giovedì 22 giugno 2006

Gli stronzoni superimpegnati


Ragazzi, vogliamo parlare di questi stronzoni che paiono avere sempre un piede sulla scaletta di un aereo in partenza per luoghi esotici dove attuare fondamentali operazioni a favore dell’umanità?
Tutti noi abbiamo avuto a che fare con stronzoni simili. Si danno arie da persone più indaffarate del presidente degli Stati Uniti. Dicono che hanno tremila cose da fare, tutte importantissime, che gli manca perfino il tempo di farsi una scopata come si deve. Gli stronzoni superimpegnati, anche se strombazzano ai quattro venti che a loro non è concesso neppure un attimo per respirare, per qualche assurdo motivo trovano sempre il modo per parlare con te. Anzi parlare con te, che hai confessato più volte che non fai altro che cazzeggiare sul blog con qualche povero cristo tuo pari, gli piace da morire. Si farebbero uccidere per continuare a mandarti e-mail. Dove lo trovano un altro babbeo del tuo calibro che si beve in silenzio fiumi di cazzate passanti dal parapendio alle operazioni a cuore aperto?

Gli stronzoni superimpegnati sono pure educati. Non dicono una parola fuori posto. Sussurrano perfino Parbleau e Perdinci. Si sono letti tutto il galateo della buone maniere lo attuano con invidiabile aplomb. Però non mancano mai di farti notare come sei fortunato a poter comunicare con loro. Sono in città solo per pochi giorni prima di ripartire per una missione negli States, in cui li aspettano molti businness e big personality, e tu li hai beccati per caso. Stanno partendo per un viaggio per la Patagonia a metà tra la vacanza e l’esplorazione scientifica e, guarda un po’, hai avuto il culo di pizzicarli prima che si involassero con tutto l’armamentario da Giovane Esploratore Tobia. Hanno decine di pazienti in sala di rianimazione e – lo avresti mai detto?... prima di mettersi all'opera con il bisturi ti onorano con qualche loro riga.

Il mio stronzone superimpegnato è una signora con cui comunicavo via virtuale e che mi aveva invitato a certe proiezioni cinematografiche organizzate dal circolo giallistico di cui è fondatrice (l'unico film che ho guardato era una boiata horror a pagamento che mi ha fatto vergognare di essere vivo). Avevo comunicato per alcuni mesi per mail con la signora, conversazione quasi tutta incentrata sull'enumerazione delle notevoli qualità letterarie, morali e soprattutto sportive della mia interlocutrice virtuale. Naturalmente era quasi sempre impegnata in operazioni a cuore aperto, in convegni nella Silicon Valley oh yeaahhh e nella promozione dei suoi romanzi, che assicurava essere eccezionali. In ogni modo ti faceva sempre temere che avrebbe trovato un brandello di tempo per sfidarti e stracciarti a braccio di ferro. Poiché si era mostrata bendisposta le ho chiesto di leggere un mio breve racconto giallo (azione che potrebbe richiedere forse mezz'ora di tempo). Mi ha risposto che era impegnata nella circumnavigazione del globo e che aveva già il piede sulla solita scaletta d’aereo. Comunque se le avessi mandato il racconto lo avrebbe letto, pur lasciando intendere che fosse tempo sprecato, e mi avrebbe risposto non prima di settembre (non prima significa che poteva rispondermi pure a Natale).
In un primo tempo l'ho buttata sull’ironia chiedendole se quella di settembre fosse una barzelletta. Risposta: sono indignata dal tuo tono ironico in risposta alla mia educata lettera. Qui ammetto che ho ceduto alla debolezza umana e ho espresso la mia opinione su dove doveva andarsene la stronzona superimpegnata con le sue arie da Wonder Woman.

lunedì 19 giugno 2006

La prigioniera dei sogni - seconda puntata


Seconda puntata
Emma sorrideva molto meno nel mondo nuovo e incredibile che aveva raggiunto. La strada lastricata che costeggiava il marciapiede era un continuo rintronare di zoccoli equini e di ruote scricchiolanti di carrozze e di carrette piene di ortaggi o fieno. Dovunque cocchieri in livrea con tiri da due o da quattro pretendevano strada imprecando, mentre i malvestiti conducenti di veicoli più lenti imprecavano a loro volta cedendo il passo al rango superiore di chi sopravveniva.
Venditori improvvisati ingombravano i marciapiedi offrendoti qualsiasi cosa dalle mele lustre a stoffe spacciate per esotiche. L’immagine più assurda di tutte a Emma pareva quella di un vecchio armato di paletta che in strada recuperava gli escrementi dei cavalli riponendoli in un carrettino con la cura di un orefice. Ogni rumore risuonava con un timbro sinistro e a peggiorare il quadro contribuiva l’abbigliamento dei passanti. Gli uomini talvolta portavano monocoli e basettoni congiunti ai baffi sotto cappelli altissimi. Le donne rispondevano con gonne monumentali e ridicoli cappellini piumati che nessuna femmina sana di mente avrebbe osato indossare dopo la caduta di Napoleone III.

