
Non ho mai avuto a che fare con i cani in vita mia, se non in occasioni spiacevoli. Trovo i cani rumorosi, molesti e spesso ne ho paura. C'è un parco dalle mie parti in cui un grosso cartello avverte che non sono ammessi i cani e ogni volta che lo vedo penso che sia la migliore idea avuta da quelli del parco, che tra l'altro è tranquillissimo. Prenderei a calci negli zebedei i proprietari di cani grossi e notoriamente aggressivi che li portano in giro senza museruola. Prenderei due volte a calci negli zebedei i padroni dei cani sopra descritti quando, accorgendosi della tua apprensione causata dalla belva assassina a loro affidata, ti dicono ridacchiando: “E’ bravissimo, non farebbe male a una mosca”. Salvo accorgersi poco dopo che l’angioletto a quattro zampe ha sbranato vivo un povero bastardo che passava di lì.
Veramente ammazzerei i padroni di certi cani. I padroni, non i quadrupedi. Sono quasi trent’anni che sono costretto a passare per una stradina che a un certo punto si restringe costringendoti a rasentare il cancello di un’abitazione. Ebbene, da quel cancello sono trent’anni che salta fuori un demoniaco botolo che ti ringhia sul viso (il figlio di una cagna – non è sempre lo stesso per ovvi motivi temporali - sale su un muretto per essere a livello della tua faccia). In realtà il cane non salta fuori ogni volta, ma solo una su dieci o una su venti. Però ogni volta che sono costretto a percorrere i venti metri della cancellata sono sempre in apprensione, attendendo il proditorio attacco canino (che, come nei film dell’orrore, si verifica sempre quando meno te lo aspetti). Non so chi abiti nella casa del botolo, ma se qualcuno la radesse al suolo e mettesse ai ceppi gli inquilini, ne godrei. Se Gesù ha preso quaranta frustate, rifletto inoltre, alcune dozzine di carezze col gatto a nove code sarebbero una medicina sacrosanta per la schiena di certe persone.
Facevo un tifo del diavolo per il bravissimo ministro Sirchia quando dichiarò guerra ai cani di grossa taglia e ai loro padroni di immensa scostumatezza. E’ un’indecenza che tu debba trovarti davanti pit bull e soci a ogni angolo di via, senza museruola e spesso senza guinzaglio. E’ un’indecenza che tu ogni volta debba cambiare strada per non trovarti a tu per tu con le fauci del mostro canino. E’ un’indecenza che tu debba far finta di niente quando il carognesco cane portato a spasso ti abbaia contro, mentre l’ancor più carognesco padrone se la ride sotto i baffi per come ti sei irrigidito.
Ultima sui cani (ma potrei scriverci un romanzo su questo argomento). Nel mio palazzo vivevano il più stronzo padrone di cani della città e la belva canina più aggressiva e assetata di sangue umano, un pastore tedesco che avrebbe fatto una gran figura al guinzaglio di un nazista con le croci uncinate fin dentro il culo. Il mio palazzo non ha l’ascensore. Ciò significa che sia il cane che io (e gli altri inquilini dello stabile) dovevamo incrociarci spesso e volentieri per le scale. Il peggio del peggio era quando il nazista e la sua belva calavano dall’alto e tu eri costretto a salire (l’idea di darti a una fuga subitanea ti sembrava umiliante), schiacciandoti alla ringhiera nell’illusione di sfuggire alle fauci canine. Non scorderò mai il ghigno satanico del padrone del cane, quando ti assicurava che la sua creatura schiumante di rabbia era incapace di torcere un capello umano (l’assicurazione veniva data sempre quando il pastore tedesco ti si avventava addosso approfittando della favorevole ubicazione settentrionale).
Naturalmente sia prima di scendere le scale sia, soprattutto, quando dovevi salirle, tu tendevi l’orecchio alla maniera dei Comanche per cogliere indizi che tradissero la presenza della belva assassina, pronto a posticipare uscita o rientro per tutto il tempo necessario. Ma talvolta questo pur lodevole artificio si dimostrava insufficiente a evitarti incontri ravvicinati del tipo terzo o quarto. E dovevi affrontare il mostro da posizione svantaggiosa, sorbendoti per di più il sarcasmo del nazista proprietario di cani.
