoledì 11 ottobre 2006

L'ala o la coscia - La parte preferita della donna


Cari amici vicini e lontani, mi sono posto una domanda di recente, soprattutto dopo aver letto una delle solite interviste che girano sul blog. Dunque, quale parte del corpo femminile preferisco? Che lo si creda o no non ricordo che nessuno mai mi abbia rivolto sul serio questa domanda (una delle predilette nelle interviste da blog o da talk show).
Ho dedicato un po’ di tempo a riflettere sul quesito. A un certo punto, sorprendendomi io per primo mi sono reso conto che sul corpo femminile esiste un’invisibile linea di demarcazione, che potremmo situare grossomodo alcuni centimetri sotto le clavicole. A meridione di questo solco immaginario domina il regno del desiderio sessuale, della fame prosaica di carne femminile, della concupiscenza erotica. Le lande settentrionali sono invece l’ostello di sentimenti gentili e poetici.

Analizziamo infatti, cortesi amici del blog, la conformazione geografica femminile a mezzogiorno della linea Maginot subclavicolare. La prima struttura anatomica di un certo spessore che incontriamo nella nostra esplorazione scientifica è il seno, composto da due ben noti rilievi carnosi che, catturati nella mano bramosa, sollecitano vividi aneliti sessuali, nonché potenti impulsi masticatori in alcuni soggetti predisposti (tra cui il vostro esecrando narratore). Procedendo nella nostra escursione troviamo il morbido ventre femminile, provvisto del ghiotto ombelico suscitatore di ben studiate fantasie allorché venga esposto in pubblico tramite i pantaloni a vita bassa in voga tra vere e finte adolescenti. Tralasciamo la pur importante disamina di spalle e schiena e concentriamoci sul baricentro muliebre, custode di conformazioni orografiche suscitatrici di tempeste ormonali presso gli osservatori maschili.
Sul davanti abbiamo l’area inguinale composta dal Monte di Venere e dalle zone genitali e dietro abbiamo il sedere, altresì detto deretano o culo. Il trittico composto da queste due impareggiabili zone corporee unite alle sottostanti cosce sinuose e fragranti è di certo la regione più eccitante dal punto di vista sessuale, tale da portare alcuni negletti individui sull’orlo della pazzia (devo forse aggiungere che il qui presente narratore è tra questi?). Ma i tesori del corpo femminile non sono ancora esauriti. Procedendo verso la zona polare antartica, ci imbattiamo in paesaggi sempre notevoli che terminano in piedini da sogno muniti di dita spesso smaltate di color rosso bacio.

Proviamo adesso invece ad ascendere sopra la suddetta linea Maginot clavicolare. Ci renderemo subito conto, attenti e perspicaci compagni virtuali, che i paesaggi corporei propri di questo nostro secondo viaggio didattico stimolano in noi emozioni idilliache, romantiche. Ci imbattiamo quasi subito nel collo sottile e poi nella squisitezza del viso, che genera ripetuti sentimenti lieti con la morbidezza della bocca, delle gote, del naso delicato, degli occhi che fanno innamorare. Da non scordare i lunghi capelli femminili che strappano sorrisi propri del baccalà umanoide quando li accarezzi o li sfiori con le labbra riarse dal desiderio.
La nostra disamina settentrionale e dei sentimenti gentili a queste lande associati non è ancora terminata, perché dobbiamo ancora esaminare le braccia muliebri. Anch’esse sollecitano aneliti poetici con la snellezza delle membra che digradano con geometrie musicali nel polso. Un discorso a parte meritano le mani delle donne, probabilmente il più leggiadro strumento presente sul corpo di questi esseri straordinari. Le mani femminili hanno la particolarità di suggerire l’idea di grazia più completa percepibile in questa dimensione imperfetta. Sono belle. Belle come poche cose si possano immaginare. Arrivo perfino a dichiarare che nessuna struttura di questo mondo mortale racchiude in sé maggiore grazia delle mani femminili quando sono belle, e lo sono spesso.
Rimane comunque l’interrogativo sulla parte femminile che preferisco. Dalla riflessione fatta è facile arguire che devo dare almeno due distinte risposte. Una per l’emisfero australe e uno per quello boreale. Per il sud scelgo il deretano (non fatemi pronunciare il termine esatto o mi viene un colpo), senza scordare il richiamo irresistibile generato dalle cosce aperte di fanciulle sedute in modo all’apparenza sciatto. Per il poetico nord femminile scelgo le mani. Le mani che fanno innamorare.
Le mani che fanno innamorare.