E poi naturalmente c'era il tormento del busto strettissimo. Ogni respiro le costava un tale strazio che si meravigliava sempre che non fosse l’ultimo. Ormai boccheggiava, era certa che da un momento all’altro le stecche di balena del corpetto assassino avrebbero stroncato le sue povere costole di donna moderna. Avendo in mano un coltello, lo avrebbe utilizzato per liberarsi dalla prigione di stoffa che, ormai ne era sicura, l’avrebbe condotta nell’aldilà a breve. Come se non bastasse l’ampio abito di velluto pesava quanto una tuta da astronauta e i mutandoni del sottogonna le pizzicavano le cosce in punti da non citare nemmeno in mondi più vecchi di uno o due secoli.
Scacciò con una mano un gruppetto di mendicanti ragazzini, sempre più a disagio. Lei non sapeva niente di questo assurdo mondo di carrozze e donne in crinolina anche se si era illusa di conoscerlo leggendo i romanzi di Jane Austen, Walter Scott e Stendhal. Bastava questo per dichiararsi uno spirito dell’Ottocento e non del ventunesimo secolo? Bastava non aver mai preso la patente o detestare i computer? Bastava definirsi signorina e non signora quando la interpellavano o aver recitato ai suoi studenti “Il cinque maggio” con uno stile a metà tra Gassman e Carmelo Bene?

Tornò indietro quasi inciampando nella balza di satin che spolverava il fondo stradale. Individuò il punto esatto in cui aveva mosso i primi passi sul marciapiede e… la porta verde che collegava due mondi e due secoli era sparita. Ricordò le parole apocalittiche udite nel superare l’uscio temporale. “Fa’ la tua scelta, dopo non sarà più possibile tornare indietro”.
Piangendo prese a pugni le pietre grigie del muro che la imprigionava in un mondo che non capiva e da cui non era capita. Ancora con gli occhi lucidi raggiunse un passante con cappello a cilindro e ghette ai piedi. “Chiedo scusa, signore, in che anno siamo?”
Il signore non fiatò. La scostò in malo modo e si allontanò con un passo svelto adatto a una fuga.
Emma ripeté la domanda ad altri viandanti, ma smise notando l'assenza di risposte e gli sguardi preoccupati che suscitava. Il cuore le salì in gola quando si sentì poggiare una ruvida mano su una spalla.

Sapeva di doversi mostrare disinvolta davanti alle sgargianti divise d’epoca dei due gendarmi che la fronteggiavano accigliati. Ma la paura e l’inadeguata circolazione sanguigna dovuta al corpetto funesto le avevano tolto ogni energia.
“Non vogliamo vagabondi, ladri o peggio meretrici in questa parte della città.”
Fremette di indignazione per l’ultima accusa ricevuta, ma ancora una volta la lingua si rifiutò di assecondare la sua aspirazione alla parola. La cosa migliore da fare le sembrò sistemarsi il ridicolo cappellino che pencolava sulla nuca. Dopo altre domande rimaste senza risposta, i gendarmi la afferrarono trascinandola con loro.
Emma comprese che il sogno della sua vita si trasformava nel peggiore incubo. Si vide interrogata di malagrazia da sbirri vecchio stampo con nessuna predisposizione alla tolleranza umana. L’avrebbero dichiarata vagabonda, criminale o pazza. E aveva letto abbastanza libri e romanzi d’epoca classica per sapere che non avrebbe resistito a lungo in qualsiasi prigione o manicomio l’avessero rinchiusa.
Stava quasi per venire meno, quando echeggiò una voce forte e autoritaria: "Lasciate andare subito quella signora!”.

