mercoledì 10 maggio 2006

Alzati che sta passando il cinema western


Signore e signori, ecco a voi John Ford. Non andate via, signore e signori, perché abbiamo pure un altro e più famoso John, e cioè il monumentale, non solo di fisico, Wayne.
Non ci serve nient’altro. Abbiamo tutto ciò che ci serve per essere felici. Per godere, per portare la nostra anima sognatrice all’orgasmo. Abbiamo gli sterminati paesaggi del selvaggio West, la suggestione unica dei grandi spazi e dei fitti silenzi della Monumental Valley prediletta da quello dei nostri due John che si dedica alla regia. Abbiamo il profumo della prateria e delle distese innevate del grande Nord (e della libertà insita in questi due odori dolcissimi), che arriva a noi anche dalle due dimensioni del grande schermo.

E abbiamo questo straordinario eroe in cui immedesimarci. Ossia il gigantesco, sprezzante, burbero, cinico John Wayne/Ethan, che darà corpo alla nostra ansia di trasformarci in protagonisti di vicende memorabili. Va tutto bene così? No, non va ancora bene. C’è bisogno ancora di qualche ritocco per godere al meglio della nostra avventura Perché non sta bene che il nostro modello sullo schermo abbia solo qualità positive. Che diavolo, siamo spettatori moderni e smaliziati! E allora che il nostro eroe sia anche un po’ razzista. Che il nostro eroe sia accecato da un odio verso gli indiani che lo porta a infierire sui loro cadaveri, affinché senza gli occhi le anime dei suoi nemici mortali non trovino la strada per arrivare a Manitù. Sì, un pizzico di razzismo antipellerossa (l’unico indiano buono è quello morto) va bene nel nostro eroe Ethan/Wayne. Aumenta la sua complessità e credibilità psicologica. In tutti i casi già sappiamo – siamo spettatori smaliziati non solo a parole - che prima della fine dell’avventura a due dimensioni il nostro Ethan si sarà redento dal cinismo e ancor più dal razzismo. E ci accompagnerà alla scritta finale mentre ci sentiamo il cuore leggero e grato.

Ho rivisto poche sere fa uno dei capolavori western di John Ford, Sentieri Selvaggi del 1956. Non il film del maestro del cinema che preferisco in assoluto (Ombre rosse e Il massacro di Forte Apache mi piacquero di più, ricordo; senza scordare il formidabile e modernissimo Uomo che uccise Liberty Valance o gli ugualmente eccezionali Cavalieri del Nord Ovest, Un uomo tranquillo o La carovana dei mormoni: ma qui è meglio smettere o non si finirebbe mai di citare film del genio del western). In ogni caso è una storia o meglio un‘avventura come ce ne sono poche. Tra l’altro si tratta della pellicola fordiana in assoluto preferita dai critici, quelli dotti e qualche volta con la puzza sotto il naso (probabilmente a causa della già accennata maggiore complessità psicologica rispetto a film precedenti e del superamento di una visione manichea seppur spettacolare del West). In una recente classifica stilata dai maggiori critici cinematografici, Sentieri Selvaggi si è classificato al quarto posto nei film di tutti i tempi.

Abbiamo tempo solo per la trama e per qualche considerazione finale. 1868, il disilluso Ethan, reduce alla guerra civile, è ospite del fratello nel periodo di tempo in cui questi e la sua famiglia sono trucidati dagli indiani. Sola la più piccola delle bambine sopravvive, rapita dai razziatori (sono i terribili Comanche). Ethan, aiutato dal figlio adottivo del fratello morto, Martin, cerca la superstite per mari e monti per dieci lunghi anni. Ritroverà la nipote quando, ormai adulta, sarà diventata un’indiana. Indimenticabile la scena finale, quella in cui John Wayne insegue a cavallo la nipote ormai corrotta ai suoi occhi dalla prolungata promiscuità con i pellerossa (trattasi della mitica e sfortunata Nathalie Wood)). Tutti pensiamo che voglia ucciderla, come ha già dichiarato di voler fare in altre parti del film. Invece all’ultimo momento John cambia parere e carica con affetto la Wood sul cavallo e dice qualcosa tipo “Si torna a casa”.

