mercoledì 8 febbraio 2006

Lettera d'amore al cinema classico

Ho voglia di parlare di cinema classico, di quello che tutti noi abbiamo visto (tutti noi che siamo dai quaranta in su, per lo meno) in bianco e nero sulla Rai quando c’erano a malapena due canali nazionali. Ho voglia di parlare di Hollywood, quando i divi avevano le facce di William Powell e Myrna Loy (Nick e Nora, magnifici i loro duetti, provate a dire che li avete dimenticati) o di Charles Laughton (insuperabile cattivo di varie pellicole, ma pure splendido avvocato di Testimone d’accusa) e della dark lady Barbara Stanwyck. Ho voglia di parlare dei battibecchi scoppiettanti tra Cary Grant e Katharine Hepburn, in cui anche se ti bevevi ogni sospiro proveniente dai brutti 22 pollici del tuo antico Telefunken sapevi che eri condannato a perderti almeno quattro o cinque battute fondamentali, tali erano il ritmo e la qualità di quei dialoghi.

Ho voglia soprattutto di ricordare le potenti emozioni che provavo quando, adolescente, guardavo quei film… cioè no, non quando li guardavo, ma dopo che erano finiti. Dopo. Il bello era lì. Dopo. Quando scorrevano i titoli di coda ed eri ancora vibrante di emozione. Dopo. Quando riandavi con la mente alle scene del film e sognavi di tenere tra le braccia Marlene Dietrich vestita da marinaio o Lana Turner che fumava da un bocchino d’oro lungo tre metri. Quando ti vedevi mitragliare battute a velocità supersonica tra i prigionieri di una base artica, con l’unica donna di quelle lande desolate che guarda solo te, in attesa dell’attacco finale della Cosa da un altro mondo (ossia di James Arness, lo Zio Zeb di una nota serie televisiva western). Quando immaginavi di trovarti sotto il cappello da gangster di Humphrey Bogart e con il falcone maltese in mano, intento a dire a Mary Astor che il suo corpo magnifico non le eviterà la galera.

Perché ho intitolato questo mio contributo “lettera d’amore ”? Non so. Forse perché le sensazioni che provavo allora erano così intense da assomigliare all’amore.

Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di film che mi piaceva di più. La spiegazione più semplice è che mi piacevano tutti i generi. Dai western potenti ed epici di John Ford ai musical con Fred Astaire, Judy Garland o perfino con Deanna Durbin (un'adolescente carina degli anni Trenta che cantava con voce da soprano). Dagli insuperabili film di fantascienza dei Cinquanta ai film storici alla Cecil B. DeMille, alla magnifica commedia sofisticata con Clark Gable o Claudette Colbert o ai film d'azione con Errol Flynn (chi ha mai dimenticato il suo Robin Hood del 1939?).

Eppure, se dovessi scegliere un solo genere, un solo tipo di film, saprei che scelta fare. Amavo, provavo un brivido indimenticabile fin dalla prima inquadratura, i noir degli anni Quaranta o giù di lì, in bianco e nero, con atmosfere alla Fritz Lang o alla Billy Wilder, che venivano introdotti da una voce fuori campo che si serviva invariabilmente del pronome personale “io”. Ecco, quando mi trovavo di fronte a un film del genere, provavo una pura e primordiale gioia. Io io io. Ragazzi, quelli sì che erano tempi… Affermazione banale? Può darsi, ma chi se ne importa. Tremo ancor oggi quando ricordo la prima scena di Viale del Tramonto, quella in cui viene inquadrato il cadavere di un uomo galleggiante in una piscina e la pacata voce fuori campo di William Holden dice grosso modo: “Questo è il mio cadavere e questa è la mia storia”.

Su Billy Wilder devo dire che rimasi folgorato quando la Rai, dopo la riforma attuata nel 76, diede il più completo e appassionante ciclo che si sia mai trasmesso su questo regista. Credo che trasmettessero i film il mercoledì, e quando veniva quella fatidica giornata ero come si dice in fibrillazione aspettando la sera. Chi è abbastanza adulto ricorderà senz’altro che, prima della riforma, la Rai trasmetteva (esclusi i giorni festivi o le ricorrenze) solo due film a settimana, il lunedì e il martedì o il mercoledì a seconda delle circostanze. Oltretutto, a impoverire ulteriormente questa scarsa programmazione c'era il fatto che spesso quelle poche pellicole erano contaminate da certi odiosi film francesi che mi hanno strappato maledizioni a non finire o da storiacce con Amedeo Nazzari che solo una fame infinita di cinema ci costringeva a vedere. Chi ha vissuto quei tempi, non avrà scordato le potenti emozioni che provammo quando, dopo la riforma, si uscì dal proibizionismo cinematografico si iniziarono a mandare in onda film in gran numero e spesso di notevole qualità. Ricordo che a quei tempi mi sentivo come un allegro ubriaco il giorno dell'abolizione del proibizionismo in America.
La fabbrica dei sogni, Dieci volte cinema

2 commenti:

  1. Commenti importati27 agosto 2008 15:28

    potrei entrare nella top ten delle dieci persone al mondo che guarda meno televisione.. sorry
    postato da ivy phoenix il 11/02/2006 19:46

    Per quanto mi riguarda il cinema di una volta i affascina molto.Comunque i miei generi cinematografici abbracciano film drammatici,commedie,film d'amore. Buona serata Un bacio*
    postato da www.iris.bog il 08/02/2006 20:10

    Sulla necessità di post brevi concordo. Tuttavia non credo che questo particolare post, per il tema trattato, sia lungo. Penso che se un viandante capita da queste ed è interessato all'argomento lo leggerà. E se non è interessato, potresti scriverglielo anche in forma di sms senza ottenere la sua attenzione.
    postato da prigionierodiZenda il 08/02/2006 15:19

    neanche a dirlo, sono un'appassionata del genere. Consiglio, post più corti (lo so che io li scrivevo chilometrici). saluti adipi
    postato da adipi il 08/02/2006 13:22

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  2. Bravo... avrei voluto scriverlo io

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