sabato 10 giugno 2006

Pensavo di chiudere, ma mi è passata

38510264_3d67e62f4d_o Chiudo. Per poco, per molto, per sempre, non si sa. Potrei riprendere a postare domani o chissà quando, sono il primo a non saperlo. E’ molto che lo volevo fare. Da diversi mesi non è quasi mai passato giorno senza che io abbia pensato di abbandonare la partita.
Perché lo faccio? Per una semplice ragione. Ho la netta sensazione che sto perdendo il mio tempo.
Ho criticato, sia pure con eleganza, spero, una intelligente signora con cui ero in contatto per e-mail. Quella del “mio perfetto sillogismo” (chi ha letto il post sa di cosa parlo). Era una donna sensata e lucida, una brava scrittrice tra l'altro. Quando le dissi con quali energie mi dedicavo al blog, mi disse: “Scusa, ma chi te lo fa fare? Mi sembra una perdita di tempo”. Cercai di spiegarle cosa volevo ottenere con il blog e lei, la donna che la sapeva molto più lunga di me, mi disse: non è così che vanno le cose.
Sono orgoglioso di ciò che ho fatto qui. Sono soddisfatto della qualità dei miei post, anche se parecchi di essi mi sono costati molta fatica. Questa mi sembra una buona cosa.
Un ringraziamento doveroso ai tanti che sono stati gentili con me. Li abbraccio tutti a uno a uno come fratelli. Per il futuro, chi vivrà vedrà

P.S. Ero qui sul blog fermamente deciso a pubblicare il presente post, quando ho visto arrivarmi un commento nell’articolo sull’Attimo fuggente. Mi sono fiondato a vedere chi mi scriveva. Per la cronaca era l’intelligente elle, che mi ha rilasciato un bel commento. Perché ci comportiamo così? Perché uno che sta per chiudere il blog (sia pure si spera temporaneamente) si precipita sull’ultimo commento che gli arriva? Boh.

Aggiunta di giovedì 15 giugno:
Passano i giorni e passano pure gli stati d'animo. La sensazione di estrema inutilità che sabato mattina avevo del blog è superata. Stamattina ho pensato che è estate, ci sono i campionati del mondo di calcio, è tempo di pensieri positivi. E nei pensieri positivi sarebbe opportuno aggiungere pure il blog. Tra i molti buoni consigli ricevuti ne ricordo soprattutto due, come ho detto in un mio commento, forse pure perché sono stati tra gli ultimi a giungermi. Oceanomare mi ha detto che il blog è mio e posso usarlo come voglio. Vitty mi ha ricordato che il blog non è la vita e che non lo si dovrebbe percepire come se lo fosse. Farò così, poi a estate finita si vedrà. :-)

venerdì 9 giugno 2006

Capitano, Mio Capitano - Il barbarico YAWP


No, che dici? L’attimo fuggente è un film splendido, descrive al meglio le aspirazioni dei ragazzi di ogni tempo e il desiderio di alcuni non piegarsi al conformismo. E’ una storia così avvincente che ti persuade di essere sempre stato un poeta, anche se non hai mai letto un verso di Whitman, Byron o Tennyson. Robin Williams nella parte del professore antisistema John Keating, poi, è insuperabile, non per niente sfiorò l’Oscar... Però tu devi restringere il campo delle tue riflessioni. Concentrarti su un punto specifico.

Allora direi tutte le scene delle lezioni di Williams/Keating. Quando lui parla del “carpe diem”, del “cogli la rosa quando è il momento”. Quando spiega che ciò che ci rende uomini è la poesia (in tutte le sue sfaccettature) e non le sia pur rispettabili professioni come la medicina o l’avvocatura. Quando parla di succhiare il midollo della vita nelle grotte notturne o fa strappare agli allievi l’introduzione del pomposo libro di testo di letteratura. E non scordiamoci di quando fa risuonare “Il mio barbarico YAWP”. Ah, non scordiamoci del barbarico YAWP, per favore.

Sì, dici cose sacrosante. Il barbarico YAWP a me fa ribollire il sangue di pensieri romantici ancora a distanza di anni. Ma ti mantieni ancora troppo largo. Devi restringere il campo delle tue osservazioni.

Ho capito, ti riferisci alla parte finale in cui quel ragazzo, quel Neal, si uccide perché il padre gli nega il permesso di recitare Shakespeare. La morte del sognatore Neal è la chiave di volta del film, dato che dà a quel bacchettone del preside della scuola di Welton l’opportunità di liberarsi del detestato Keating. Magari ti riferisci pure a quando i ragazzi sono costretti alla delazione contro il loro osannato professore per evitare l’espulsione. Che tristezza.

Ancora no. Devi circoscrivere, limitare la tua attenzione a un punto preciso. Ancora non ci sei. Pensa a una sola scena, a una sola sequenza.