Cosa mi è rimasto impresso del film? Soprattutto la scena iniziale. C’è la porta di una tipica abitazione di legno che si apre e… ed ecco che il West ti entra in casa con le straordinarie distese della Monumental Valley. Cioè due metri fuori della casa, non a duecento metri o a due chilometri, già si respira aria di libertà. Già ti pare quasi di vedere gli indiani, ancora ostili nel cinema di quegli anni, o i bisonti… anche se i veri bisonti nel film si vedono solo quando le ricerche di Ethan e del nipote li porteranno molto più a Nord (a quel punto il truce Wayne uccide gratuitamente parecchi di quei bestioni per il solo scopo di affamare gli indiani: pensava, correttamente e in anticipo sui tempi, di annientare l'odiata razza dei pellerossa togliendole la principale fonte di sussistenza).
Efficacissimo lo scorbutico personaggio disegnato da Wayne. Le sue risposte sprezzanti al povero nipote che ha la sventura di accompagnarlo nella ricerca colgono sempre nel segno.
Ad armonizzare trama e personaggi, c’è tutto l’armamentario del West reso celebre da Ford. Le canzoni popolari, le briose donne in sottana che mettono in riga omaccioni grandi il doppio di loro, l’intermezzo comico assicurato dal mezzo scemo ma valoroso Mosè o dal Reverendo/capitano dell’esercito antagonista di Ethan. Ciliegina sulla torta il duello rusticano a colpi di sinceri cazzotti per decidere a chi debba andare in sposa la fanciulla fordiana già in abito nuziale.

Sul versante degli indiani, parecchie le note positive. Prima di tutto i nativi americani, come si dice adesso, sono visti in modo ben più articolato rispetto al passato. Gli indiani sono spinti da solide ragioni che spiegano, se non giustificano, certi loro eccidi indiscriminati. Hanno una loro cultura e personalità. Parlano di meno come i negri dei tempi di Via col vento e sembrano meno fumettistici dei loro colleghi sia pure efficacissimi di Ombre rosse. Pregevole pure la presenza di veri attori o comparse pellerossa, punto di rottura con certi indiani di aspetto mitteleuropeo che si vedevano nei film dell’epoca. Una delle poche note stonate in questo campo è che il capo dei Comanche razziatori, Scar/Scout, ha la faccia di uno che gli indiani li ha visti solo al circo.
Il film finisce dove era iniziato. Con lo straordinario uscio che si chiude sulla prateria. Tac, buio. L’avventura è finita.

martedì 9 maggio 2006

L'interrogazione - La trilogia galattica 2

- Allora, caro allievo, sei preparato per l’interrogazione?
- Ce l’ho messa tutta, signore, ma dovrà riconoscere ci vorrebbe un secolo per studiare e capire il… come dire, didietro delle donne terrestri.
- Chiamalo pure culo, quell’altro termine è usato solo da umani affetti da eufemismo acuto. Vedo che il tuo processo di trasmigrazione genetica è quasi concluso. Quando andrai in missione sulla terra col resto della classe veghiana nessuno ti prenderà mai per un alieno. Ora però dimmi della relazione. Hai trovato qualche modo creativo per interagire con il culo femminile?

- Ecco, non so se posso… io e gli altri compagni del gruppo di studio in effetti avremmo pensato, immaginato un modo che… ma forse è solo una nostra congettura senza fondamento.
- Prego, va’ avanti.
- Uhm, avremmo notato che il maschio umano è dotato di questa bizzarra appendice, credo sia una specie di organo sessuale denominato…
- … parlerò in un'altra lezione dell’appendice maschile.
- Sissignore signore, come lei avrà notato l’oblungo organo maschile reagisce a particolari sollecitazioni psicologiche cambiando forma e volume.
- Questa sua particolarità è nota a tutti gli osservatori della fauna terrestre. Procedi
- Ora, io e gli altri ragazzi del gruppo di studio abbiamo notato che sul didietro… mi scusi, sul culo... Qui, signore, le mostro il punto sul modello di femmina umana a grandezza naturale di cui è dotata la nostra classe. Vede, tra gli emisferi denominati glutei c’è questo come potremmo definirlo…
- Orifizio?
- Grazie, è la parola giusta. Dunque noi pensavamo che l’elemento maschile potesse relazionarsi con quello che lei ha chiamato…
- … ma che assurdità è mai questa? La vostra congettura è del tutto sconclusionata. Risulta evidente che l’appendice maschile in questione non riuscirà mai a relazionarsi con l’alveolo umano da voi indicato. Si vede a occhio nudo. Fate pure qualsiasi misurazione dei due elementi del problema e vi renderete conto…