Piccola appendice. Stamattina sono andato in farmacia. C’era una ragazza in camice bianco dietro il bancone. Non era bella, ma che mani aveva! Sottili, magnifiche. Ho capito finalmente da dove è originata l’espressione siciliana “Bacio le mani”! :-)

lunedì 9 ottobre 2006

Io domani (seconda parte)


E se riprendessi il romanzo rimasto nel cassetto? Con la letteratura non si guadagna un centesimo? E’ vero, ma cosa potrebbe importargliene all’uomo nuovo che sarò tra ventiquattr’ore? Scrivere un romanzo mi migliorerà. Coinvolgerò pure Anna nel mio progetto. Lei scriveva benissimo un tempo. Era una piccola star del giornalismo di provincia. Ha lasciato perdere la penna perché le ho messo un mucchio di bastoni tra le ruote. E poi ormai anche Roberto si prepara a spiccare il volo dal nido. Tra poco saremo liberi, io e Anna. Magari potremo fare qualcosa di pazzo e meraviglioso. Potremo vendere tutto, case, ville al mare, macchine, quei terreni inedificabili comprati e coperti di cemento dopo aver corrotto tutti gli amministratori del caso, quegli scantinati malsani del centro storico in cui ci ho ficcato, a peso d’oro, decine di poveracci extracomunitari, quelle barche da Portofino acquistate con i soldi succhiati ai disgraziati universitari assunti in nero nella mia società… diremo addio a tutto e partiremo una qualche splendida isola dei tropici, uno scoglio sull’oceano lontano dagli itinerari del turismo consumistico, dove vivere di sole e amore.

L’incidente stradale era la cosa migliore che mi poteva capitare, ormai ne sono certo. Tra l’altro certi avvenimenti ti inducono a riflettere su cose a cui non vuoi mai pensare. Cose come la morte, per esempio. O come ciò che accadrà dopo di essa. Già, cosa accadrà? Non me lo sono mai chiesto sul serio. Quando me l’hanno domandato, ho sempre giurato di non credere in Dio. Ora però ho qualche dubbio. E se poi alla fin fine esistesse qualcosa o qualcuno, un’entità che potremmo pure chiamare Dio? E se esistessero anche le altre cose della religione cristiana? Magari non tutte, ma quelle principali. Se ci fossero il paradiso e l’inferno? Come sarebbero quei posti? Certo molto diversi da come li ha immaginati chiunque. Sarebbero luoghi sofisticati, degni dell’Intelligenza Suprema che chiamiamo Dio. Chiunque li abbia immaginati come cieli dozzinali in cui oziare in panciolle o abissi in cui arrostire in eterno, ha fatto un grave torto a Dio, se davvero esiste, e alla Sua intelligenza.
Penso che soprattutto sull’inferno ci si sbagli. Bruciare all’infinito mi pare una cosa volgare che non fa poi tutta questa paura. Dopo un po’ ti abitueresti all’odore della tua carne bruciata e passati diciamo un miliarduccio di anni qualche scottatura in formato maxi non ti farebbe molto effetto. L’inferno deve essere un luogo molto più sofisticato e pauroso. Come un enorme punto nero. Un punto nero e buio in cui sei immerso da solo. Senza la capacità di percepire alcunché se non il riverbero dei tuoi pensieri. Tu e i tuoi pensieri nel buio. Cioè solo i tuoi pensieri, perché tu non esisti, non hai forma o concretezza, non ci sei.
Non riesco a immaginare niente di più spaventoso di questo. Un luogo buio e basta. E in quel luogo non luogo ci devi passare non secolo o un millennio. Non un milione o un miliardo di anni. Ma l’eternità. L’eternità passata in un luogo buio e basta. Senza nemmeno il privilegio di impazzire. L’eternità a galleggiare in un buio totale, con la tua mente che ricorda tutto e funziona alla perfezione… e che non ha meccanismi di difesa. Da solo, nel buio, senza poter impazzire. Se l’inferno esiste, deve essere così.