Ecco! Ho afferrato tutto. Scena finale. Keating è tornato in classe per prendere le sue cose prima di lasciare la scuola. E davanti allo sguardo esterrefatto di quel parruccone del preside che fa lezione di letteratura alla vecchia maniera, i ragazzi saltano sui banchi al grido di “Capitano, mio Capitano”. Ho messo il fermo immagine sul lettore dvd. Ho contato dieci ragazzi in piedi sui banchi che sfidano l’espulsione e diventano uomini; e altri otto vigliacchi - tra cui quella carogna di Cameron, non dirmi che ti sei scordato di quel piccolo Giuda dalla testa rossa - che se ne rimangono a testa bassa seduti. Ho individuato perfino due banchi vuoti. Voglio proprio vedere se ora avrai il coraggio di dirmi di restringere ancora.

E invece quel coraggio ce l’ho. Devi concentrarti sul titolo italiano del film (migliore di quello americano). Devi cogliere l’attimo, l’attimo fuggente che caratterizza tutto il film.

Allora lo colgo. E’ quel particolare ragazzo, quello e quello solo, il primo che si alza sul banco, quello sensibile e balbuziente, quello che si vergogna di parlare in pubblico, aspetta ricordo pure il nome, Todd Anderson, quando il timido Todd salta sul banco e dice “Capitano mio capitano”, ecco l’attimo decisivo del film. Confesso che mi commuovo sempre vedendo la scena di Todd.

Sì, finalmente ci sei riuscito. Ti commuovi solo? Andiamo, non essere reticente. Fa’ conto che non ci senta nessuno.

Va bene, quando Todd sale sul banco mi vengono gli occhi lucidi. Sempre. Ho questa reazione unicamente quando guardo quella scena da solo e nessuno mi vede. Perché se c’è gente con me mi mostro disinvolto e faccio pure dell’ironia sul film.

Una curiosità, cosa hai provato ieri sera quando hai riguardato le scene salienti del film e hai visto Todd salire sul banco all'uscita di classe del professor Robin Williams? No, non dire niente. Ricordo che eri solo quando hai visto quella scena.

lunedì 5 giugno 2006

Galateo del commento al post


Prima una precisazione: al di là di quanto si potrebbe forse pensare leggendo qualche passaggio del post, non sto a guardare i commenti con lo spirito di uno spaccacapelli in quattro. Anzi, un ciao o un buongiorno detti col cuore sincero mi sembrano i commenti più belli e appaganti del mondo e abbraccio qui come fratelli le persone leali che mi hanno salutato in questo modo.
Detto questo mi pare sia utile passare in rassegna alcuni dei principali malvezzi (almeno quelli da me notati) nel modo di commentare i post. Ho escluso da questo mio elenco i casi limite di blogger provocatori, squilibrati o casinisti, spesso anonimi, con cui in tutti i casi ho avuto poco a che fare. E’ probabile che io stesso sia caduto qualche volta in alcune di queste cattive abitudini.

Quelli che non ti commentano. In realtà questo genere di blogger non mi dà tanto fastidio. Uno ha il diritto di non commentarti, se non vuole. In genere, dopo aver rilasciato tre o quattro osservazioni sui blog di queste persone, e constatata la loro latitanza sul mio, attenuo i contatti a favore di persone dotate di maggior spirito democratico. Il problema si ripresenta se costoro ti mandano un commentucolo svogliato dopo aver rilevato che non ti fai più vedere dalle loro parti.

Quelli che non ti commentano e non lo faranno mai, e te lo dicono pure, ma giudicano del tutto naturale e doveroso che tu commenti loro. Questa è una delle categorie che più mi manda in bestia. In genere si tratta di blogger famosi con un contascatti con molti zeri e un blog dall’aspetto curatissimo premiato ed apprezzato – almeno stando a ciò che strombazzano loro - in vari siti specializzati. Questi personaggi dichiarano da qualche parte, in mezzo ai vari riconoscimenti conseguiti dal loro blog (ma riconoscimenti de che, dato che scrivono post dozzinali e perfino banali), che loro sono troppo impegnati per interagire con i comuni mortali, ma leggono e apprezzano quanto gli scrivi e che in questa vita o nella prossima di sicuro ricambieranno la visita.

Quelli che rilasciano commenti non memorabili. Conosciamo questo modo di fare. Dicono CheBelBlogHai, PassaATrovarmi, Ciao, PassoPerUnSaluto. Di norma non ho niente contro questo tipo di atteggiamento. Sono portato a credere che queste persone abbiano poco tempo a disposizione per scrivere qualcosa di più articolato (o che in quel particolare momento non siano ispirati) e, poiché sono un inguaribile ottimista, penso che abbiano letto pure tutto il mio post da cima a fondo. Tra l’altro in questo gruppo di blogger che passa perlopiù per un saluto ci sono ottime persone sulla cui lealtà e correttezza metterei due mani sul fuoco.