- Ecco, dotto insegnante, anche a noi non è sfuggita questa particolarità di grandezze fisiche, ma abbiano giudicato che con l’aiuto di agenti antiattrito…
- Che diavolo farnetichi?
- Mediatori oleaginosi.
- Ti si è imbalsamata la gola? Non capisco, parla chiaro!
- Uh, usando termini terrestri potremmo dire che cospargendo l’area interessata di burro o margarina, prodotti che come lei certamente saprà…
- Ah, parli di lubrificatori! E perché non lo dici chiaro e tondo!
- Con questi elementi lubrificatori noi riteniamo che l’organo maschile potrebbe instaurare un’interazione proficua con, ehm, il cul…
- Le mie povere orecchie si rifiutano di ascoltare queste asinerie! La fisica è una cosa seria. E’ evidente a qualunque occhio, veghiano o terrestre, che lo scenario da voi prospettato non alcuna possibilità di verificarsi. Dove avete preso un’idea così inconcludente?
- Ci scusi, abbiamo visto un film terrestre in cui questa immissione veniva attuata con successo e, da quanto abbiamo potuto appurare, con soddisfazione delle due controparti, sicuramente di una.
- E voi credete a quelle cretinate dei film terrestri? Ma non lo sapete che la marmaglia umana sospira ancora per anticaglie sdolcinate come Via col vento? Cos’è, quella smorfia scettica? Volete mica forse mettere in dubbio il mio dotto parere?
- Nossignore signore. Solo che per verificare l’infondatezza della nostra congettura etologica, noi vorremmo, se lei ce lo permette…
- Permettere cosa?
- Vorremmo tentare un esperimento, come dire, di laboratorio.
- Un esperimento?
- Tenteremo, con la sua autorizzazione, di inserire il corpo oblungo A nel soggetto ricevente B. Ora le mostro.
Il didietro femminile - La trilogia galattica 1

sabato 6 maggio 2006

Il cruciverba dei blogger


Ragazzi, ci ho messo una vita per fare questo cruciverba (soprattutto per trasferirlo in un’immagine pubblicabile). Ho cercato di inserire quanti più nick di blogger amici, anche se in qualche caso mi sono dovuto arrendere ai miei limiti intellettuali.
Mi scuso verso coloro che non hanno trovato posto nelle mie definizioni; prometto che magari essi avranno accoglienza in un altro cruciverba futuro. I nomi inseriti devono la loro presenza alla loro facilità di immissione e non a qualche mia inesistente preferenza. Mi scuso per eventuali errori: è la prima volta in assoluto che creo uno schema di parole incrociate, pur essendo stato in altre epoche appassionato di enigmistica.
Spero che vogliate ricambiare i miei sforzi facendo un po’ di pubblicità per questo post. Saluti e baci a tutti gli amici del blog.

Ecco le definizioni che ci interessano.
Orizzontali: 9. Lewis lo scattista e Pea la blogger. 12. I suoi pensieri non sono affatto inutili come egli afferma. 13. La simpatica strega del blog in breve. 16. La fenice si spera felice. 18. Tov scrittore riservato. 19. La famosa e dark fragol. 22. Pinball. 24. L’attonita che lascia attoniti. 28. La ragazza che… 30. Il blogger che vede Oltre. 32. Quando non è Carl. 33. Una Miss tra noi.