Per fortuna non sono ancora morto. Per fortuna da domani butterò all'aria la vecchia vita. Per fortuna domani mi trasformerò nell’uomo più buono e altruista della terra. Così quando verrà il mio turno di essere giudicato, e ormai penso che quel momento verrà senza dubbio, nessuno penserà a mettermi in un terribile inferno di buio e basta.
C’è una domanda terribile che cerco in tutti i modi di evitare. E se per me non ci fosse nessun domani? Se io non fossi in una stanza di ospedale in attesa che qualcuno accenda la luce? Se io in quell’incidente stradale fossi morto e questo fosse l’inferno? Se dovesse continuare così per sempre? Con la mente lucida che macina pensieri su pensieri in questo terribile buio e basta, senza nessuno, senza una voce, una presenza, un’anima, senza niente? Ho paura.

Il presente post è un mio racconto su carta molto accorciato. Pensavo di avere poco da imparare nel campo della revisione a livello di frase, dato che anche prima di venire sul blog dedicavo parecchia attenzione a questa pratica… ma scrivere i post mi ha insegnato che quasi non esiste limite alla capacità di sintetizzare la tua prosa mantenendo inalterata la qualità del tuo messaggio. A presto con altre riflessioni su questo punto.

sabato 7 ottobre 2006

E' bella Margot in abito da sposa


E’ bella Margot in abito da sposa.
Non è stata mai così bella in vita sua, lei che certo non ha il fisico di una modella.
Ha il viso candido, serio, il sorriso tirato a causa della trappola infernale che le affligge il busto per snellirle la figura. E’ bella come ogni sposa che sale sull’altare. Però in lei oggi c’è qualcosa di più. Per una volta ha lasciato perdere l’autocontrollo e si è abbandonata ai suoi impulsi profondi.
E’ nervosa, Margot, oggi. Ha mille dubbi che le agitano la mente. Come sarà il domani? Come sarà la sua vita tra un anno e tra due? Ha fatto la cosa giusta a venire su quest’altare per pronunciare un sì? Sì, sì, sissississì. Quante volte ha pensato a quella parola! E’ sicura che al momento giusto quella semplice sillaba le si incastrerà in gola per l’emozione, facendo ridere tutti gli invitati al matrimonio.
Sui dubbi comunque non c’è niente di male, riflette. Solo un’oca in questo giorno straordinario non si farebbe sfiorare dal minimo timore. Sì, Margot, fai la cosa giusta. Fai la cosa giusta perché hai pensato molto a questo giorno e lo hai fatto con l’intelligenza e la passione che ti sono proprie. Fai la cosa giusta perché la fai con amore.

Ma lasciamo perdere i pensieri della sposa, contentiamoci di guardarla.
Guardiamola sui tacchi alti, perché li indossa così di rado.
Guardiamola con quella sottana classica perché non la vedremo spesso così.
Guardiamo il viso truccato con cura che lei stessa non riconosce quando si specchia.
Guardiamola mentre se la ride sotto il velo di sposa. Riderà ancora, si sa, e anche forte, ma non lo farà mai più nel modo speciale di questo giorno speciale.
Guardiamola ora, vi prego, guardiamo Margot sull’altare e pensiamo a quanto sia fortunato l’uomo che le sta di fianco.
Oggi Margot si sposa.
Oggi noi siamo felici perché lei è felice.
Ora dobbiamo andare. Però non possiamo lasciarla senza girarci a guardarla un’ultima volta.
Ma che diavolo, avete visto come è bella Margot in abito da sposa?

Oggi, se i miei calcoli sono esatti, è un giorno speciale per la nostra amica blogger Margot. Questo post è l’unico regalo che posso farle. Spero che lo gradisca.