Quelli che al primo commento al tuo post ti parlano degli in genere noiosi fatti loro scordandosi di digitare una virgola su quanto hai scritto (spesso con molto sudore). E’ importante precisare che questo atteggiamento dà fastidio solo al primo commento; mentre giudico del tutto legittimo che nelle osservazioni successive allo stesso post (ne ho fatte pure io parecchie) uno parli di altre cose se ne ha voglia. Per qualche bizzarro motivo, tali persone ritengono di fare un vita avvincente e che narrare le loro avventure sia più interessante che argomentare sul tuo post (c’è pure il particolare che così facendo evitano di leggersi il tuo articolo e di spremersi il non si sa quanto dotato cervello per rilasciare un commento accettabile). Ovviamente questo genere di avventori virtuali non sentono alcuna necessità di scusarsi per il fatto che ignorano l’ultima tua creatura blogghifera o di spiegare che hanno poco tempo per leggere, ma che rimedieranno al più presto.

Quelli che ti rovinano il post con un commento fuori luogo che ha il potere nello stesso tempo di farti perdere il tuo (scarso) controllo e di indirizzare negativamente i commenti seguenti. Vediamo il caso tipico. Hai pubblicato un post pieno di brio dopo averlo revisionato qualche migliaio di volte. Sei in fin di vita, ma, forse a causa dello sfinimento, giudichi il tuo post un piccolo capolavoro. Mettiamo il caso che l’articolo parli di una delle tue molteplici disavventure con una pulzella virtuale. Mettiamo il caso che tu voglia stimolare la solidarietà altrui con le tue traversie da internet e che salti fuori questo personaggio sentenziando che hai torto marcio. Ti sei meritato ogni fregatura dato che sei stato così malaccorto.
Questo tipo di commenti ha due perniciosi effetti simultanei. Uno, di mandarti fuori dalla grazia di Dio e di costringerti a postare una replica risentita, anche se sei contrario a questo tipo di reazione (una specie di “Anvedi un po’ de annartene affanculo” espresso in maniera più urbana). Il secondo effetto è che devi sostituire il tuo bellissimo e sudatissimo post con uno nuovo, sicuramente meno efficace, perché quando ti lasci andare all’ira, anche in casi all’apparenza sacrosanti, ottieni sempre di mettere a disagio coloro che che ti leggono.

Quelli che usano il tuo blog per loro polemiche personali con persone terze, e fanno come se tu non esistessi. Mi è capitato una sola volta per iniziativa di uno sconosciuto.

Quelli che si scusano perché sono troppo stanchi per leggere il tuo post (è notte fonda), ma che giurano che colmeranno la lacuna al più presto. Per qualche motivo poco chiaro, costoro raramente colmano le lacune che si erano impegnati a superare.

Quelli che hanno letto l'ultima frase del post e pretendono di aver capito tutto.

Quelli che dicono "Che bella foto hai messo!". Qui ammetto le mie colpe. Non posso evitare di digitare questa frase specie quando vedo postata qualche piacente donzella svestita.

In tutti i modi esistono anche blogger che si comportano con ammirevole educazione. Citerò solo il caso dell’amico Colui che Vede Oltre, il quale, al ritorno da un suo viaggio all’estero ebbe l’estrema delicatezza di commentare ben quattro miei post tutti in una volta (nemmeno io sono mai giunto a tanta abnegazione).

Chiudo ribadendo il mio convinto grazie a tutti quelli che passano di qui lasciandomi semplici ciao o buongiorno detti col cuore sincero.

Aggiunte del 6 giugno 2007:

Quelli che come commento, magari come loro primo commento, mandano il proprio post a cento persone diverse. E' incredibile, anche quando gli spieghi con pacatezza che questa non è un'azione elegante da fare, che la correttezza vorrebbe che tu leggessi i post degli altri e li commentassi adeguatamente, questi blogger cadono dalle nuvole: "E che ho fatto di male!".

Quelli che mandano lo stesso messaggio a te e a un milione di altre persone situate tra la baia di Baffin e il Capo di Buona Speranza. Non c'è da aggiungere che i messaggi di questi furboni non vanno oltre un CheBelBlogHai PassaATrovarmi.

Quelli che rompono le palle cercando di venderti qualcosa (dalla trasmissione radiofonica che presentano, all’ultimo libro sgrammaticato che qualche stronzo gli ha pubblicato, alla scuola di ballo addirittura all’ultimo disco che hanno prodotto alla carlona in uno studio di registrazione familiare. Questa gente non arretra di fronte a niente, ha una faccia di bronzo a prova di bomba, affermo persino che non appartiene al genere umano. Questi non sono blogger, ma i famosi Ultracorpi di un noto film di fantascienza.