Verticali: 1. Remedios in breve. 2. Attende a Itaca. 3. Un fiore delicato. 4. Atteso a Itaca anche senza testa. 7. Quelle della signora sono Scure. 14. L’elegante Aikido per gli amici. 15. Vale più delle Emme. 18. Semprelei quando lo dice lei. 19. Il suo è rosso.

mercoledì 3 maggio 2006

Il didietro femminile - La trilogia galattica 1


Questo, cari allievi, è un culo di donna. Rientra sotto questa definizione la speciale regione anatomica femminile posta sul retro del baricentro di questo bipede straordinario. Noterete la particolare conformazione sinuosa che obbedisce a una geometria curvilinea del tutto avulsa dalla spigolosità. Altri appellativi di questa invero mirabile struttura dell’universo, dove è più evidente che altrove l’indugiare della mano del Creatore, sono sedere, deretano, didietro, posteriore o più prosaicamente paniere o cestino.
Osservate qui e qui, cari allievi, ove pongo adesso la mia bacchetta da insegnante. Queste due aree tondeggianti dall’aspetto della pesca matura si chiamano glutei, i quali sembrano essere creati unicamente per ricevere pizzicotti da ardenti mani maschili. Tuttavia, o esimi studenti, quando sarete sul pianeta terra sotto mentite spoglie umane, non indulgete mai in questa pratica, perché le femmine umane terrestri, per qualche assurda ragione etologica non ancora compresa dai nostri studiosi del settore, reagiscono con violenza quando sono fatte oggetto di simili attenzioni.

Lo sguardo, noterete, è attirato ineluttabilmente dal punto di congiunzione dei glutei e accarezza la superficie anatomica adeguandosi alla flessuosità della sua struttura. Altra considerazione suscitata dalla nostra lezione odierna è che il culo femminile sembra esistere soprattutto per adeguarsi alla mano maschile. Ecco, qui accanto alla cattedra abbiamo una riproduzione di femmina umana a grandezza naturale. Provate, cari allievi, ad accarezzare la particolare area che studiamo oggi. Quelli di voi già avanti nel processo di trasmigrazione genetica verso il tipo umano noteranno che il modo migliore per saggiare il culo femminile è mettersi frontalmente alla sua portatrice, di modo che la mano aperta agguanti un gluteo in tutta al sua estensione e vi affondi un pochino i polpastrelli. Vi accorgerete che durante l’azione le vostre falangi tenderanno ad assumere una forma rapace, tipica dell’artiglio predatore intento a ghermire. Ma vi esorto vivamente a non abbrancare il culo femminile come suggerirebbe la meccanica dell’azione, onde evitare le reazioni etologiche già accennate poco avanti.
Naturalmente, ove la situazione lo permettesse, potreste anche saggiare con un polpastrello, il nostro testo scolastico suggerisce quello del dito medio, il punto di congiunzione delle morbide emisfere dette glutei. Vi suggerisco di compiere l’azione con prudenza, giacché essa è passibile di accelerare la pressione sanguigna oltre i limiti che i nostri esperti di fauna terrestre giudicano pericolosi per la salute.

Ah, mi accorgo che è scaduta l’ora di lezione, anche se la nostra disamina dell’argomento odierno è lungi dall’essere esaurita. Per domani fate una relazione sul modo più consono per stimolare il didietro delle donne terrestri. L’allievo che suggerirà il modo più creativo per interagire con questa struttura anatomica riceverà una nota di merito.
L'interrogazione - La trilogia galattica 2

domenica 30 aprile 2006

A me queste tre - Epoca moderna

Datemi queste tre e mi darete il paradiso.
Parlerò di tre attrici moderne che mi piacciono. La loro caratteristica non è quella di saper recitare (anche se per me l’espressione “saper recitare” non ha alcun senso, mentre ne ha la frase “non saper recitare”), ma di essere bellissime e di suscitare, nel mio tempestoso cuore, fantasie romantiche. Il fattore comune di queste figlie di Dio è di giustificare con un loro primo piano, almeno di fronte al mio rozzo intelletto, un’intera scena, al di là del valore del film o della sceneggiatura.