Questo andazzo è andato avanti per anni. Poi un giorno capitò un fatto epocale. Mi affacciai alla finestra notando che due cani di grossa taglia si affrontavano in una lotta senza quartiere. Seguivano l’aspra contesa gran parte degli inquilini del caseggiato, affacciati come me alla finestra. Ben presto fu evidente che il pastore tedesco del nazista aveva la peggio in quello scontro, dovette battere in ritirata umiliato e parecchio malridotto. In quel momento accadde qualcosa che mi fece capire che io non ero il solo – per mia mancanza di coraggio come avevo creduto fino ad allora – ad aver sofferto degli incontri ravvicinati con la belva ospite del mio palazzo. Infatti, quando fu evidente la disfatta del cane scostumato, si levò un applauso fragoroso da tutte le finestre, accompagnato da cori di giubilo per la sorte toccata all’odiato cane, il cui padrone, una volta tanto non sghignazzava, ma doveva subire i ghigni altrui.
Facevo un tifo del diavolo per il bravissimo ministro Sirchia quando dichiarò guerra ai cani di grossa taglia e ai loro padroni di immensa scostumatezza. E’ un’indecenza che tu debba trovarti davanti pit bull e soci a ogni angolo di via, senza museruola e spesso senza guinzaglio. E’ un’indecenza che tu ogni volta debba cambiare strada per non trovarti a tu per tu con le fauci del mostro canino. E’ un’indecenza che tu debba far finta di niente quando il carognesco cane portato a spasso ti abbaia contro, mentre l’ancor più carognesco padrone se la ride sotto i baffi per come ti sei irrigidito.
Ultima sui cani (ma potrei scriverci un romanzo su questo argomento). Nel mio palazzo vivevano il più stronzo padrone di cani della città e la belva canina più aggressiva e assetata di sangue umano, un pastore tedesco che avrebbe fatto una gran figura al guinzaglio di un nazista con le croci uncinate fin dentro il culo. Il mio palazzo non ha l’ascensore. Ciò significa che sia il cane che io (e gli altri inquilini dello stabile) dovevamo incrociarci spesso e volentieri per le scale. Il peggio del peggio era quando il nazista e la sua belva calavano dall’alto e tu eri costretto a salire (l’idea di darti a una fuga subitanea ti sembrava umiliante), schiacciandoti alla ringhiera nell’illusione di sfuggire alle fauci canine. Non scorderò mai il ghigno satanico del padrone del cane, quando ti assicurava che la sua creatura schiumante di rabbia era incapace di torcere un capello umano (l’assicurazione veniva data sempre quando il pastore tedesco ti si avventava addosso approfittando della favorevole ubicazione settentrionale).
Naturalmente sia prima di scendere le scale sia, soprattutto, quando dovevi salirle, tu tendevi l’orecchio alla maniera dei Comanche per cogliere indizi che tradissero la presenza della belva assassina, pronto a posticipare uscita o rientro per tutto il tempo necessario. Ma talvolta questo pur lodevole artificio si dimostrava insufficiente a evitarti incontri ravvicinati del tipo terzo o quarto. E dovevi affrontare il mostro da posizione svantaggiosa, sorbendoti per di più il sarcasmo del nazista proprietario di cani.
Questo andazzo è andato avanti per anni. Poi un giorno capitò un fatto epocale. Mi affacciai alla finestra notando che due cani di grossa taglia si affrontavano in una lotta senza quartiere. Seguivano l’aspra contesa gran parte degli inquilini del caseggiato, affacciati come me alla finestra. Ben presto fu evidente che il pastore tedesco del nazista aveva la peggio in quello scontro, dovette battere in ritirata umiliato e parecchio malridotto. In quel momento accadde qualcosa che mi fece capire che io non ero il solo – per mia mancanza di coraggio come avevo creduto fino ad allora – ad aver sofferto degli incontri ravvicinati con la belva ospite del mio palazzo. Infatti, quando fu evidente la disfatta del cane scostumato, si levò un applauso fragoroso da tutte le finestre, accompagnato da cori di giubilo per la sorte toccata all’odiato cane, il cui padrone, una volta tanto non sghignazzava, ma doveva subire i ghigni altrui.