Quelli che ti riempiono il blog di pubblicità-spazzatura che va dall’ultimo pietoso caso umano, a invettive illetterate contro Bush o il governo in carica, a spot a favore di siti pornografici.

martedì 30 maggio 2006

La scelta di Emma - prima puntata


Prima puntata
“Scegli!” Emma sobbalzò nel vicolo rischiando di far cadere la copia dell’Iliade che leggeva come faceva di solito nel tratto di strada da scuola a casa.
Si voltò intorno, ma il vicolo, caso strano, era deserto. Per un attimo pensò che la voce udita appartenesse a uno degli studentelli scostumati a cui cercava di insegnare, se non l’italiano e la storia, almeno le buone maniere. Eppure in giro non si vedeva nessuno di quegli sciagurati. E soprattutto non echeggiava nessuna delle offese con cui la bersagliavano di nascosto, le più fantasiose delle quali erano insulsaggini come zitella, scorfano o mummia.
“Scegli, Emma!” Stavolta lei tremò tanto che il volume omerico precipitò sul selciato lurido del vicolo. La voce era molto più forte e inquietante. Pareva provenire da nessuna direzione e da tutte e, soprattutto, pareva emessa da una gola disumana.

Fuggire a gambe levate? L’avrebbe fatto se la paura o meglio il panico non l’avessero pietrificata. Infilò una mano nervosa nella borsa. Ma le uniche armi con cui fronteggiare un’aggressione erano un testo sull’epica cavalleresca carolingia e un saggio sulla letteratura romantica.
“Scegli, Emma!” La voce ormai aveva la potenza vocale di un coro di valchirie wagneriane. Eppure, benché quelle parole fossero probabilmente udibili fino a piazza Plebiscito e alla Galleria Umberto I, il vicolo continuò a restare deserto.
A quel punto Emma si avvide che le stranezze di quel giorno non erano finite. Sul muro del vicolo era apparsa una porta verde che si stagliava sulle pietre ingrigite dal tempo. Udì strani e ripetuti suoni provenienti dalla porta, anche se sapeva che dietro quel muro c’era solo un edificio fatiscente abbandonato da decenni. Prima ancora di rendersene conto, capì di aver coperto i pochi passi che la separavano dal vistoso battente verde e di aver abbassato la maniglia di ottone lucido. Le ci volle qualche secondo per abituarsi al cambio di luminosità. Ma sapeva che non sarebbe bastata una vita intera per superare lo shock di quanto vide.

La porta nel vicolo dava su una strada del tutto invasa da carrozze e carri di ogni foggia. C’erano calessi, carrette piene di ortaggi, e la velocità di ogni singolo veicolo sembrava proporzionale al suo lusso e alla sua eleganza. Più lontani, uomini a cavallo avvolti in sgargianti uniformi antiquate. Nessuna automobile in vista per quanto si aguzzasse la vista.
I marciapiedi erano percorsi da gente in abiti antichi. Le donne indossavano cappellini piumati all'apparenza antecedenti alla salita al trono della regina Vittoria; e mostravano vite e busti esilissimi che sormontavano ampie gonne gonfiate da crinoline. Gli uomini avevano cappelli di forma cilindrica e redingote a doppio petto. Alcuni si appoggiavano con eleganza a bastoni dal pomello d’oro o d’argento. L’aria era percorsa da richiami di ogni genere di venditori, dalle merlettaie agli acquaioli ai caldarrostai.
Eppure la cosa più impressionante di tutte, si accorse Emma guardandosi, era ciò che capitava a lei stessa. Per osservare meglio, si era sporta. La metà del suo corpo situata nel mondo con le carrozze e i cappelli a cilindro era abbigliata con un vestito d’epoca, aderentissimo sul busto, con la sottana gonfia fino all’inverosimile e una corta mantellina che copriva l’ampia scollatura apparsale in questa sua mezza figura. La parte di lei rimasta nel vicolo era vestita con la solita tenuta zitellesca da professoressa di italiano delle scuole medie appassionata di classici.

Udì per l’ultima volta la stentorea voce che faceva vibrare il fondo stradale. “Devi scegliere il tuo mondo, Emma. O di qui o di là. Dopo non potrai più tornare indietro. Fa' la tua scelta."
Emma era confusa. Negli ultimi minuti aveva visto cose che avrebbero fatto vacillare menti più salde della sua. Però di un fatto era certa. Alle sue spalle la aspettava il solito appartamento avvilente in cui avrebbe dovuto mangiarsi la cena da sola guardando gli ultimi disastri trasmessi dal telegionale. Davanti a lei c’era un mondo pieno di colori come non ne hai mai visti, percorso da voci fresche e allegre. E Dio mio, quanti, quanti profumi nell'aria! Non pensava che potessero esistere odori tanto intensi e variegati.
“Quale scelta?” disse varcando la porta verde e sentendo chiudersi l’uscio alle spalle. L’attimo dopo si incamminava sorridendo sul marciapiede sistemandosi l’ampia gonna e il nastro sottogola del suo cappellino d’epoca.