La prima di queste attrici si chiama Jennifer Connelly, tra l’altro vincitrice di un premio Oscar nel film A beautiful mind. Il film in questione mi è piaciuto, bella regia di Ron Howard, ossia l’attore che recitava Richie nel telefilm “Happy days”. Ma giuro sull’Onnipotente che non mi ero affatto accorto che la Connelly fosse brava a recitare (uso questo termine per comodità pur avendolo criticato). Ricordo alla perfezione la sua magnetica beltà quando indossava un lungo e verde vestito anni Cinquanta e come il suo sorriso seducente facesse ammattire il già matto genio matematico Russell Crowe. Ho rivisto la Connelly ieri sera nel dvd Hulk , film scadente, prolisso e confusionario a differenza della riuscita riduzione cinematografica del marveliano Spiderman. C’erano molti primi piani della Connelly e a ciascuna di quelle inquadrature io, immancabilmente, esclamavo “Che donna!” (la migliore inquadratura era di tre quarti, con un ciuffo di capelli che le pioveva artistico tra la gota pallida e l’orecchio dalla perfetta fattura, la bocca lievemente socchiusa a mostrare labbra turgide capaci nell’immaginario di esalare sussurri d’amore inauditi).

La seconda del trio di maliarde è Kate Beckinsale. Molti la ricorderanno nell’epopea fumettistico-horror di Underworld. Questo film è una boiata pazzesca, anche se con discrete atmosfere dark e scene d’azione ben costruite, in cui i vampiri se le danno di santa ragione con i licantropi. La Beckinsale ovviamente la fa da padrone con le sue tute aderenti alla Matrix. La storia in cui tuttavia mi fulminò è Perl Harbour in cui interpretava un’infermiera bella e impossibile… mai visto un paio di labbra femminili così rosse come in quel film, senza parlare dello stile unico con cui la Nostra portava quei cappelli bianchi a larga falda anni Quaranta e dell’ironia mista a desiderio con ti guardava dallo schermo. Nota a margine: il film mi deluse nel finale perché io parteggiavo per quello, tra i due piloti di caccia pretendenti della Beckinsale, poi rivelatosi il perdente in amore. Forse ero solidale con lo sconfitto a causa di mie esperienze analoghe.

A chiudere con Liv Tyler, figlia del cantante del gruppo rock degli Aerosmith. E’ stata un’abbagliante principessa elfa nella trilogia del Signore degli anelli. Io ne fui conquistato in Armageddon (anche qui un film fatto alla carlona, sconclusionato, ma con una protagonista assolutamente ammaliante). Negli ultimi tempi mi pare aver perso un po’ smalto. L’ho vista ingrassata in una commedia recitata con Ben Affleck, ma forse si trattava di esigenze cinematografiche.

Se ne avrò l’occasione parlerò di altre triplette cinematografiche femminili. Quella di epoca classica capitanata dalla gelida e disillusa, talvolta cinica, Marlene Dietrich e quella della “Terra di mezzo” capitanata da Sean Young , ossia l'indimenticabile Rachel, la bladerunneriana replicante inumana di cui ciascuno di noi si innamorerebbe in due secondi (le donne in carne e ossa scusino la nostra debolezza).

giovedì 27 aprile 2006

Country, ovvero le praterie di dentro

Credo di aver sempre amato il country, solo che per parecchio tempo non l’ho saputo. Avevo ascoltato qualcosa di questo genere musicale sempre con gran piacere, tipo “Everybody talkin’” di Harry Nilsson (il tema principale del notevole film Un uomo da marciapiede, canzone premiata con l’Oscar) o “High Noon” di Frankie Laine (ossia il tema conduttore di un capolavoro del cinema quale Mezzogiorno di fuoco: che sofferenza non poter parlare qui di questo straordinario film!).

Poi un giorno mi venne la fissa degli mp3. Ne registravo in continuazione. Di tutti i generi e di ogni contesto musicale. Mi procurai l’elenco dei vincitori del Grammy (che dopo il bel piazzamento pausiniano molti sapranno essere il massimo premio musicale americano) e cominciai a registrare i vincitori dal ’58, ossia dall’anno in cui Modugno, circostanza ignota ai più, vinse il premio principale della manifestazione con “Nel blu dipinto di blu”. Il Grammy ha molte categorie. Pop, rock, rhythm & blues, ora pure rap e via dicendo. C’era anche il country. Cominciai a registrare i vincitori (ogni anno sono premiate diverse canzoni per ogni genere: miglior brano, migliore interpretazione, maschile, femminile e di gruppo, migliore scrittura musicale eccetera). C’era un bel po’ di roba.
Il punto di svolta avvenne quando mi imbattei in “Solitary man” di Johnny Cash, brano che mi si confà già dal titolo. Lì mi dissi questa è la musica che fa per me. Chitarra, al massimo due, e voce malinconica e suggestiva, al massimo due. Mi buttai sul country e cercai di procurarmi quanto più possibile di questo genere musicale.

Nei Grammy country ho trovato un bel po’ di roba piacevole. I due cantanti che mi piacciono di più, oltre al citato Cash (ho suggerito a qualche amico del blog di ascoltare “One” del Nostro e più di uno ha riconosciuto la superiorità della versione di Johnny rispetto a quella pur notevole degli U2), si chiamano Allison Krauss e Willie Nelson. La Krauss è una brava interprete di canzoni perlopiù tristi e romantiche (quella che preferisco si chiama “The lucky one”); è anche una discreta chitarrista e, a dispetto del suo nome alemanno, se ricordo bene ha nel repertorio parecchie canzoni di ambito messicano. Di Willie Nelson, ricordo una versione country di “Georgia” e la sua coinvolgente “Always on my mind”, cantata pure da Elvis in tempi storici. Della produzione musicale dell’eccezionale Cash, oltre alle citate “Solitary man” e “One”, una menzione obbligata va a “Give my love to rose” (eseguita con una chitarra pizzicata, la sua voce roca e nient’altro, se non il tuo cuore che batte forte durante l’ascolto). Naturalmente ci sono molti altri interpreti e canzoni, ma sarebbe lungo ricordarli qui.

Una curiosità. Dopo aver visto The blues brothers per anni ho pensato che il country fosse musica per ritardati mentali (naturalmente anche in questo genere musicale è possibile e anzi probabile trovare un mucchio di schifezze che brutalizzano le sette note). Poi mi è capitato di ascoltare una delle canzoni che i terribili Fratelli Blues ridicolizzavano nel loro film, “Stand by your man”, (era quando cantavano in quel locale frequentato da bovari che li prendevano di mira con ogni sorta di bottiglie e cristallerie)… e mi è piaciuta. Poi mi sono accorto che pure la versione dei Blues Brothers, quella che avrebbe dovuto essere melensa e ridicola, anche quella mi piaceva, e non perché fosse ironica.

Infine, che sensazioni mi suggerisce l’ascolto di un buon pezzo di Cash e compagni? Sicuramente una lietezza dell’animo ispirata da grandi scenari in cui la mente spazia come vuole. Vedo le grandi praterie dentro di me? Si potrebbe dire così. E forse pure i bisonti di cui ho parlato in un altro post e un mondo nuovo e fresco e giovane e tuo. Soprattutto tuo. Un mondo in cui dominano la natura e i sentimenti, dove non ti senti ospite come talvolta capita in qualcuno dei nostri paesaggi metropolitani, ma in cui avverti che ogni avventura e ogni amore sono possibili. Sono sicuramente suggestioni non troppo meditate e realistiche. Ma la mente talvolta ci fa di questi scherzi e ci rende felici anche se ci imbroglia un po’.