Inizio qui una storia in quattro puntate, sulle avventure di Emma nell'Ottocento. Il prologo a questo mio racconto potrebbe essere considerato il post intitolato “Emma credeva nell’amore a prima vista.

venerdì 26 maggio 2006

Il primo commento al post


Hai finito di scrivere il post. Una faticaccia, perché ci tieni a scrivere qualcosa che valga la pena di leggere. Insomma, ci tenti.
Lo hai visionato e revisionato più volte. Lo hai editato neanche fossi il figlioccio di un correttore di bozze del New York Times. Lo hai snellito eliminando un po’ di proposizioni secondarie. Modificato l’aggettivo taldeitali perché stecca con il successivo verbo o sostantivo. Hai dato la caccia a tutte le frasi e le parole inutili con la rabbia di un ghostbuster in un castello scozzese.
E il titolo. Vogliamo parlare del titolo? Ne hai cambiato almeno tre, dando fondo ai tuoi migliori riferimenti cinematografici e letterari, finché hai trovato quello che fa al caso tuo, abbastanza corto e con il fascino di una dark lady del noir classico.

La fotografia? Mica hai preso la prima che ti è capitata sotto mano! Ti sei procurato un’immagine efficace, colorata o suggestiva come un Charlie Chaplin d’annata. Però è troppo grossa. La devi editare con un programma grafico per farla rientrare entro il limite di 60 K ammesso dal blog. Magari sarebbe opportuno pure tagliarla e modificare il contrasto e il colore per renderla più incisiva.
Tutto a posto? Ancora un’altra revisione non ci sta male. Nessuno ha mai scritto niente di perfetto, vuoi che ci sia riuscito questo insignificante scrittore di post da blog? Sposti qualche virgola, cancelli qualche infausto avverbio che finisce in “mente”, inserisci qualche voce verbale più efficace. Insomma ritocchi qui e rifinisci lì e poi ti dici che è fatta. Lo pubblichi.

Ora viene la parte delicata. L’attesa. Aspetti qualche minuto e torni sul luogo del delitto. Il tuo post è invitante, ma la voce sui commenti è ancora ferma a zero.
Certo che è ferma a zero. Sono passati pochi minuti, nemmeno Speedy Gonzales avrebbe fatto in tempo a inserire qualche osservazione in fintomessicanese.
Lasci passare mezz’ora e poi un’ora. Niente. Ora sei un pizzico inquieto. Ma è ancora troppo presto. E che sarà mai? E’ o non è domenica? Ci sono le code sull’autostrada. Tutti sono a svagarsi dopo una dura settimana di lavoro, mica vogliono bivaccare sul blog pure nel giorno del Signore? Pazienza, amico mio.
Però già qualche dubbio comincia ad arrovellarti. Forse il mio post non piace, ti dici. Il tema è deboluccio. Il mordente fiacco. Il titolo, la foto? Bartali aveva ragione: l’è tutto da rifare. Magari faccio ancora in tempo a sostituire questo post con uno più allegro che tenevo di riserva perché mi pareva troppo cretino.
La clessidra scorre inesorabile. Forse, cominci a chiederti, è in atto un complotto contro di te. Forse tutti hanno deciso di voltarti le spalle nello stesso momento. Se non succede qualcosa nell’immediato, decidi disperato, devi tentare la carta estrema. Il primo commento te lo scrivi da solo. L’hai sempre giudicata una cosa scorretta e umiliante. Però se vedi ancora per cinque minuti quello zero avvilente, ti verrà la peggiore depressione degli ultimi anni e dovrai spendere un patrimonio in analisti per fartela passare.
Ormai ti sei già scritto il primo commento, una risposta rivolta a un tizio sconosciuto e anche un pochino antipatico, autore sette od otto post fa di una domanda non brillantissima. A quel punto apri il tuo blog e…