mercoledì 26 aprile 2006

Ultimo desiderio di un condannato a morte

“Allora, signore, avete deciso qual è il vostro ultimo desiderio?”
Il comandante del plotone di esecuzione del mio sogno mi guardava lisciandosi i baffi alla ussaro napoleonico. Dietro di lui, una fila di soldati in divise ottocentesche già impugnava i fucili con cui giustiziarmi.
“Io, signore, ecco, in effetti credo che avrei deciso…” E’ strano, nel mio sogno avevo una voce più imbarazzata che spaventata anche se tra poco mi avrebbero bucherellato per bene.
“Dite pure, farò quanto è in mio potere per accontentarvi.” Il comandante del plotone era un ufficiale (e gentiluomo) della vecchia scuola. Uno di questi bellimbusti che ti ammazzano sì, ma solo dopo essere stato certi di aver seguito tutti i codici cavallereschi elaborati da Riccardo Cuor di Leone in poi.
“Io credo di, come dire, di volere, ossia se non avete niente in contrario…”
“Sì?”
“Ehm, vorrei una ehm donna… cioè, se fosse possibile…”
“Volete una donna?” Lo sguardo in tralice dell’ufficiale del sogno mi comunicava che quel desiderio non era esattamente contemperato dai dettami riccardocuorleoneschi. “E cosa ci vorreste fare con questa madamigella?”
“Oh, ma non è come voi credete. Io non sono assolutamente il tipo di persona che ardirebbe… che oserebbe… e poi in un momento come questo… Si tratta di un desiderio davvero stupido.”
“Parlate senza problemi.”
“Io… ecco… con questa fanciulla…”
“Fanciulla?” L’ufficiale mi fulminò con uno sguardo.
“Insomma, con questa signorina…”
“Avete detto signorina?”
“Ehm, volevo dire una signora matura, anche sposata… cioè, è meglio che non sia sposata, credo...”
“Dite cosa vorreste fare con questa donzella.” Il comandante del plotone di esecuzione ridacchiò poco cavalleresco e lo stesso fecero i rozzi individui aspiranti fucilatori.
Presi fiato e quindi dissi tutto d’un fiato, cercando di superare la vergogna: “Ecco io vorrei portare in braccio questa donzella.”
“Vorreste portarla in braccio?”
“Sì per due piani di scale.”
Ora il comandante e il plotone di esecuzione ridevano senza freno; la benda nera da usare per l’esecuzione aveva smesso di oscillarmi davanti agli occhi come aveva fatto negli ultimi secondi. “E poi?”
“E poi niente, no? Depongo la donzella dentro l’appartamento e torno qui a farmi fucilare.”
“Quindi il vostro ultimo desiderio è portare un donna in braccio per due piani di scale.”
“L’ho appena detto, no? So che può sembrare una richiesta, come dire, originale…”
“… chiamatela pure originale se vi va…”
“… Ma è una cosa che ho sempre desiderato fare. Purtroppo non ne ho mai avuto l’occasione perché…”
Il ghigno dell’ufficiale diceva che non c’era necessità di spiegare quel punto.
“Vi dispiacerebbe togliermi una curiosità? Voi avete espresso questo desiderio solo perché avete capito che questo è un sogno, vero? Nella realtà voi non avreste mai manifestato mai un desiderio così…” Il mio interlocutore cercava le parole. “… un proposito così…” Dava l’impressione di non trovare un termine abbastanza corrosivo per esporre il suo pensiero.
“Certo”, sbottai cercando di apparire sincero. “Nella realtà ho desideri molto più seri. Molto, ma molto più seri. Non dovrei nemmeno rispondere a una domanda tanto inopportuna!”
“Bah”, l’ufficiale mi guardò dubbioso.
Credo che nel sogno non abbiano esaudito il mio desiderio di portare in braccio una donzella per un paio di piani, ma che mi abbiano fucilato prima.

domenica 23 aprile 2006

L'ultimo legionario

Sono morto? No, non ancora, ma ci manca poco. Anche se è ormai notte, quasi vedo il mio petto squarciato da un colpo di daga numidica. E’ un colpo mortale, il veterano cartaginese che me l’ha vibrato sapeva il fatto suo. Probabilmente era uno dei fedelissimi di Annibale già dalle vittorie del Ticino e del Trebbia; forse è uno che ha riso alla disfatta romana sul lago Trasimeno, quando il diavolo cartaginese ha annientato l’intero esercito del console Flaminio. La più totale disfatta romana di tutti i tempi. Almeno fino a oggi qui a Canne. Oggi la vergogna dell’Urbe ha toccato il suo punto più alto.