Allucinazione? Sogno o son desto? Ho le traveggole?
No, il miracolo si è avverato. Le tue preghiere sono state esaudite. Dove c’era un desolante zero ora campeggia un rassicurante e gioioso uno. Sì, è un UNO quello sul monitor. Oh, gioia. Oh, letizia. Oh, miracolo. Campane suonate a festa.
Ti catapulti a leggere il segno lasciato dal buon samaritano che ti ha risparmiato almeno trenta sedute di psicanalisi postfreudiana. Lo baceresti, quell’individuo misericordioso, e gli offriresti il miglior caffè della città, anche se il commento che ti ha lasciato è un Ciao o un Che Bel Blog Hai. Lo abbracceresti come il figliol prodigo anche se ha la scarsa eleganza di suggerire di passare a trovarlo. Lo culleresti come un bambino pure se avessi la certezza assoluta che non ha letto manco una virgola del tuo post (né di tutti gli altri post che commenta).
Gli altri commenti? Sono i benvenuti, ma ormai già sai che quaggiù qualcuno ti ama.

domenica 21 maggio 2006

La fine dei sogni


Ero al secondo anno di liceo, potevo avere quindici anni, forse di meno. Amavo i fumetti Marvel e ne possedevo parecchi, ma a causa dei limiti delle mie tasche quella collezione denunciava parecchie assenze. Giocavo in una squadra di calcio di amici. Era per così dire una squadra intersociale. C’erano alcuni liceali come il sottoscritto, visti più o meno come studentelli “borghesi” (io e soprattutto le mie tasche di borghese non avevamo niente, ma era così che, in un certo ambiente periferico napoletano, venivano percepiti i ragazzi che studiavano alle superiori). E c’erano altri ragazzi che a scuola non ci andavano e forse non c’erano mai andati.

Ne ricordo uno in particolare. Si chiamava Rosario, era il centravanti della nostra squadra e palla al piede non aveva rivali. Un piccolo campione. Rapido, sveglio, dribblava anche le pietre. Rosario aveva una particolarità, oltre al fatto di non andare a scuola e di lavorare credo in nero (e forse di aver avuto qualche precedente penale). Era già sposato, anche se non poteva avere molto più di diciotto anni. Aveva fatto quello che dalle mie parti si chiamava “il guaio” e aveva dovuto rimediare per non incorrere in qualche pallottola distrattamente esplosa dai familiari della sua ragazza.

Un giorno venne a sapere della mia passione per i fumetti Marvel. Disse che aveva un sorpresa per me. Mi portò a casa sua e mi mostrò, nel suo scantinato, un autentico tesoro sotto forma di fumetti. C’erano quasi tutti gli albi della Marvel in ottime condizioni, tutti i primi numeri di Devil e dell’Uomo Ragno, avventure di Silver Surfer che mi mancavano, albi inseguiti dovunque e mai trovati nemmeno dai rivenditori di fumetti più forniti. Mi disse che li doveva vendere, e lo disse con un’ombra sul viso. Accennò vagamente al fatto che non aveva spazio in casa e fece anche intendere che non stava bene che un uomo sposato si dedicasse ancora a letture da ragazzini. Rosario era triste, quel giorno.

Accorgendosi del mio entusiasmo senza frontiere, ridusse ancora il prezzo con cui mi cedeva quell’autentico tesoro. Era un prezzo così basso da somigliare a un regalo. Ricordo che dovetti servirmi di diversi sacchetti dell’immondizia (gonfi fino all’orlo) per portarmi via quel patrimonio fumettistico, non c’erano altri contenitori adeguati. Ero felice. Sprizzavo di gioia mentre stringevo tra le mani il mitico numero uno dell’Uomo Ragno e poi tutti i primissimi Devil e i Thor, quelli con le pagine a colori alternate alle pagine in bianco e nero. Almeno otto dei primi dieci albi dei Fantastici Quattro, e quasi tutte le storie disegnate da Steve Ditko per quello che sarebbe diventato Spider-Man. Non riuscivo a trattenermi e di nascosto ogni tanto dovevo aprire uno dei primi Devil per ammirare la stupefacente storia in cui Silver Surfer affrontava un irato Thor dardeggiante lampi asgardiani. Desideravo sapere chi avrebbe vinto quello scontro epico, ma non osavo aprire le ultime pagine dell’albo per non rovinarmi la lettura a casa. Le insuperabili tavole di John Buscema non facevano che rendere più dolorosa la mia rinuncia.

Ero felice, ma l’ultima volta che vidi Rosario quel giorno divenni triste. Vidi il suo volto malinconico di uomo maturo, di uno che la vita ha obbligato a smettere di sognare. Lo vidi a casa con la sua giovanissima moglie (una ragazzina) ad aspettare il bambino che tra non molto lei avrebbe messo al mondo. E vidi l’invidia con cui osservava la mia contentezza. Davanti a me c’era un vecchio di diciotto anni. Il volto di Rosario quel giorno mi tolse molta della mia gioia.